Due spunti e accapo
di Cristian Lamorte
...sentii con una certa esattezza che quell'altalenare tra ragione e follia era l'unico modo possibile di essere...(Enrico Brizzi)
Una città che si guarda allo specchio compiacendosi di piacere e che perde la capacità di guardare ai propri difetti per correggerli, per migliorare, per crescere. O, peggio, una città in grado di cullarsi sugli allori del passato per mascherare il timore del domani. Oppure, ancor peggio, una città che scruta i propri cambiamenti da dietro le certezze di un idillio temporaneo e destinato a fine. Proprio alla stregua di Dorian Gray capace di ingabbiare le sue paure e il suo futuro in un ritratto per dare adito al proprio narcisismo. E’ questo il rischio maggiore per Siena. E’ questa la minaccia di una città che dalla critica ha forse da imparare a superare i limiti dell’autocompiacimento e di una bellezza e di un patrimonio anche in ambito culturale, sì riconosciuti in tutto il mondo, ma spesso non in grado di riconoscersi in tutto il mondo. Quando i propri occhi non sono più in grado di scrutare i difetti è necessario fare affidamento alla vista e al giudizio degli altri cercando di fare tesoro della critica. Un tesoro che, anche in ambito culturale, è capace di arricchire il patrimonio già esistente. Guardare oltre. Al di là del compiacimento e del narcisismo, oltre i confini di una città che deve essere in grado di ricevere dall’altrui senza badare a quanto riesce a dare. Guardare oltre. Al di là di un passato glorioso e di un presente difficile. Nel nome di una candidatura e di un progetto ambiziosi che, nel nome della cultura, possono diventare idillio senza fine. Perchè ai tempi del governo tecnico non si può sempre guardare al buon governo altrimenti
“Le buone intenzioni sono inutili tentativi di interferire con le leggi scientifiche. Nascono dalla pura vanità. Il risultato è il nulla assoluto. Ogni tanto ci procurano una di quelle sterili e voluttuose emozioni che hanno un certo fascino sulle persone deboli. Tutto qui. Non sono altro che assegni a vuoto” (Il ritratto di Dorian Gray – Oscar Wilde).
Con uno sguardo al di là della cifra esosa di buonuscita per il dg Vigni (del resto anche il Trota prenderà 40mila euro di dolci dimissioni dal Pirellone) ciò che colpisce è il succedersi delle vicende, delle promesse spese, delle parole e degli slogan urlati, delle responsabilità intrecciatesi, delle accuse e dei patti di non belligeranza susseguitisi. Tutto questo trasforma la vicenda in una buona novella che buona non è ma che di paradossi vive e si alimenta in un circo chiuso per propria volontà. Per non aprire, forse per ragioni di comodo, le porte ad una realtà, quella esterna e quella fuori e dentro le mura di una città, fatta di reali sacrifici e di gente che lotta per uno stipendio o lotta per una buona uscita che sia solamente garantita dopo anni di stipendi al limite del dignitoso. E allora qualche dubbio viene. Sull’opportunità di scendere in piazza quando si lavora in un call center di banca part time e a 1200 euro al mese, quando per anni si è avuto agevolazioni anche sulle gite fuori porta e i buoni pasto per tutte le stagioni, quando allo sportello le persone ti supplicavano per mutuo agevolato, quando hai lavorato in una bolla di sapone in grado di farti vedere a colori il grigio di un mondo del lavoro, quello reale, fatto di tagli veri allo stipendio, casse integrazioni annuali, pensioni in forse, pagamenti rateizzati e pagamenti mancati. Perché quel grigio è quello che spinge le persone a non intravedere un futuro che ha già perso la pretesa del colore. Ce ne sono tante che non hanno scelto di farsi difendere da un sindacato e ce ne sono tante per cui nessuno cura interessi che dovrebbero essere primari. Ce ne sono tante e molto di più di quelle 8mila scese in piazza per una manifestazione. Ce ne sono poche che se lo ricordano, oggi, quando i dirigenti prendono una buona uscita da 5,8 milioni di euro e una lotta annunciata come epocale si ferma in meno di un mese. Ce ne saranno pochi, domani, se le parole dei titoli in borsa, spread, default riempiranno le bocche, le urla, gli slogan, le rivendicazioni, le vertenze svuotando invece la mente della capacità di guardare un metro al di là dei propri interessi, della propria realtà. Se questo è il frutto di una società “tecnica” è forse il caso di abbandonare il tecnicismo dei termini perché le parole speranza, futuro e dignità stanno acquisendo sempre più un’accezione di rottura con i tempi che corrono e gli attori che recitano nei palazzi e nelle piazze. Altrimenti rimane il silenzio.
«La nave è inclinata».
Mi aspettavo che il suo occhio fosse cascato su quel centinaio di persone che, come formiche, come in processione, aspettavano di scendere a terra.
«Ma si rende conto che è buio e qua non vediamo niente?».
Mi aspettavo una giustificazione degna di essere chiamata tale o, per qualsivoglia motivo, definibile come “plausibile”.
