Ah, s'io fosse fuoco
di Michele Taddei
Questo blog raccoglie i pensieri (
molti), riflessioni (
confuse), commenti (
di ogni genere) di uno che da quarant'anni vive su questa terra e si sente cittadino del mondo. E che ogni tanto si rammenta di un antico sonetto del senese Cecco «
S'i fosse fuoco, arderei 'l mondo..».
La campagna elettorale è partita ormai da qualche giorno. Gli otto candidati partecipano a dibattiti pubblici per spiegare il loro programma elettorale. E tutto, apparentemente, sembra svolgersi come in una normale competizione elettorale dove ci si fronteggia
vis a vis tra parti tra loro avverse.Poi, però, scava scava, si scopre che non tutto è come appare.
I problemi principali, nemmeno a farlo apposta, stanno nel centrosinistra che si presenta compatto al confronto elettorale con la stessa formazione con cui si era presentato alle Politiche di febbraio, con Pd-Sel e Socialisti. Abbiamo visto come è finita. Sel oggi è all’opposizione, la piccolissima pattuglia dei socialisti non ha né visibilità né ruoli di primo piano e il Pd ha finito per guidare un governo con i “nemici” del Pdl. Nel frattempo, è andata in frantumi la leadership di
Pierluigi Bersani e la guerra tra correnti interne ha mostrato il punto più cruento con i franchi tiratori che hanno impallinato prima il fondatore
Franco Marini e poi in 101 (e ancora oggi non si conosce il nome di nessuno di loro) hanno sepolto politicamente l’ispiratore democratico
Romano Prodi per l’elezione del Capo dello Stato.
A Siena, sembra stia andando in scena un gioco di società del genere. E tutti sono alla caccia di chi è il franco tiratore che starebbe, infatti, lavorando per sostenere apparentemente il candidato
Bruno Valentini mentre in realtà tramerebbe per indebolirlo e renderlo ostaggio di consiglieri che rispondono ad altre dinamiche (magari le sue). E così viene chiesto ai fedelissimi il voto disgiunto: preferenza per un candidato Pd di provata fiducia (
Persi, Vigni, Petti o
Ronchi?) e voto ad un altro candidato sindaco (forse
Laura Vigni?). I circoli vengono tenuti chiusi per impedire dibattiti pubblici, mentre si fa melina sulla propaganda elettorale del partito che ancora non è partita. A girare per la città non si vede ancora un manifesto con il simbolo del partito né uno con il volto dello stesso Valentini. Intanto, il movimento Siena Cambia, che in questi ultimi giorni ha assorbito molti ex ceccuzziani che sgomitano per farsi vedere, lavora per invitare a Siena oltre al sindaco di Firenze,
Matteo Renzi, i neogovernatori vincenti di Lazio,
Nicola Zingaretti, e Friuli,
Debora Serracchiani e pure l’ex sindaco di Torino,
Sergio Chiamparino.
Che qualcosa non funzioni se ne sono accorti tutti. Tanto che domani mattina sarebbe convocata una riunione urgente del Comitato politico cittadino in Federazione alla presenza dello stesso segretario provinciale
Niccolò Guicciardini. Le dimissioni poi rientrate del segretario cittadino
Giulio Carli hanno di fatto congelato il partito provinciale in una logica di parità, che sta bloccando ogni decisione. Ma la campagna elettorale è come una battaglia e ogni indecisione è un punto perso.
Le primarie del 20 aprile scorso, anziché porre la parola fine ad una diatriba ormai lunga oltre un anno, stanno accentuando le divisioni interne. Si dice che lo stesso
Franco Ceccuzzi che pure, a sorpresa, ha fatto una dichiarazione di voto pro-
Valentini (che ha prodotto effetti discordi nell’elettorato) abbia tuonato contro l’accordo concluso dallo stesso Valentini con l’associazione Confronti che ha portato
Alessandro Trapassi,
Laura Sabatini candidati nelle liste di SienaCambia. Come dire, nel partito vuole contare ancora l’ex sindaco.
