Ah, s'io fosse fuoco

10
dic
2012
Se il Pd a Siena c'è batta un colpo

Ormai il tempo stringe, le elezioni politiche si avvicinano e anche quelle amministrative per Siena città. Ma se per quelle politiche il Partito Democratico sembra avere il vento in poppa, dopo il successo delle doppie primarie di coalizione, per quelle amministrative al Comune di Siena regna l’incertezza. Figlia, forse, di una paura del futuro che potrebbe compromettere definitivamente gli schemi su cui è nato e si è fondato il Pd. Mentre il Pd cittadino guidato da Giulio Carli plaude alle primarie «libere e democratiche» e punta senza indugio sul cavallo Franco Ceccuzzi, autocandidatosi da oltre un mese, quello provinciale non si è ancora espresso, bloccato com’è da mille equilibri difficili da mantenere.

Ceccuzzi, una candidatura fuori dal partito La candidatura dell’ex sindaco, infatti, è nata fuori dal partito, una mossa «forzata» per tentare di portarsi dietro tutto il partito che però dietro non c’è. Lo si è visto all’ultima iniziativa pubblica di mercoledì 5 dicembre, quando la saletta dei Mutilati ha dato un’aura di tristezza alla corsa in solitaria dell’ex sindaco. Ceccuzzi sa, e sapeva da tempo, di essere rimasto solo rispetto al partito regionale (dove ha senz’altro voce in capitolo anche Alberto Monaci) e al partito nazionale (dove lo stesso Bersani, quando è stato a Siena per la sua chiusura della campagna delle primarie non è stato troppo espansivo con il candidato a sindaco, a detta dei presenti). Fuori dal partito sono poi le iniziative che il suo comitato elettorale prende per coinvolgere le persone. In molti ad esempio non hanno gradito l’invito a seguire i risultati delle primarie nel suo quartier generale in via Montanini quando un tempo simili serate venivano passate in Federazione o nei circoli tra gli iscritti e i simpatizzanti. Quello che cerca di fare Ceccuzzi, insomma, è dare di sé un’immagine di discontinuatore anche verso il suo stesso partito. Nella speranza però che questo lo segua docile fino alle primarie.

Primarie sì per la legittimazione Già , le primarie. Qui si apre un capitolo dolente perché Ceccuzzi ne ha bisogno come il pesce del mare per potersi definitivamente legittimare. Nel 2010, infatti, la sua candidatura passò da un accordo stretto con Alberto e Alfredo Monaci, senza la «opportunità delle primarie», come oggi le chiama Carli. Questo è stato un peccato che in molti ancora oggi rinfacciano all’ex sindaco, reo poi di aver disatteso e rotto quello stesso accordo. Ma al momento non si profilano candidati disposti a sfidarlo. Sebbene in città ci siano le personalità in grado di affrontarne il confronto. Certo è che lo stesso Ceccuzzi gradirebbe candidature deboli e poco fastidiose, meglio se concordate, ad esempio con le forze politiche alleate. E così ecco che i Riformisti anziché i loro uomini di punta Riccardo Martinelli e Leonardo Tafani, sarebbero orientati (forse per non disturbare troppo l’ex sindaco) a presentare un nome di levatura ma con poco appeal popolare per fare bella figura e sedere poi al tavolo del vincitore. Lo stesso vorrebbero fare Mauro Marzucchi, che si è ritrovato a gestire il marchio di SienaFutura, collegato al movimento di Luca Cordero di Montezemolo, «troppo ingombrante» per avere le mani completamente libere, e i giovani di Sel, Alessandro Cannamela, Gabriele Berni e Michele Menchiari.