Fin dal primo momento c’è stato un accanimento mediatico sul comandante Schettino fino al punto, complici forse anche chi avrebbe potuto difenderlo, di farlo diventare il capro espiatorio di una tragedia. Di solito è usanza italiana. Mi sono chiesto e mi chiedo ancora se sia così, cercando di sorvolare ogni giudizio in merito sperando invece in una notizia di merito. Niente. Anche al di là della telefonata solo una cena a bordo prima dell’impatto fatale, la richiesta, il giorno dopo, di vestiti asciutti al tassista e di un caffé con molto zucchero alla reception dell’hotel. In alcune persone, per il ruolo che ricoprono, è riposta la fiducia e la speranza. Nei momenti di paura e di smarrimento fiducia e speranza rimangono appigli a cui aggrapparsi come scogli. Schettino (non c’è bisogno di chiamarlo comandante) non ha fatto questo. E di tutte le colpe che gli vengono imputate forse non spetta a me imputargliele, non quelle giudiziarie e nemmeno quelle marinare. Ma una sì, non mi sento in dovere ma i diritto di imputargliela: quella di non aver dato fiducia e speranza a quel centinaio di persone che, come formiche, come in processione, aspettavano di scendere a terra.
Mi aspettavo e mi aspetto ancora una storia bella da raccontare per non far naufragare anche la speranza. La paura del buio. Vorrei che me la potesse raccontare quella bambina di cinque anni. La paura del buio. Vorrei che potesse essere un racconto a lieto fine nelle parole di una bambina e non la mera, stupida, codarda giustificazione di un comandante.
Mi aspettavo e mi aspetto ancora…“è stupido non sperare, pensò. E credo che sia peccato” (Il vecchio e il mare – Ernest Hemingway)
La prima ora di religione con
Padre Corrado era fissata nel diario di terza liceo in non so quale giorno della settimana. Ma ricordo che era la terza ora, quella dopo la ricreazione. Avevo 15 anni, e all’epoca si parlava di occupazioni, anzi okkupazioni, scioperi e manifestazioni tra i banchi di una scuola pubblica ricca di politica vissuta e parlata. Era trascorsa l’estate, quella del massacro di Srebrenica per intendersi, e noi alunni più o meno attivisti e più o meno attenti a digerire il primo Governo Berlusconi eravamo soliti discutere, arrabbiarci e, perché no, litigare sui temi di attualità politica. Erano gli anni che la politica aveva un valore tra i banchi di scuola come tra quelli del Parlamento. Anzi, credo proprio che fossimo sotto l’empasse del primo Governo Tecnico della storia della Repubblica Italiana, proprio quello che avrebbe aperto la strada all’oggi, con l’aplomb però, non di Mario Monti, ma di Lamberto Dini. E la politica era motivo di discussione anche tra noi quindicenni, più del Grande Fratello, e quella ricreazione, quella prima dell’ora di religione, la passai a litigare con una mia compagna di classe per diversità di vedute. Gli animi, ricordo, si riscaldarono tra due alunni non propriamente modelli che erano seduti in fondo a sinistra l’uno e in fondo a destra l’altra. Fu in quel momento, ancor prima che suonasse la campanella di fine panino, che comparve in classe quel professore di religione in veste francescana. Mi aspettavo la predica del caso e il richiamo all’ordine immediato per poi lasciar spazio al mio finto ascoltare massime su parabole e dogmi.
Mi avvicinò sorridente, con una mano sulla spalla mi disse solo “pensa, chi parla per secondo spesso ha molto da dire”.
Sul mio immediato e interrogante silenzio suonò la campanella di fine panino. Il tempo ai miei compagni di classe di gettare le carte stagnole accartocciate con le ultime briciole e ci sedemmo, io in fondo a sinistra e la mia compagna di classe a destra. “Cristian e Francesca – disse Padre Corrado – di cosa litigavate? Perché non ci rendete tutti partecipi almeno ne parliamo insieme”. Fui io, ricordo, a rompere il ghiaccio di una domanda glaciale. Ma ancor più nitida nel ricordo fu quella lezione di religione in cui tutti ci mettemmo a parlare del motivo del contendere tra me e Francesca. Parlammo per un’ora del mio “Che” e della sua croce celtica sugli zaini. Simboli di un pensiero e di una coscienza in maturazione, i miei e i suoi, genuini quanto forse banali. Era il comune sentire di molti ragazzi della mia età ed è per questo che quel motivo di contendere divenne oggetto della prima lezione di religione. Tutti intervennero, i miei compagni di classe, per dire la loro apportando motivazioni e riflessioni ad una discussione calata nei toni e cresciuta nei contenuti. Padre Corrado stava in silenzio, in piedi perché non sedeva in cattedra, ora ammiccando un sorriso ora lasciando che la mano si appoggiasse in quello o nell’altro banco. Un’ora intera a parlare e ascoltare quello che aveva da dire la secchiona e il fighetto di classe, il genio di matematica e quella che prendevamo sempre in giro, quella che sbuffava sempre e il chierichetto di classe, l’appassionata dei take that e quello che ascoltava Venditti. Nelle etichette che ci costruiamo e ci costruiscono addosso già a quella età stemmo un’ora a discutere probabilmente proprio del valore dei simboli, più o meno politici o politicizzati. Ma ogni etichetta pensava e parlava. Suonò la campanella. Padre Corrado ammiccò l’ultimo sorriso. Non disse niente ma ricordo perfettamente che mi guardò mentre riprese la sua borsa nera di stoffa appoggiata sulla cattedra. E come arrivò, con quel buffo silenzioso sorriso ricco di parole, se ne andò senza proferire altra parola. Fu la prima di una lunga serie di lezioni, di religione.