Aggiungiamo poi, che il Pd anche in provincia di Siena non gode di grande solidarietà. E così il segretario provinciale gira ogni sera nei circoli anche i più lontani della provincia a dare la carica agli iscritti, ma a Sinalunga la presidente nazionale (dimissionaria) del partito
Rosi Bindi sarebbe stata aggredita verbalmente alla Coop, mentre il partito deve fare i conti con un sindaco che, si dice, da oltre un mese non si fa vedere in Comune. Inoltre, ogni mese i conti della Federazione sembrano non tornare mai. Forse per questa ragione qualche tempo fa il tesoriere si dimise e venne sostituito solo dopo diverse settimane. Per adesso si va in giro per i circoli della provincia a chiedere solidarietà e soldi. Ma di concreti aiuti ne giungono molto pochi. Così come pochi sembrano essere i contributi degli eletti e nominati a giudicare dal servizio de
Il Fatto Quotidiano della settimana scorsa. Sarà per questo che a Siena non sono ancora stati stampati i manifesti elettorali oppure perché questo rientra nell'astuto gioco del franco tiratore democratico?
Intanto un gruppo di giovani dirigenti democratici provinciali in Rete fa girare un documento. «Riteniamo necessario un congresso al più presto che possa rifondare il Pd e individuare gruppi dirigenti nazionali che sappiano ascoltare e comprendere i militanti. Vogliamo serietà, coerenza e correttezza, vogliamo abbattere le correnti individuali e tornare a parlare di ‘bene comune’. Noi ci metteremo ancora la faccia, per la passione e l'amore che nutriamo verso il nostro Paese, che sta precipitando ed ha bisogno di buona politica e di un buon governo». Chi scrive questi documenti può forse convivere nello stesso partito con chi teorizza il gioco del franco tiratore?
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Documento Pd Siena
Cose mai viste. Senza neanche accorgerci, abbiamo superato le porte di Tannhauser e visto cose che noi umani neanche potevamo immaginare. In pochi mesi abbiamo vissuto le prime dimissioni di un Papa dopo secoli e secoli e, giusto ieri, alla prima rielezione di un Presidente della Repubblica in oltre 60 anni. Cose, appunto, mai viste.
Ma c’è dell’altro. Abbiamo anche assistito alla autodistruzione di un partito politico che nel giro di poche settimane è passato dalla “non vittoria” (politiche di febbraio scorso) alla sconfitta certificata. L’ultimo, fatale, colpo è stato inferto dagli stessi deputati e senatori democratici che si sono tagliati il ramo da cui traevano linfa vitale, prendendo in ostaggio e poi impallinando due galantuomini come
Franco Marini, fondatore del Pd, e
Romano Prodi, ispiratore con il suo Ulivo del progetto democratico che fu costruito tra le due anime ex diessine ed ex popolari. Entrambi sacrificati per una serie di dispetti reciproci. Sarebbe stato come se i socialisti cent’anni fa non avessero votato compatti all’elezione di
Andrea Costa (uno dei fondatori) a vicepresidente della Camera, o i popolari non avessero sostenuto
Alcide De Gasperi al Governo. Per questo, giustamente, sono seguite le dimissioni di tutto il gruppo dirigente Pd da
Rosi Bindi a
Pierluigi Bersani. Cose mai viste.
A Siena, invece, il superamento delle porte di Tannhauser, invenzione cinematografica delle mitiche colonne d’Ercole, è stato la celebrazione delle seconde primarie nel giro di pochi mesi per la scelta del candidato sindaco per le elezioni del prossimo maggio. Altre primarie erano già state fatte a febbraio (
Ceccuzzi versus
D’Onofrio) poi rapidamente cancellate (
leggi). Ha vinto la novità rappresentata da
Bruno Valentini sulla continuità incarnata da
Alessandro Mugnaioli, che aveva il pieno appoggio dell’apparato di partito (
leggi).
Valentini, che si dimetterà da sindaco di Monteriggioni, ha avuto una discreto margine di vantaggio che gli ha consentito di imporsi sull’avversario ma non di stravincere.