Ceccuzzi e la maggioranza smarrita All’appello delle primarie del centrosinistra però mancherebbe un altro candidato. Quello del Partito Democratico. Già perché ammesso che Ceccuzzi riuscisse ad avere con sé gli alleati Riformisti, Futuristi e Vendoliani, di sicuro non riuscirà mai ad unire ciò che, soprattutto nell’ultimo anno, ha contribuito a dividere. Cioè le molte anime del suo partito. Con il rischio, nemmeno troppo difficile da prevedere che né il gruppo dei Monaci, né quello di una certa Cgil, né quello che fa capo all’ex sindaco Cenni e altre personalità lo appoggeranno mai. Insomma, per la prima volta, Ceccuzzi non avrebbe la maggioranza del suo partito dalla sua. E se Giulio Carli non se ne preoccupa e tira dritto minimizzando, dovrebbe forse preoccuparsene il segretario provinciale del Pd, Niccolò Guicciardini, che rischia di avere in provincia un movimento di renziani che forti del 63% ottenuto chiederanno conto di un comportamento “pilatesco” nella città capoluogo.

I renziani e la voce della provincia Il sindaco di Monteriggioni, Bruno Valentini, in questo senso è stato chiaro. E all’ultima assemblea di Intesa dello scorso 30 novembre ha dimostrato di riuscire a portare dalla sua parte molti sindaci fino a boicottare le proposte della segreteria provinciale per il nuovo presidente (era stato proposto Massimo Bianchi ma è stato stoppato in quanto accusato di essere «uomo di stretta osservanza ceccuzziana»). Una prova di forza che potrebbe avere altri scenari e altre battute d’arresto in tutta la provincia così come lasciato intendere in un post su Facebook da Valentini: «Pensate davvero che dopo questa mareggiata, l’opportunità di aprire le primarie di Siena ad altri candidati oltre a quelli partoriti ufficialmente dal PD, possa essere decisa a tavolino da un capriccio di Renzi o, peggio, da accordi sottobanco degni della peggiore politica incarnata finora dai dinosauri che siedono in Parlamento da innumerevoli mandati? Non è lo stile di Renzi. È lontano anni luce da quel progetto che ha fatto scendere in campo un milione di italiani, molti dei quali lontani o delusi dalla politica tradizionale. Vi dico di più, è un anelito di rinnovamento che va oltre la figura di Renzi perché non l’ha inventato lui. Era lì e lui l’ha ben rappresentato. Per quanto mi riguarda, non pendo dalle labbra di Renzi. Ho già espresso le mie opinioni e mi rifiuto di credere che Siena non sappia esprimere una gamma di alternative capaci di esprimere potenzialità e meriti all’altezza della drammatica sfida dei prossimi anni, che saranno segnati dai fallimenti e dagli sbagli dei tempi recenti».

L’uomo nuovo e l’uomo solo E allora forse, si chiede qualcuno, sarà il caso di riuscire a ricondurre ad unità tutto il partito, nonostante Ceccuzzi. Far convergere le mille anime del Pd su un altro nome, un uomo nuovo, una personalità fuori dai giochi che sappia valorizzare tutte quelle sensibilità oggi in contrasto. E lanciare da Siena un modello a tutto il Pd nazionale che, dopo le primarie, si sa ricompattare di fronte alle sfide elettorali. Matteo Renzi è stato chiaro. Non vuole un «suo» candidato a sindaco (con il rischio di vedersi magari bruciare quel valore del 63%) ma non vuole nemmeno rimanere escluso dalla vita interna al partito, e di certo non potrà appoggiare chi ha gestito a Siena la politica negli ultimi 15 anni. Insomma, questa settimana sarà forse decisiva per capire se il Partito Democratico a Siena c’è. Se c’è batterà senz’altro un colpo, un colpo nel segno del rinnovamento ma anche nella continuità e unità politica. E potrebbe non essere un colpo gradito al candidato «solo» Ceccuzzi.

