Ah, s'io fosse fuoco
di Michele Taddei
Questo bolg raccoglie i pensieri (
molti), riflessioni (
confuse), commenti (
di ogni genere) di uno che da quarant'anni vive su questa terra e si sente cittadino del mondo. E che ogni tanto si rammenta di un antico sonetto del senese Cecco «
S'i fosse fuoco, arderei 'l mondo..».
«
Siena: la città in rosso. Il giorno dei tre bilanci in apnea. Oggi è giorno di bilanci per Siena. L'assemblea dei soci del Monte dei Paschi è chiamata ad approvare il bilancio d'esercizio 2011 chiuso in rosso per 4,69 miliardi di euro. Il Comune è chiamato ad approvare il consuntivo 2011 che si chiuderà in perdita per circa 2 milioni, ma qui l'incertezza è massima in quanto la maggioranza è divisa, l'ultima mozione sulla Fondazione Mps discussa in Consiglio è passata con il soccorso decisivo dell'opposizione. Infine, l'Università che archivia il 2011 in perdita per circa 8 milioni, cui si somma un deficit strutturale cumulato di oltre 40 milioni». Così questa mattina un’agenzia di stampa sintetizzava i temi di oggi, venerdì 27 aprile 2012. Una data che certo rimarrà nella storia di Siena, al di là di quali saranno i risultati al calar del sole.
Fa un certo effetto, non neghiamolo. Un tempo dire di essere senesi significava essere in qualche modo portatori di una ricchezza materiale e, soprattutto, immateriale che lasciava negli interlocutori sempre quel pizzico di invidia bonaria che ti faceva star bene. «Voi a Siena c’avete il Monte ... Eh, voi a Siena con l’Università». E via così. Erano loro che ti elencavano le eccellenze. Erano loro che dimostravano di conoscere ed apprezzare davvero una città e un territorio che, per quanto piccoli, marginali e periferici, erano stati nei secoli capaci di grandi cose.
Per anni l’istituto di credito pubblico Monte dei Paschi di Siena prima e banca Mps poi, tramite la Fondazione, ha elargito erogazioni per decine di milioni di euro. I giornali facevano i numeri speciali per elencare tutti i soggetti beneficiati e quelle pagine venivano lette ad una ad una per vedere quanto aveva preso l’associazione sportiva o quella sociale del paese o della contrada. Fino a qualche anno fa è stato così, poi nulla.
L’Università stessa è stata capace di attrarre in città migliaia di giovani a studiare medicina e giurisprudenza prima e poi altre facoltà di grande richiamo e fascino. Fino alla creazione di quella facoltà di Scienze delle comunicazioni che, prima in Italia, nacque qui con docenti di chiara fama nazionale. Come nel Medioevo gli studenti venivano in città per seguire le lezioni di qualche celebre professore.
Infine, il palazzo Pubblico di Siena che da sempre è il simbolo della città e sede del governo cittadino. E da sempre è sinonimo di Buongoverno, così come affrescato in una delle sale più prestigiose, contrapposto al Malgoverno, anch’esso riprodotto.
Oggi, purtroppo tutto questo sembra smarrito. C’è chi dice che «domani è un altro giorno». È vero. Speriamo almeno che sia anche un nuovo inizio. Di gente capace e preparata in giro ce n’è tanta. E forse, diciamo la verità, si è fatto finta di non vederla. Da dove si riparte?
Ah, s’io fosse fuoco...
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Effetti del Buongoverno
La politica è una straordinaria fabbrica di sogni. Si compone di suggestioni e speranze di cambiamento per il futuro di ognuno e di intere comunità. Nel Novecento ha convinto milioni di persone con sogni internazionalisti, nazionalisti, pacifisti o guerrafondai, con illusioni di purezza di razze, soli dell’avvenir e tanto altro. È il motore psicologico che muove ancora, o dovrebbe muovere, il mondo.
Svegliarsi di colpo da un sogno fa, dunque, senz’altro un brutto effetto. Soprattutto se si è “barbari sognanti”. E scoprire che tutte le certezze granitiche su cui si reggeva il sogno svaniscono nelle cose di mondo degli uomini può avere effetti devastanti, così come che Roma ladrona non è poi così lontana dalla Padania. Colpisce così che ancora oggi, giovedì 14 aprile, i leghisti toscani parlino di “Orgoglio padano” così come di «cori contro la salentina Mauro». Come se ricordare le origine salentine della Mauro fosse prova di colpevolezza.