Mugnaioli, onorando il suo ruolo, ha finito per fare leale dichiarazione di appoggio al vincitore, confermandosi così persona corretta. Cose che ci fa piacere vedere.
Purtroppo gli sconfitti, che pure in questa storia ci sono, hanno fatto e stanno facendo finta di nulla. E mentre, si dice, l’ex sindaco,
Franco Ceccuzzi, già sabato notte avesse riunito i fedelissimi per discutere le mosse future, chi ha incarichi importanti di partito non segue gli esempi dei dirigenti nazionali e rimane al proprio posto, come nulla fosse successo.
Giulio Carli segretario dell’Unione comunale e molti segretari dei circoli Pd cittadini, infatti, fanno spallucce e plaudono al vincitore, provando a far dimenticare gli sgambetti tentati e le tante piroette di questi mesi. Gli esempi dei dirigenti nazionali, a quanto pare non servono. Cose che ci farebbe piacere vedere.
E così da ieri il Paese ha un “usato sicuro” come Presidente della Repubblica,
Giorgio Napolitano, che ha finito per mettere tutti d'accordo, mentre il Pd di Siena ha un candidato unico,
Bruno Valentini che deve riuscire a mettere insieme tutti i cocci del suo partito. Due figure costrette ad essere “all inclusives” e che hanno un unico pericolo da evitare: rimanere ostaggi della stessa inconcludente classe politica che li ha scelti e che ora dice di sostenerli. Il primo ha in mano le sorti del Paese e non possiamo che auguragli lunga vita. Il secondo ha davanti una lunga strada disseminata di trabocchetti (pericolosi soprattutto quelli che arriveranno dall’interno) e non possiamo che auguragli buon viaggio. L’auspicio è che riescano a guidare la città e il Paese oltre le stesse porte di Tannhauser. Quelle del Pd, intanto, sono spalancate e forse non si chiuderanno più.
Ah, s’io fosse fuoco
Banchieri a «loro insaputa». Verrebbe proprio di pensare così nel leggere i resoconti dell’inchiesta su Mps a proposito di
Giuseppe Mussari, presidente dal 2006 al 2012, e degli altri ex vertici della banca senese coinvolti nell’inchiesta Antonveneta e suoi derivati (si veda
IlSole24Ore). «Mi occupavo d’altro», «non sapevo», «non capivo», sono alcune delle risposte fornite ai magistrati inquirenti della Procura di Siena,
Antonino Nastasi,
Aldo Natalini e
Giuseppe Grosso.
La «recita» in inglese con Nomura Sconcerta leggere (stamani su
Qn) la storia di come si svolse la celebre conference call del 9 luglio 2009 con il presidente della banca giapponese Nomura,
Sadeq Sayeed, in cui venne rinegoziato il derivato Alexandria che ha provocato gravi danni per Mps. Il presidente
Mussari, che non parla inglese, legge da un canovaccio il testo che
Gianluca Baldassarri (all’epoca capo dell’area finanza di Mps e oggi in custodia cautelare in carcere) gli ha spedito via fax qualche giorno prima. Quel canovaccio, in realtà, sarebbe stato preparato addirittura da
Raffaele Ricci, dirigente di Nomura. E
Mussari si limita a recitare un ruolo in quella che ha «tutta l'aria di essere una recita predisposta allo scopo di essere registrata» (come riferisce ai magistrati
Daniele Bigi, responsabile del bilancio di Mps che partecipò senza intervenire a quella video telefonata).