Ah, s'io fosse fuoco
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03
dic
2012
Bersani non ha petti toscani dove appuntare medaglie

C’è qualcosa nell’aria. C’è un clima di attesa, a sinistra, che non sembra foriero di buone notizie. Almeno per qualcuno. Il secondo turno delle primarie del centrosinistra è stato da poco archiviato con la netta vittoria di Pierluigi Bersani sullo sfidante Matteo Renzi ma non si festeggia ovunque. O per meglio dire si festeggia ovunque, ma non in Toscana dove non si riesce proprio a capire chi si appunterà al petto la medaglia della vittoria.

Qui il risultato del voto è parso la conferma di quello di domenica scorsa. Netta prevalenza dei renziani sul segretario. E quel ringraziamento di Bersani ieri sera, a risultato ottenuto, «all’apparato del partito che deve saper dialogare con la base elettorale e con l’organizzazione» è suonato un po’ ironico in una regione dove l’apparato e la dirigenza del partito sono forti ma non sono riusciti a contenere la “rottamazione”.

È vero, Bersani, rispetto a domenica scorsa, prevale a Grosseto (ma di soli 27 voti ) Pisa e Massa e Carrara, ma è a Firenze, Siena, Arezzo, Lucca e Pistoia che il sindaco fa il bis. E quel voto, dicono tutti i commentatori è la delegittimazione (anche agli occhi dello stesso Bersani?) che un ciclo politico è finito. «Un’accoppiata di figuracce - scrive oggi il direttore de La Nazione, Gabriele Cané – che si tenterà di camuffare dietro il successo del segretario». Insomma, si tenterà di minimizzare.

Ma poi qualcuno dovrà spiegare come è possibile nella regione di Vannino Chiti (vice Presidente del Senato), di Enrico Letta (vice segretario del Pd), di Rosy Bindi (Presidente del Pd), di Luigi Berlinguer, di qualche decina di parlamentari e centinaia di amministratori pubblici, di Enrico Rossi (Governatore della Toscana che pure ha un’alta percentuale di gradimento tra i toscani), di un segretario regionale piombinese e “rosso” doc, Andrea Manciulli, non si sia riusciti ad andare oltre il 45,1% dei consensi. Mentre il sindaco di Firenze, accusato di essere un corpo estraneo al Partito Democratico ha sfondato quota 54,8% dei consensi, raggiungendo il 55,9% nella “democratica” Firenze. Ad Arezzo, ad esempio è addirittura migliorato in una settimana passando dal 61,9% al 63,8% (Bersani si è fermato al 36,2%), a Siena dal 54,2 al 56,7% (Bersani si è fermato al 43,3%).

Minimizzare non basterà e quello di Renzi non è un "pericolo evitato, (come giustamente sostiene su queste colonne Tito Barbini) ma un rischio da correre. Un'analisi attenta e approfondita del voto  dovrebbe portare il gruppo dirigente toscano ad aprirsi all'esterno (lo chiede anche Valdo Spini) e potrebbe bastare per chi ha reali intenzioni di innovare il partito e rispondere a quelle migliaia di elettori del centrosinistra che non chiedono l’impossibile ma solo un partito un po’ più democratico in cui riconoscersi.

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26
nov
2012
Vincono Bersani e Renzi. Perde il Pd dell’apparato che minimizza

Primo Bersani ma vince Renzi. Potrebbe essere questa la sintesi di ieri in attesa del secondo turno. Il giorno dopo una tornata elettorale si va a caccia di vincitori e vinti. E questa volta, a mio parere, le cose sono più complicate di come appaiono. Intanto riduciamo, per semplicità, il ragionamento ai due principali contendenti del centro sinistra, anche perché hanno talmente concentrato i voti che per gli altri si è trattato di fare da comprimari e poco più.

Dunque Pierluigi Bersani e Matteo Renzi, l’uno primo e l’altro secondo sul piano nazionale, l’uno secondo e l’altro primo il dato toscano. Potremmo dire che hanno vinto entrambi, Bersani che ha dimostrato di avere intorno a sé consensi ben oltre il gruppo dirigente del Partito, e Renzi che ha ottenuto un risultato ben oltre il suo stesso Partito.