Vittorio Feltri su Il Giornale, uno che da sempre ha seguito le vicende della Lega, chiede ai leghisti di «non bruciare la Rosi solo perché è terrona». Ma i leghisti toscani probabilmente non leggono né Feltri né Il Giornale. Il sospetto viene perché proprio nelle sue pagine interne è pubblicato un dossier dal titolo “The Family” in cui sono pubblicate alcune fatture pagate con i soldi del partito (e quindi di tutti i contribuenti italiani, compresi noi toscani!, perché appartengono ai famosi rimborsi elettorali) in favore della famiglia Bossi, non solo di Renzo “il Trota”, ma anche di Umberto “il leader”. Le tasse del “capo” pagate dal teroriere Belsito, le spese mediche e i restauri della villa di Gemonio. E non sono chiacchiere, ma foto con documenti, fatture e bonifici. Ma non leggono neanche il Corriere fiorentino che pubblica un’intervista all’ex sindaco revisore del loro partito, Alessandro Pucci, che denuncia : «conti irregolari anche in Toscana». Pucci, sindaco revisore del carroccio toscano dal 2008 al marzo 2011, fa sapere al giornalista di non avere mai preso visione di bilanci in oltre due anni nonostante ripetute richieste, anche formali, fatte ai vertici toscani della Lega e a quelli federali.
Forse anche i leghisti toscani prima di dire di aver fatto pulizia non farebbero meglio a guardare bene sotto al tappeto? Perché pare ci sia ancora molto da pulire. Anche a Bossi, come all’ex ministro Scajola per la casa, il dentista veniva pagato «a sua insaputa»? Anche a lui venivano pagate le tasse «a sua insaputa»? Eppure l’Umberto non è terrone come la Rosi. Come la mettiamo?
È brutto svegliarsi da un sogno. Ma è bene farlo prima che diventi incubo. Per tutti e non solo per barbari sognanti.
Siena, il giorno dopo. La più grande manifestazione sindacale che si sia mai svolta per le strade della città è finita da poche ore. I montepaschini di tutta Italia sono ritornati a casa, arrotolando le loro bandiere e rimettendo in tasca i loro fischietti. A Siena però sono rimaste le polemiche. Alcune surreali, altre che invitano alla riflessione.
Partiamo da quelle surreali. Ieri, con la manifestazione in corso, c’era chi in strada e sui social network provava a sostenere la tesi che «si, loro scioperano ma sono pur sempre lavoratori iper-garantiti», oppure «tanto chissà chi ce li ha messi in banca se non la politica», o anche in modo ironico « sono tanti in piazza perché ogni dipendente si è fatto accompagnare dal politico che lo ha spinto».
Ora, è vero che il Paese è nella situazione in cui è per tante ragioni. E il fondo ancora non sembra toccato. Ma non è certo mettendoci gli uni contri gli altri che si risolvono le cose. Anzi, si possono solo peggiorare. Normalmente ogni manifestazione sindacale dovrebbe invitare alla solidarietà chi non è direttamente coinvolto, oppure alla riflessione sulle ragioni che hanno portato migliaia, in questo caso, di persone a manifestare. Ma raramente si era sentito in giro il tentativo di contestare lavoratori in sciopero. Ogni lavoratore ha il diritto a veder rispettato il suo contratto. Punto. Sia quale che sia. E per certe forze politiche che si dichiarano di sinistra queste dovrebbero essere regole sacrosante da rispettare
Altre polemiche hanno riguardato il fatto che i manifestanti non hanno avuto modo, se non in forma improvvisata, di ascoltare il comizio conclusivo, come si addice a conclusione di ogni manifestazione. Questa volta, invece, niente palco, niente sindacalisti, niente di niente. Un po’ strano in effetti. Ci sono stati anche momenti di tensione in piazza Salimbeni per questo. La piazza, in effetti, era troppo piccola. Ma un sindacalista che rinuncia a parlare è come un lupo che rinuncia a mordere. Non è nella sua natura. E sul perché i sindacati dei bancari abbiamo rinunciato a farlo invita alla riflessione.
Tutto questo, nessuno me lo leva dalla testa, ha a che fare con l'assenza di una sinistra riformista in Italia.
Alla fine ha trovato un argomento per tornare su tutte le pagine dei giornali.
Matteo Renzi dopo molte settimane (sembra passato un secolo) dalla sua Leopolda che avrebbe dovuto produrre chissà quale
Big Bang, sembrava "rottamato" dal nuovo corso della politica nazionale, con l'arrivo al governo di
Monti e dei suoi tecnici. Niente più "vento da fermare con le mani", come aveva concluso la kermesse fiorentina tra gli applausi. Niente più sogni di gloria.
Poi, a peggiorare le cose, era arrivata la storiaccia dell'onorevole
Lusi e dei milioni di euro spariti dalle casse della Margherita; e qualcuno aveva anche insinuato che quei soldi potessero essere finiti nelle disponibilità del suo progetto politico. Un'interrogazione in Consiglio Comunale di
Giovanni Galli aveva ottenuto una sorta di "no comment" dal suo portavoce.