Mussari: «Si, ho capito» In quel canovaccio, dunque, erano contenute domande e risposte. Anche la risposta a quella domanda che
Sayeed ripete a
Mussari perché confermi di aver capito cosa sta firmando. «Yes, I understand», dice Mussari. Ma, forse, non aveva capito proprio cosa stava facendo né in che guai metteva la banca. Viene in mente l’episodio di
Silvio Berlusconi che all’Onu (dopo una notte in albergo a migliorare la pronuncia) tenne il suo discorso in inglese. E, per ironia della lingua, finì per essere l’unico a non capire cosa stesse dicendo. Per quella operazione oggi è ipotizzato il reato di «usura pluriaggravata» e «truffa pluriaggravata in concorso mediante induzione in errore». Dunque
Mussari banchiere senza cognizione né di cose bancarie né della lingua inglese? Chissà. Certo, oggi l'inglese è fondamentale per certi ruoli, soprattutto per chi in Mps, che si vantava di essere la terza banca italiana, aveva relazioni con banche d’affari quali Jp Morgan, Deutsche Bank, Bank of New York, Nomura e Rothschild. «Ma dove te ne vai se non sei padrone della lingua?», diceva negli anni ’60 Nando Mericoni, alias
Alberto Sordi, in “Un americano a Roma”. Lui l'inglese, come si sa, ce l'aveva nella cacofonia. Ma nessuno lo promosse a presidente di nulla.
Mussari firma lettere scritte da altri Dunque, Mussari banchiere «a sua insaputa» e quindi facilmente «inducibile in errore»? Forse. Si dovrebbe spiegare così anche quella volta che venne «indotto» a comprare la banca Antonveneta dalla spagnola Santander? L’acquisto, rivelatosi poi incauto e causa di tutti i mali della banca senese, sarebbe stato “suggerito" a
Mussari dal banchiere
Alessandro Daffina, responsabile operativo in Italia di Rothschild. In quella estate del 2007, «è stato
Daffina, lavorando per il presidente della banca spagnola Santander,
Emilio Botin, a suggerire all’allora capo di Mps,
Giuseppe Mussari, di comprare l’Antonveneta». Anzi, fu lo stesso Daffina a scrivere la proposta d’acquisto di
Mussari a
Botin. E su quella lettera di richiesta
Mussari si sarebbe limitato a mettere la sua firma in calce. L’episodio è raccontato sempre oggi da
Il Sole24Ore. «Caro Presidente (è
Mussari che firma ma la penna sarebbe di
Daffina) alla fine di agosto sono stato contattato da Rothschild che mi ha ipotizzato la possibilità che banco Santander possa dismettere Banca Antonveneta». Un autentico capolavoro.
«Ma questi hanno capito quanto devono pagare?» Una volta comprata la Antonveneta, i banchieri senesi vanno a colloquio con il manager dell’istituto di credito per il passaggio delle consegne. Ma nessuno di loro aveva idea del costo reale, lo avrebbe riferito ai Pm
Piero Montani, nel 2007 a capo di Antonveneta riportando l'incontro avuto con
Mussari e
Vigni. Il
Fatto Quotidiano stamani racconta che quando il manager spiega ai senesi che dovranno accollarsi anche i debiti, coglie «in costoro uno smarrimento (...) tanto da affermare che, forse, solo in quel momento i due realizzarono che l'esborso complessivo sarebbe stato ben più elevato dei 9 miliardi». «Emblematica è la domanda che
Montani si pose alla fine di quel colloquio: ‘Ma questi hanno capito veramente quanto devono pagare?'». Loro forse no. mentre i magistrati lo stanno accertando.
Per tutto quanto sopra descritto e per molto altro ancora, la Fondazione Monte dei Paschi di Siena ha deciso oggi che voterà per l’azione di responsabilità promossa da Banca Mps».
Ah, s'io fosse fuoco
Saranno gli elettori del Pd con le primarie a scegliere il candidato sindaco per le prossime elezioni. Tanto ci voleva (
leggi. A sfidarsi
Bruno Valentini e
Alessandro Mugnaioli. Il primo da quattro mesi chiedeva primarie aperte, il secondo era il capo del comitato elettorale di
Franco Ceccuzzi fino alle primarie del gennaio scorso. Paradossi della politica, quelle di coalizione con Sel apparvero chiuse e, infatti, furono pochi i senesi (poco meno di 2.500) che si recarono nelle urne democratiche (
leggi). Se anche il prossimo 20 aprile i votanti dovessero essere così pochi allora potrebbero essere guai seri per il partito di maggioranza relativa in città.