A vincere poi sono stati i milioni di italiani (poco più di tre milioni) che hanno deciso di dire la loro con il voto, togliendosi due euro di tasca. Una voglia di partecipazione che rinfranca i pessimisti e allarma Beppe Grillo.

A questo punto, rimane da capire chi ha perso questo primo round delle primarie. È illuminante, a mio parere, un tweet del giornalista Corrado Formigli che a ieri notte scriveva: «Comunque finisca il ballottaggio queste primarie cambiano il Pd più di un'elezione». Ecco sì, ad essere sconfitto è un certo Partito Democratico, non quello dei votanti , ma quelli di chi i votanti dovrebbe organizzarli. E cioè quei gruppi dirigenti, funzionari e stipendiati a vario titolo, che vivono di politica e pensano di manovrarne i risultati. Quasi sempre in favore di un proprio tornaconto personale, di carriera o altro.

Ad essere sconfitte, infatti, sono proprio quelle federazioni, soprattutto in Toscana, ancora fortemente organizzate che tentano, ormai bisogna usare questo verbo, di determinare prima i risultati elettorali, così da mettersi d’accordo tra di loro subito dopo. Insomma, potremmo fare esempi infiniti. Ma non è tempo.

Ad essere sconfitti sono la segreteria regionale del Pd e quella fiorentina, ma anche la senese e quella grossetana e via andando. Ad essere sconfitti sono i parlamentari Pd che anche ieri denunciavano l’arrivo in massa degli elettori del centrodestra (Luca Sani di Grosseto) quando invece il migliore risultato Renzi lo ottiene proprio nelle roccaforti di sinistra.

Insomma, ad essere sconfitto è un certo modello di organizzazione politica, che ormai resiste solo nel Pd e poco più. La tecnocrazia è la grande sconfitta. Non è più adatta a comprendere la società, e non solo perché non ci sono più le scuole di partito (ricordate le Frattocchie del Pci?) ma perché ormai non c’è più bisogno del Federale che dal centro va nella periferia a “raccontare” quel che accade, detentore della verità e della linea del partito.

Con il nuovo Millennio, Internet 2.0 ci ha messi tutti in rete e tutti possiamo farci un’idea di Renzi o di Bersani, ci possiamo addirittura parlare direttamente, senza la mediazione di questo o quel dirigente politico. Un tempo si distribuivano l’Unità, l’Avanti! o il Popolo la domenica mattina agli iscritti nelle città come nelle campagne. Oggi che con la Rete tutto è centro e niente è più periferia non c’è bisogno dei giornali di partito. E nemmeno delle strutture di partito. La gente che vota sa benissimo quello che vota (anche quando rimane a casa e si astiene) e nessuno potrà più farle credere che “gli asini volano” solo perchè lo dice il giornale o il funzionario di partito.

È l’epoca che stiamo vivendo, bellezza! È così. Si rassegnino gli stipendiati e comincino a guardarsi intorno. Dalle loro federazioni, da domani, passeranno sempre meno le decisioni importanti. Forse qualche poltrona ancora ma per poco ancora.

A Siena ad esempio la federazione del Pd è composta ancora da un numero nutrito di dirigenti e funzionari ed erano tutti schierati per Bersani, compreso l’uomo, un tempo forte del partito, Franco Ceccuzzi. Solo quattro sindaci (che già rivendicano il ruolo di moschettieri) su 35 si sono schierati da subito con Renzi (Scaramelli, Bozzi, Spanu e Valentini). E cosa è accaduto è sotto gli occhi di tutti. Ma qualcuno prova a voltarsi dall’altra parte, come lo stesso Ceccuzzi, unico al momento candidato del centrosinistra per la poltrona di sindaco a Siena, che oggi preferisce minimizzare e parlare di qualità della vita a Siena anziché del risultato (leggi). O come altri che si limitano ad esultare per il grande risultato ottenuto nell’affluenza alle urne.