Ora l'agognato ritorno sulle pagine dei giornali con una proposta che sa di vecchio ma che funziona sempre, almeno per vedere "l'effetto che fa", come cantava
Enzo Jannacci. Piazza della Signoria in cotto. Via le brutte lastre in pietra serena, si torni alla pavimentazione originaria con il cotto imprunetino, così come la vide quell'eretico del
Savonarola mentre bruciava dall'alto del suo rogo.
Che trovata. Simile a quella di mettersi alla ricerca della "Battaglia di Anghiari" di
Leonardo (con i soldi del National Geographic) o della proposta di rifare la facciata di San Lorenzo come avrebbe voluto
Michelangelo.
Sindaco, va bene che Firenze vive ancora della sua storia e di figure che sono a tutto titolo patrimonio dell'umanità. Ma continuare a sfruttarne l'immagine non è chiedere loro troppo? Quando si comincia a guardare al nuovo?
Ah, s’io fosse fuoco...
P.S. Nel pomeriggio il sindaco Renzi su facebook si lamenta perchè in Consiglio Comunale ha parlato di cultura per più di un'ora ma i giornalisti hanno riportato "solo" la sua idea del cotto in piazza Signoria. Certo, sempre colpa dei giornalisti. Anche questo non sa di vecchio? Anzi, di stantio?
«Il canone tv è un tributo come tutti gli altri. Pagarlo non è solo un gesto di civiltà è un obbligo». A sentire questo messaggio spot nel gennaio scorso avevamo avuto una brutta sensazione. Per la prima volta la calda voce fuori campo aveva ricordato ai telespettatori l’obbligo del pagamento, con una velata minaccia in caso di mancato pagamento di questo tributo che è «come tutti gli altri». Chissà se così lo hanno pensato anche le migliaia di aziende artigiane e di servizi che in questi giorni si sono viste arrivare la lettera per il pagamento di un abbonamento speciale alla tv. Mittente mamma Rai.
E chi un televisore in ufficio non ce l’ha né ci pensa proprio ad averlo? Non importa, si presume che un’azienda abbia comunque un Pc (magari per fare le fatture) o un monitor (magari per la videosorveglianza) e da questo potrebbero essere visti filmati, dvd o televideo, tutti rigorosamente di marca Rai. Dunque, pagare, zitti e mosca. Anzi, zitti e “farfalla”, nel ricordo del vecchio logo della vecchia Rai e del nuovo tatoo della bella Belen in grande evidenza ieri sera sugli schermi Rai1. Si paga per vedere no? Allora che si veda bene e in prima fila.
«Quanti siete? Che portate? Un Fiorino», diceva l’esoso esattore al ripetuto passaggio di Benigni e Troisi. Non gli interessava sapere quanti fossero né cosa portavano i malcapitati. Gli interessava solo riscuotere il Fiorino. Al cinema si rideva. Qui «non ci resta che piangere».
Ah, s’io fosse fuoco
Ormai la neve, come sottolineato da più di un commentatore (mi permetto di segnalare tra tutti la bella riflessione di
Pier Francesco Listri oggi su
La Nazione “Perché oggi la neve ci fa paura”), è diventato un problema di ordine pubblico e di emergenza nonché un incubo per famiglie e amministratori. Quest’ultimi pronti ad incrociare le dita ché nei loro territori non accada nulla di grave o,se accade, a dare la colpa a qualcun altro dei disagi subìti.
Il sindaco di Roma;
Gianni Alemmano, ad esempio è stato più pronto ad accusare la Protezione Civile delle mancate informazioni che ad organizzare un sistema di servizi per aiutare i suoi concittadini. Insomma, anche la neve è occasione per litigare, gettare accuse, addossare responsabilità. Agli altri, naturalmente.
Purtroppo, a chi si trova nel pieno del disagio poco importa di chi è la colpa del patito freddo o del buio vissuto; spera solo di essere semmai confortato e aiutato in tempi rapidi. Oppure, come da sempre è costretto il popolo italiano, si arrangia da sé. Giovedì scorso, in piena emergenza, i nostri colleghi hanno raccolto le testimonianze di intere famiglie senza luce, acqua né riscaldamento da 48 ore. Anche in quei casi ognuno si è organizzato per conto suo senza porsi nemmeno il problema di dove sia lo Stato. Da secoli è abituato alla sua assenza, purtroppo.
Bisogna invece riconoscere il gran lavoro di coordinamento e intervento della Provincia di Siena che ha allestito una efficiente rete di coordinamento della Protezione Civile, affidata a mani e professionalità esperte. Questo sì che sarebbe un caso da trasmettere e far conoscere anche ad altre realtà del Paese. Così per una volta invece di accusare gli altri si potrebbe più semplicemente dagli altri prendere esempio. E pensare che c'è chi vorrebbe abolirle le Province. Per sostituirle con cosa?
Ah, s’io fosse fuoco