Dunque, primarie aperte, finalmente. "La via maestra", le hanno definite. Ma ci voleva veramente una settimana di passione tra assemblee notturne, incontri bilaterali e trilaterali, telefonate, cene galeotte, inganni e sospetti?
“Le primarie sono sempre la via principale per la scelta del sindaco”, ha dichiarato l’onorevole Pd
Luigi Dallai. Peccato che fino a poche ore prima lo stesso onorevole avesse lavorato su tutt’altra via.
“Ben vengano le primarie che lascino libertà nella dialettica ma che non spacchino il partito e la città”. ha dichiarato domenica scorsa al
Corriere di Siena l’europarlamentare
Luigi Berlinguer, che ha parlato solo a cose fatte, rimanendo in rigoroso silenzio per tutti questi mesi; anche sulla vicenda dei famosi “dissidenti” che nel maggio scorso votarono contro la giunta
Ceccuzzi portando l’allora sindaco alle dimissioni. Oggi, quei dissidenti, per voce dell’associazione
Confronti chiedono il reintegro e forse
Berlinguer dovrebbe spendere qualche parola per evitare che il partito si spacchi ancora.
Ma la dichiarazione che maggiormente ha fatto sobbalzare proprio nelle ore in cui sembrava spirare vento democratico di serenità è stata quella del segretario dell’Unione comunale del Pd,
Giulio Carli. “Le primarie hanno sempre rappresentato la nostra prima scelta”, scrive. Poi, spiegando i motivi che hanno impedito la strada per evitarle e su cui lui tanto si era battuto, riconduce tutte le colpe al “sindaco di un comune limitrofo che a causa delle sue smisurate ambizioni personali ha lavorato con crescente animosità per dividere la coalizione e affossare ogni proposta di valore che è stata avanzata, sino a minacciare di uscire dal partito”. Forse a
Carli era partita la penna in quelle ultime ore prima dell’assemblea pacificatrice che conduceva tutti i democratici sulla strada maestra delle primarie. Ma la sensazione è che lui quella strada non l’abbia imboccata, senz’altro non l’ha digerita.
Insomma, le primarie a parole le volevano tutti, ma poi c’è voluta una bella prova di forza per ottenerle. Del resto lo stesso
Alessandro Mugnaioli ha manifestato solo venerdì scorso nel tardo pomeriggio la sua intenzione di candidarsi. Se quella era la via maestra avrebbe potuto farlo anche prima senza che una decina di candidati potenziali venissero bruciati sul loro altare.
Adesso, comunque, la parola passa ai due candidati che devono sfidarsi su idee e proposte e su una campagna di comunicazione rapida che dovrà raggiungere il maggior numero di persone in una città fortemente provata da scandali, crisi economica e inchieste.
Bruno Valentini deve stare attento a non commettere l’errore di pensare di averle già vinte. Come
Bersani le elezioni. Per adesso ha solo vinto la battaglia per farle, ha riscosso la simpatia di tanti senesi (forse più fuori del suo partito che non negli organismi) e ora deve giocarsi tutto sul piano dei contenuti e delle alleanze. Su questo piano ha da ricucire molto perché negli ultimi giorni ha dovuto dire no prima a Sel (cui piaceva
Stefano Maggi) e poi ai Riformisti (che sostenevano
Piero Ricci). Si è quindi giocoforza indebolito con gli alleati ma i suoi no hanno alla fine avuto ragione sul partito. Se saprà ricucire anche con gli alleati, pone una seria ipoteca sulla vittoria finale.
Alessandro Mugnaioli, che aveva ben amministrato da presidente di Circoscrizione fino al 2006, era finito a fare l’uomo macchina di
Franco Ceccuzzi, prima nel partito, poi in Palazzo Pubblico (aveva tante deleghe che fatichiamo a ricordarle) e, infine, coordinatore dell’ultimo comitato elettorale fino a febbraio scorso. Adesso deve dimostrare di essere un uomo politico autonomo e in grado di reggere l’impegno di guidare la città senza l’ombra di qualcun altro alle spalle. Da come si muoverà in questi primi giorni potremo capirlo. “Oggi mi presento con i miei panni”, ha dichiarato. Vedremo. E vedranno gli elettori.