Ora c’è solo da passare dalle parole ai fatti e “rottamare” non solo gli uomini ma anche il modello novecentesco di fare politica che ormai è superato, come certe ideologie. Quel che verrà di nuovo ancora non si sa. Spetta a chi incarna quel risultato, a Siena come in Toscana, rovesciare il tavolo del partito. Far riconoscere la sconfitta a chi fa finta di niente, mette la testa sotto la sabbia, parla d’altro e minimizza.

Ah, s'io fosse fuoco
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01
nov
2012
Siena nell’incubo. La Politica riprenda il suo ruolo

La notizia del decreto del Governo che di fatto cancella la Provincia di Siena e la fonde sotto il capoluogo Grosseto suscita sgomento e, in taluni, rabbia. Sentimenti comprensibili ma che impediscono un’attenta analisi di quello che è accaduto. Analisi che richiede lucidità per comprendere da dove ripartire.

Siena invece sembra in preda ad un angoscioso incubo da cui non riesce nemmeno a svegliarsi: Università, Banca e poi Comune, sono tutti tasselli di un mosaico in dissoluzione; nemmeno immaginabile fino a qualche anno fa quando Siena e il suo territorio erano ai vertici nazionali per qualità della vita.

Le risposte di quel che è accaduto si possono trovare semplicisticamente nel complotto e nell’invidia degli altri ma è banale. La verità è che da anni si è rinunciato a fare Politica, da anni i partiti sono stati svuotati del loro compito quello di essere luogo di elaborazione, di confronto duro e di scontro leale.

La fine dei grandi partiti della Prima Repubblica ha accelerato tutto questo, concentrando il potere nelle mani di poche persone.  Con la nascita del Partito Democratico, poi, il tutto potrebbe essersi perfino acuito. Un partito che negli obiettivi aveva quello di includere più storie e culture politiche, almeno a Siena ha finito per diventare terreno solo due fazioni, la ex comunista poi diessina e la ex democristiana poi popolare. E nel mezzo più nulla, o quasi. A sinistra come a destra.

Dal 2006 era sufficiente l’accordo interno tra queste due nomenclature e tutto era risolto, per decidere un sindaco, un presidente, un amministratore e forse anche un usciere. Agli altri, esclusi da questo tavolo, solo le briciole. Così è andata per tutti questi anni. Mai un confronto sulle idee, sulla società o sullo sviluppo economico del territorio che nel frattempo stavano mutando, anche per colpa di una crisi finanziaria ed economica senza precedenti. Ricordo ad esempio un convegno dell’autunno del 2010 al teatro dei Rinnovati (trasmesso in diretta da Canale 3) in cui venivano tranquillizzati gli imprenditori e i senesi che tutto andava bene e che la crisi era passata. E in ogni caso che c’era il Sistema Siena a dare conforto e sostegno. Purtroppo le cose non stavano così. Anzi, la crisi era solo agli inizi, anche quella della banca più antica del mondo.

Nel frattempo, la nave senese ha continuato a navigare verso l’iceberg come se niente fosse. Le sezioni del Pd si svuotavano sempre di più, gli iscritti venivano inondati di e-mail e sms ma raramente convocati per discutere né tantomeno per prendere decisioni. Che venivano prese da un numero sempre più ristretto di persone. Al limite si chiedeva agli iscritti quasi ogni anno di schierarsi per primarie nazionali 2009 (Bersani versus Franceschini) regionali 2010 (per i candidati alle regionali Spinelli versus Pugnalini), provinciali 2009 (Bezzini versus Mariotti e versus Bartaletti) con lo scopo evidente, sul territorio, di misurare ogni volta le forze delle componenti. Poi quando gli accordi erano fatti prima le primarie non si tenevano nemmeno (2010 niente primarie per Enrico Rossi presidente e Alberto Monaci nel listino bloccato e 2011 per Franco Ceccuzzi sindaco di Siena).