A distanza di anni, la prima, però, me la ricordo ancora. Non ho mai capito perché non ho mai voluto chiedermelo, forse mosso dall’autoconvinzione di una coscienza nella strada della laicità, da dove avesse tirato fuori quelle parole che non avevano il peso di una parabola ma l’ascetica leggerezza di un pensiero profondo: “Pensa, chi parla per secondo spesso ha molto da dire”.
Poi ieri se n’è andato senza proferire parola e si presenterà oggi a chi di dovere con la sua borsa di stoffa nera che ha girato il mondo insieme a quel buffo silenzioso sorriso ricco di parole.
C’era una volta...
il 15 ottobre del 2011, una città italiana tra le più belle del mondo messa a ferro e fuoco da un piccolo manipolo di persone con cappucci e sciarpe e felpe nere. Erano poche centinaia e riuscirono nell’impresa che non riuscì, secoli prima, ai Galli e ai Cartaginesi. Il loro nome evocava la gloria degli Unni e dei Visigoti e rispondevano al carisma di un giovane il cui nome risuona ancora oggi di gloria al pari di Cesare o Nerone. Si chiamava Er Pelliccia. Capelli biondi e ricci a suggerire la migliore iconografia religiosa e la sua immagine scolpita nei giornali e nelle televisioni nell’atto, dinamico e atletico degno di un Discobolo 2.0, di voler spegnere l’incendio con un estintore brandito con fierezza d’armi d’un cavaliere d’altri tempi. Erano poche centinaia insieme a lui e riuscirono nell’incredibile impresa e nel loro intento di catturare l’occhio e l’arte di giornali e televisioni, proseliti e plastici di fantapolitica e pubblica opinione. Riuscirono nell’incredibile impresa e nel loro intento di oscurare addirittura rivendicazioni, slogan, progetti e sogni di un manipolo di persone, ben più numeroso e colorato, scesi in piazza indignati lo stesso giorno, nella stessa e in tante altre città del mondo. Ci riuscirono, in quell’impresa e in quell’intento, con la violenza eroica che non è rabbia o protesta ma un qualcosa mosso dal più alto valore dell’egoismo e dell’incapacità di saper pensare e vedere oltre un metro da se stessi, oltre una vetrina, una macchina, un cassonetto, oltre a dove arriva un sampietrino. Da allora quella città, caput mundi, non fu più la stessa, e nei giorni a seguire fino ad oggi altri manipoli di giovani si riunirono per cause e validi motivi d’indignazione nel comune sentire del volere, sopra ogni cosa, alzare la propria voce. Una settimana dopo quel 15 ottobre un nuovo manipolo di ragazzi e ragazze accerchiarono un edificio costruito per accogliere coinquilini da ogni parte d’Italia pronti a sfidare il destino. In quella casa che le cronache d’oggi consegnano agli avi sotto il nome di “Grande Fratello” i giovani furono disposti a tramutarsi in topi da laboratorio per la preziosa causa comune di un mondo migliore sotto l’occhio delle telecamere. Il loro sacrificio al dio in hd, e quello dei tanti ragazzi che fuori dalla porta rossa li accompagnavano in lacrime e giubilo e urla e abbracci al sol minimo collegamento, salvò la nazione dai problemi economici. Riuscirono nell’incredibile impresa e nel loro intento di catturare l’occhio e l’arte di giornali e televisioni, proseliti e autorevoli opinioni accompagnate ora da una rosa, ora da un ventaglio e ora da un ciondolo. Ma il più grande sacrificio doveva ancora compiersi nella Roma millenaria. Avvenne due settimane dopo quel 15 ottobre. Un manipolo di persone, giovani e meno giovani, di fronte al dio denaro, in fila dalla notte per vedere l’apparizione celestiale di una multinazionale spalancare le proprie porte ai terrestri. Riuscirono nell’incredibile impresa e nel loro intento di farsi scolpire dai giornali e dalle televisioni trionfanti con la loro manna dal cielo, mentre alzano il televisore nuovo, il telefono e il ferro da stiro di ultima generazione.
E vissero, fino ad oggi, felici e contenti.
Che rammarico non credere più alle favole. Che amarezza non aver sentito tramandate le gesta dei tanti che quel 15 ottobre scesero in piazza indignati ma che, con la sola forza delle idee e della volontà di cambiare, non riuscirono nell’impresa di catturare attenzione di media e pubblica opinione. Eppure erano molti di più dei manipoli raccontati nelle favole. Io, disilluso che vivo nella realtà. Però, queste di favole, non raccontatele ai bambini. Non raccontate le gesta di chi è riuscito nell’incredibile impresa di far diventare buono il lupo cattivo.