Ma con l’appuntamento del 20 aprile anche la città è ad un bivio. Queste primarie aperte e dall’esito tanto incerto, faranno finalmente capire se Siena è ancora una città progressista e di sinistra (ininterrottamente al governo dal dopoguerra) o se, come hanno sempre sostenuto i detrattori dall’opposizione, lo è stata per convenienza e calcolo. Un tempo votare a sinistra, così come avere la tessera del Pci o della Cgil, poteva aiutare nel lavoro e nella carriera, specie se montepaschina. Da oggi quella convenienza non c’è più e nessuna tessera è garanzia di nulla. Chi voterà Pd alle primarie lo farà solo per convinzione. Vedremo chi saprà convincere maggiormente i senesi.
Ah s’io fosse fuoco
Non è bastata la Pasqua né la Pasquetta. Ancora niente. Tutto congelato a vuote dichiarazioni d’intenti. Roma non era mai stata così vicina a Siena come in questi giorni. E pensare che un tempo i politici senesi si facevano beffe delle logiche che impastoiavano la politica nella capitale.
Ai tempi d’oro del Sistema-Siena si vantavano di una presunta superiorità, mentre la città sembrava sfornare strateghi e banchieri di alto profilo e, soprattutto, apprezzati e stimati amministratori. È bastato poco e tutto si è rovesciato. Anzi, tutto si è omologato, in peggio. E la Corte dei Conti recentemente ha confermato la profezia di
Ambrogio Lorenzetti sugli effetti del Buono e del cattivo Governo.
Mentre a Roma il premier incaricato
Pierluigi Bersani, che “non ha vinto le elezioni ma è arrivato primo” (come disse il segretario del Pd all’indomani del voto), traccheggia, prende tempo e gingilla per lunghissimi giorni, a Siena
Giulio Carli e
Niccolo Guicciardini (rispettivamente segretario dell’unione comunale e segretario provinciale) ci fanno assistere ad eguale e altrettanto snervante melina. Con il risultato che ad un mese dal voto gli italiani non hanno ancora un Governo (ma hanno un premier incaricato congelato che di fatto non ha rinunciato) e i senesi non hanno ancora il nome del candidato del centrosinistra a poche settimane dal voto.
“Abbiamo vinto spetta al Pd fare una proposta”, diceva
Pierluigi Bersani. Ma poi non è riuscito a formare nessuna maggioranza parlamentare. “Da giorni lavoriamo per ricercare proposte di candidature in grado di ottenere il più ampio consenso possibile”, dicevano la settimana scorsa al Pd senese, ma ancora non hanno indicato nemmeno una delle candidature possibili. Mentre oggi, indicato come ultima data utile dagli alleati Sel e Riformisti per discutere di una comune candidatura, è stata convocata e disdetta per sms due ore prima l’assemblea e la direzione comunale. In via Rosi (dove ha sede la federazione provinciale e dove, dicono, da giorni si discuta fittamente alla presenza di
Franco Ceccuzzi ma senza consultazioni allargate modello
Bersani) si sono presi altre 24 ore di tempo e una lunga notte insonne per trovare un nome che metta tutti d’accordo.
Un partito che fino a pochi anni fa si vantava di essere migliore dei suoi stessi vertici nazionali (più iscritti, percentuali di votanti più alte, più feste estive) sembra oggi ridotto ad uno sparuto gruppo di dirigenti che non riesce a smacchiare il giaguaro che ha dentro di sé. La batosta patita alle primarie dello scorso novembre (dove
Matteo Renzi vinse di gran lunga in provincia e in città) anziché aprire il gruppo dirigente al nuovo che avanza, ha incattivito ancora di più gli animi dell’apparato che si era stretto intorno a
Franco Ceccuzzi. Mentre i renziani sono ormai visti come ospiti sgraditi, ultimi in ordine di tempo dopo le espulsioni silenziose o rumorose degli ultimi mesi.