E così venivano perdute occasioni per il confronto, la politica veniva divisa in clan e chi era critico veniva escluso, anche manu militari. Si perdevano così anche importanti relazioni con Firenze e con la stessa Roma. Insomma, Siena piombava in un mortale auto isolamento, che qualcuno propagandava per splendido. Oggi, tutto questo è finito. È finita questa stagione e il risveglio è molto amaro. Quel metodo di accordicchi e pateracchi dovrebbe essere subito accantonato e sostituito da una più larga possibile partecipazione.

Sullo sfondo di questo autunno da incubo ci sono ancora primarie nazionali e pare di intuire che le “prove” di forza continuino, ma appaiono sempre più vuote di significato. Si chiede agli iscritti se stare con Bersani o con Renzi nel mentre che tutto crolla.

Le colpe di questo brutto risveglio non vanno però ricercate solo nel maggiore partito. Ma anche in quelle forze politiche, di maggioranza e di opposizione, che in questi anni hanno finito per fare solo gli interessi di questa o quella componente interna del Pd.

Il centrodestra poi non ha mai saputo, o forse voluto , costruire una classe dirigente credibile e autorevole da proporsi come alternativa. E non si dica che non è stato possibile. Laddove personalità e idee hanno dimostrato capacità e credibilità gli elettori hanno premiato anche il centrodestra, si prenda ad esempio Grosseto capoluogo.

In realtà, gli unici realmente esclusi sembrano rimanere i leghisti in salsa senese che, primi tra tutti, hanno cominciato a martellare su quel che non andava a Siena. Poi, lo scorso anno, anche lì qualcosa si inceppò e mandarono un Commissario a gestire le elezioni comunali.

Adesso, si tratta di ripartire. Ripartire dalla Politica senz’altro, non quella che produce comunicati stampa, ma quella che è fatta di incontri e scontri e confronti anche duri nelle sedi deputate. Quella che è fatta da persone nuove e che si sentono coinvolte nelle decisioni e che sono animate dal desiderio di ricominciare a costruire l’eccellenza di un territorio che ha perso la magia. Prima la Politica comincia ad analizzare a quel che succede con gli occhi della Verità e non della propaganda e meglio sarà per tutti. Il risveglio è brutto, ma il sonno genera solo incubi.

Ah, s'io fosse fuoco
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05
set
2012
A Siena prencipia il dibattito o continuano i monologhi?

Finita la Festa prencipia il dibattito. Sembra proprio così a Siena dove, appena si è chiusa la Festa provinciale del Partito Democratico in Fortezza, si è aperto il dibattito politico. Ha aperto le danze il sindaco di Monteriggioni, Bruno Valentini che sul suo profilo Facebook chiede una «nuova guida che rappresenti efficacemente e democraticamente il capoluogo» (leggi) e invita la politica a «compiere una severa autocritica, con un forte ricambio di persone». Il messaggio pare chiaro.

Si è aggiunto poi il vicepresidente della Provincia, Alessandro Pinciani, che chiede primarie per la scelta del futuro candidato a sindaco di Siena e contesta apertamente la richiesta che il Pd ha fatto nel corso della Festa di accorpare le elezioni comunali della città con quelle della Regione Sicilia il prossimo 28 ottobre. «Andare al voto in autunno - dice - a Siena impedisce di fatto la possibilità di tenere le primarie per la scelta del candidato a sindaco, non vorremmo che la richiesta di anticipo delle elezioni derivi proprio da questa volontà».