“Sembra quasi che ci vogliano spingere fuori dal Pd accontentandosi di mantenere il controllo di un partito mentre intorno tutto crolla o vacilla. Queste sono le ultime ore che abbiamo a disposizione per ricomporre un progetto unitario anche se non unanimistico e credo sia questo ciò che i cittadini vogliono da noi. Possibile che le primarie facciano così paura?”, ha sbottato questo pomeriggio
Bruno Valentini, renziano della prima ora che intende candidarsi a future quanto improbabili primarie di coalizione o di partito. Per adesso però nessuno si è fatto avanti per riempire il vuoto lasciato dalla candidatura “ufficiale” (passata al vaglio di primarie flop dello scorso gennaio)
Franco Ceccuzzi e i nomi sono stati sacrificati uno dietro l’altro:
Luca Ceccobao, Massimo Vedovelli, Fulvio Bruni, Anna Ferretti, Luigi Marroni, Massimo Bianchi, Alessandro Mugnaioli, Francesca Vannozzi e, ultimo in ordine di tempo un non ancora identificato contradaiolo dell’Onda.
Un vuoto di proposte che ha mostrato a tutti la visione corta di una strategia che per anni non ha avuto a cuore la formazione una classe dirigente autonoma e preparata. Un grave errore strategico che oggi sta pagando non solo il principale partito della città il Pd, ma tutto il centrosinistra e l’intera città.
Per domani sono previste altre, chissà se definitive, riunioni del Pd e di Sel e Riformisti. Speriamo che la notte, come nella celebre lirica di
Giacomo Leopardi, sia dolce, chiara e senza vento. Anche se da lontano si sente una brezza che potrebbe finire per sconvolgere tutto. A Roma è già arrivata e si vede. Intanto a Siena si continua a gingillare.
Ah s’io fosse fuoco
Ci sono due momenti fondamentali nella storia recente della pluricentenaria banca Mps che segneranno per sempre la memoria futura dell’istituto e dell’intera comunità senese. Due momenti drammatici e dai tragici epiloghi, purtroppo. Due morti improvvise. Nel mezzo c’è il disastro di cui ancora non se ne conoscono fino in fondo i contorni.
Nel 2006 fu la scomparsa di
Stefano Bellaveglia e poche settimane fa è stata quella di
David Rossi. Due vicende tragiche che raccontano meglio di tante altre cosa era stata la banca e cosa era diventata. Naturalmente i ruoli dei due protagonisti sono stati profondamente diversi in quanto
Bellaveglia aveva ricoperto il ruolo di vicepresidente di Rocca Salimbeni per nove anni, mentre
Rossi era stato un top manager dell’azienda con responsabilità di comunicazione e ufficio stampa, senza alcun compito operativo.
Eppure i due avevano quei tratti tipici della senesità che li rendeva l’uno con l’altro caratterialmente complementari. Sempre con il sorriso sulle labbra e pronto al saluto il primo, riservato e quasi altezzoso il secondo; lo potevi incontrare a passeggio per il Corso insieme a banchieri o semplici senesi l’uno mentre l’altro frequentava più o meno sempre la stretta cerchia di amici e colleghi. Eppure, entrambi si erano ritagliati il ruolo di interfaccia tra la città e il Potere granitico della banca. Il senese che voleva una risposta o cercava un interlocutore dentro la Rocca sapeva che poteva contare su di loro.
Non c’era problema che riguardasse la vita cittadina che
Bellaveglia non sapesse o di cui non fosse al corrente, sia di natura economica, proveniva dall’ambiente artigianale e dunque era addentro alle tematiche, sia culturale o sociale. La sua improvvisa morte, per una febbre malarica non diagnosticata tempestivamente mentre portava solidarietà in Africa, lo colse mentre era da poco uscito da Rocca Salimbeni. Uscita forzosa per far spazio al nuovo che avanzava e che, forse, non voleva ombre intorno. Di lui si era addirittura parlato come possibile Amministratore Delegato per controbilanciare il potere al neopresidente
Giuseppe Mussari, che aveva fama di essere asso pigliatutto già dai tempi della Fondazione. Ma non se ne fece nulla, e gli fu preferito quale direttore generale,
Antonio Vigni. Il tempo si è incaricato di dire se fu una mossa azzeccata. Eppure, non si era perso d’animo e continuava a credere nel Sistema Siena fatto di una rete solidale tra istituzioni pubbliche in favore delle situazioni più svantaggiate e difficili. Era stato, ad esempio, tra i primi a sostenere la solidarietà, anche internazionale. Aveva contribuito ai progetti in Tamilnadu e Sri Lanka dove Siena donò a quelle disgraziate popolazioni distrutte dallo tsunami del 2004 quasi 1 milione di euro. E proprio in una di quelle attività di solidarietà internazionale in Congo è morto perché non si limitò a stare dietro una scrivania. Al suo funerale fu pianto da centinaia di persone, senesi e gente normale, nella Chiesa della Santissima Annunziata in una triste e caldissima mattina di giugno. A tutti fu evidente che era, in qualche modo, rimasto “vittima” di un ingranaggio che lo aveva espulso.
David Rossi, invece, ha incontrato la morte volontariamente, con un ultimo volo da quella finestra da cui centinaia di volte si sarà affacciato durante le tante giornate passate nel suo ufficio in Rocca Salimbeni. Vi era entrato proprio dopo la uscita di scena di
Bellaveglia per seguire
Giuseppe Mussari, presidente prima in Fondazione e poi in banca. Riservato, taciturno, gran lavoratore, David non si lasciava sfuggire nulla. Era attento ai dettagli, anche i più impercettibili, nei suoi scritti mai un errore di battitura, nel suo vestire mai un accostamento sbagliato, perché è dai particolari che si comprende il contesto generale. Sempre un passo dietro al suo presidente, aveva cominciato ad assumere nel tempo un ruolo sempre più attivo e da protagonista. Per quanti volevano arrivare a
Mussari, o Beppe come molti a Siena lo chiamavano, bisognava passare da lui. Era diventato il crocevia di tutto. Di troppo, forse.
E quando
Mussari esce di scena nella primavera 2012, anziché essere fatto da parte dalla nuova dirigenza venne lasciato al suo posto. E forse questa è stata la sua disgrazia maggiore. La città in preda all’assenza di punti di riferimento certi ha usato il suo ruolo per tentare di arrivare al vertice della banca, e forse ne ha abusato. In questi ultimi mesi è apparso a tutti il taglio radicale che
Alessandro Profumo e
Fabrizio Viola hanno voluto imprimere nei rapporti con la città. Forse per non rimanere intrappolati e strozzati da quel “sistema” che si era nel frattempo aggrovigliato. Meglio rimanere isolati, meglio non mescolarsi, meglio rimanere a Milano. E così su David si sono ancora di più scaricate le tensioni, le ansie e i problemi di un’intera collettività ormai senza punti di riferimento dentro e fuori la banca.
Nel frattempo, c’era da lavorare per i nuovi. E c'è chi dice che non ci fosse tutta questa fiducia nel suo lavoro, come dichiarato a posteriori dai vertici di Mps. Troppa tensione.
David Rossi si è trovato al centro di tutto ed è probabilmente rimasto incastrato in un ingranaggio più grande di lui che ha finito per schiacciarlo. E lui, che era abituato a controllare tutto, forse, non ha retto. Pare che in quella maledetta giornata di mercoledì 6 marzo si fosse confidato con qualcuno e a qualcun altro avesse confessato già da qualche giorno la voglia di andare dai Magistrati, dopo la perquisizione subita. Chissà, forse per uno sfogo o per spiegare quella “cavolata” mai più spiegata, piegata in un foglio mai spedito.
Con la morte di
Stefano Bellaveglia fu l’inizio della fine per la Banca. Speriamo, almeno, che la morte di
David Rossi possa essere la fine di questo incubo per la Banca e per tutta la città. Solo così ci sarà un po’ di pace anche per quelle centinaia di senesi, amici e colleghi, che in una piovosa e triste mattina di marzo lo hanno pianto nell’ultimo viaggio.
Ora i loro nomi riposano nella cenere. In nome di Montepaschi.