Intanto, dentro la Festa era andato in scena il vero senso di “viva la nostra Siena”, il titolo della kermesse che ha fatto storcere più di un naso ai democratici della provincia. È durante quelle serate in Fortezza che è stata annunciata - a sorpresa di tutti (compresi gli organi politici del Partito?) - la richiesta di anticipare le elezioni in autunno; è in quel contesto che sono nate le investiture sul Ceccuzzi bis di Enrico Rossi e di Matteo Renzi (cui forse il palco senese era stato dato solo se faceva quelle dichiarazioni viene da pensare). È, infine, nel serata conclusiva della Festa che l’ex sindaco Franco Ceccuzzi ha avuto la sua serata da one man show. Il palco tutto per lui.

Il palco tutto per lui come è stato tutto per lui il partito dal Duemila ad oggi (Ds prima e Pd poi), con una personalizzazione politica che sembra ricordare più i partiti carismatici che forze che si richiamano alla sinistra. Negli anni ’80 fu Bettino Craxi a personalizzare il Psi (e la cosa non piaceva certo ai comunisti e anche a qualche socialista, raro per la verità), poi arrivò Silvio Berlusconi con il suo Forza Italia (e la cosa non piaceva ai Democratici di Sinistra). Da dieci anni a questa parte la deriva ha coinvolto più o meno tutte le forze politiche dove a contare non sono più le sigle ma le personalità, da Antonio Di Pietro, a Pierferdinando Casini, da Gianfranco Fini a Nichi Vendola.

Una deriva che, a parole, la sinistra contesta perché, si dice, il «sale della Democrazia» sta nella partecipazione collettiva pur nelle diversità di opinione. Ricordo che alla fine degli anni ’80 nell’allora Pci senese dove Ceccuzzi muoveva i primi passi c’erano figure di grande spessore come Sergio Bindi, Riccardo Margheriti, Aurelio Ciacci, Emo Bonifazi. Da ognuno di loro ha appreso l’arte difficile della politica. Oggi, sembra deciso a proseguire per monologhi. Non tutti però sembrano condividere e cominciano a farsi sentire. Il dibattito, forse, prencipia solo adesso.

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05
lug
2012
La rivincita dei Prefetti sulle Province

Ancora non si è capito che fine faranno le Province. Saranno abolite o ridotte? Entro 20 giorni il Consiglio dei Ministri dovrebbe deliberare un'ipotesi di riordino. Sicuramente a sparire saranno quelle delle 10 città metropolitane, dunque la Provincia di Firenze. Il presidente della Regione Toscana, Enrico Rossi, sarebbe forse per eliminarle tutte, diventare il "sindacone" di Toscana e competere meglio con il "sindachino" di Firenze, Matteo Renzi, che però avrà sotto la sua giurisdizione metropolitana un territorio molto vasto composto da oltre 1 milione di abitanti.  Probabilmente Rossi dovrà accontentarsi di veder ridotte le Province toscane da 10 a 5 o addirittura a 3. Intanto, ha tempo sino a dicembre 2012 per ripartire competenze e funzioni amministrative delle stesse a Comuni e Regione.

Il Governo di Mario Monti, invece, ha deciso di intervenire duramente riducendo i trasferimenti agli enti locali, bloccando le assunzioni a tempo indeterminato e, incredibile dictu, azzerando gli affitti tra amministrazioni locali e Stato. Una bella pensata non c’è che dire. La sola Provincia di Firenze perde così 1.5 milioni di euro per ospitare nei suoi palazzi Prefettura, Questura e Caserma dei Vigili del Fuoco. Un modo un po’ spiccio per risolvere le cose. Chissà che succederebbe se la stessa modalità venisse estesa ad una famiglia che non ce la fa in tempo di crisi. Si azzera il canone di affitto col proprietario di casa e via fatta la spending review casalinga.

Sono proprio lontani i tempi di federalismo imperante quando i presidenti di Provincia domandavano: «A che servono i Prefetti?». Allora i funzionari dello Stato non rispondevano. Oggi a sparire sono gli amministratori eletti democraticamente mentre i prefetti rimangono al loro posto e senza pagare pegno. Come 150 anni fa ai tempi della prima unità d’Italia.
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