L'onesto bombarolo
di Andrea Frullanti
Ciò che mi circonda dal mio punto di vista, senza mediazioni. Una firma onesta che non farà di me
un cavaliere del lavoro. «Ma io sono d'un'altra razza, son bombarolo»
Finalmente primarie. Anche a Siena. Mi sembra proprio il caso di dirlo. L'ho scritto, l'ho detto più volte, ne ho parlato con tante persone che mi circondano e con cui mi interfaccio tutti i giorni. Non voglio dire che i nodi sono finalmente arrivati al pettine. Assumerebbe un tono vendicativo. Non voglio sapere cosa ha spinto il Pd senese, o una parte di esso che sembrava estremamente restìa, a indire le primarie. Sono arrivate punto e basta. Questa è la cosa più importante. Per ora è Bruno Valentini vs Alessandro Mugnaioli. Si può leggere anche come Siena Cambia vs Avanti Siena, vista l'attiva partecipazione dell'ex assessore comunale alla precedente tornata tra Ceccuzzi e D'Onofrio. Magari ci fossero altri, con dietro il Psi Riformisti o Sel, pronti a buttarsi nella mischia. Basta avere idee e essere disposti a confrontarsi su di esse e su temi attuali e concreti per una città che sta vivendo una delle fasi più critiche (se non la più difficile) della sua storia. "Sospensione dì ricreativo, si principia aì cominciare coì curturale" (cit.). Leggasi: che si dia inizio al dibattito, anche perché di tempo se ne è perso un bel po'. Il Pd finalmente si è deciso a usare il suo strumento principe, quello che può permettere al partito di crescere sia come consensi prettamente numerici, sia sul piano della progettualità e della struttura politica. L'ultimo augurio è che il tutto si svincoli da personalismi e dalle ideologie, ormai desuete, che poco si confanno alla nostra quotidineità. Lo abbiamo visto alle elezioni politiche, a Siena a maggior ragione. Guai a chi sfrutta la primarie per prendersi una rivincita rispetto a quanto successo nei mesi e negli anni scorsi. Siena ha bisogno di idee e di un confronto leale, schietto, acceso e onesto. Mi sembra l'unica strada da perseguire, la sola che può permettere al Pd di tornare ad essere il partito di riferimento cittadino. Buone primarie a tutti.
«Sono un italiano medio, torno a casa dallo stadio. Da domani son precario, per fortuna Totti ha fatto un gol». Recita queste parole la canzone “Goal” di
Baccini. Anno di uscita, guarda il caso, il 2006. Un’annata in cui le urne portarono allo stesso risultato di questo 2013. Centosinistra che, sulla carta, vince ma che non può governare. Ieri
Prodi, oggi
Bersani. Una grande e sostanziale parità con
Berlusconi e il centrodestra. Un paese ingovernabile a cui oggi si aggiunge la mina impazzita
Grillo e i seggi – pochi, molto meno delle previsioni – accaparrati da
Monti e dala Scelta Civica. Tutti commentano il risultato come «soddisfacente», ignari che la campagna elettorale è finita e che, certe balle, se le possono risparmiare per quando – credo abbastanza presto – saremo chiamati ancora alle urne. La canzone con cui ho aperto dice una grande verità: l’Italia è un paese strano, che si accorge dei suoi problemi solo quando la drammaticità dei fatti non le permette più di distogliere lo sguardo. Unita e coesa solo quando in campo c’è la Nazionale azzurra. Per il resto siamo il paese delle frazioni, delle campane, delle ideologie, delle appartenenze. Una nazione che vota con la pancia non necessariamente con la logica. Da oggi, un’Italia sbaragliata sul piano politico da un sentimento di ribellione totale che ha portato il Movimento fondato da un ex comico ad essere il primo partito nazionale. Mi riferisco al M5S, non alla coalizione guidata dal PdL il cui leader, “tragicomicamente”, continua ad avere un discretissimo appeal sull’elettorato dello Stivale. Brindano i grillini, soddisfatti i montiani, non perdono i pidiellini ma non vince nemmeno il centrosinistra. Il Pd, per l’ennesima volta, è il grande sconfitto. Incapace di leggere e di interpretare quell’idea di cambiamento e di rinnovamento che l’Italia gli chiedeva con l’exploit alle primarie di
Matteo Renzi e che poi si è tradotto in quella Piazza San Giovanni a Roma, luogo storico della sinistra italiana, gremita per
Beppe Grillo. Il Pd è rimasto ancorato a quelle ideologie e a quelle facce, a quelle logiche autarchiche e autoreferenziali di partito, vecchie e vetuste, che l’Italia da tempo dimostra di non volere più. I
D’Alema, le
Rosy Bindi sono l’incarnazione di chi guarda solo al proprio recinto, cercando di mantenere precari equilibri interni che hanno reso schiavi gruppi dirigenti dello stesso Pd a più livelli. In Italia come nelle sezioni regionali, provinciali e comunali: in molti da oggi recitano un amaro quanto inutile
mea culpa. Nessuno vince, l’Italia torna ad essere «nave sanza nocchiere in gran tempesta» (
Dante, “Purgatorio”, VI): un popolo "ingovernabile". Era dai tempi del Liceo e dell’irrequietezza di quella sezione A che non mi rimbalzava in testa questa parola. Ma lì ci potevo ridere e scherzare. Oggi, drammaticamente, l’esito delle urne incombe come una spada di Damocle sul futuro della mia generazione. Incerto, cupo, nero: le zero prospettive che un “infratrentenne” vede di fronte a sé oggi, sul dizionario non trovano terminologie adatte a descriverne la gravità.
Benvenuti nel silenzio elettorale. «Finalmente». Credo sia il pensiero condiviso di molti italiani. Un’altra occasione persa. La campagna elettorale per le politiche 2013 è sostanzialmente questo: un’altra opportunità di parlare e di confrontarsi sui problemi veri dell’Italia gettata totalmente alle ortiche. Si perché nonostante candidati e partiti abbiano riempito pagine di giornali e palinsesti radiotelevisivi, il web e i social network, il confronto è stato sostanzialmente vuoto. O meglio, non c’è stato. Un esempio: in tutte le democrazie propriamente dette moderne, il faccia a faccia in diretta tv è forse l’apice di una campagna elettorale. In Italia non c’è stato. Fatto, per usare un eufemismo, abbastanza grave. È evidente ormai che il voto al tempo del “Porcellum” – che si ritorni a votare ancora con questa legge è un altro chiaro ed evidente scandalo per tutta la civiltà – non prevede un vero e proprio coinvolgimento da parte degli elettori. Il messaggio che tristemente ne esce è che un cittadino rappresenta per chi governa (o chi si appresta a farlo) né più né meno di una “X”. D’altro canto, non sono mancate frecciatine, polemiche, botta e risposta avvelenati. Perché il dibattito politico è diventato solo questo. In questa campagna elettorale, poi, tra giochi di alleanze, rimborsi elettorali, scandali bancari, letterine mandate a casa, insulti, l’arte della totale demonizzazione altrui e false lauree, non ci siamo fatti mancare proprio nulla. I problemi dell’Italia si sono ridotti a slogan, frasi fatte. Soluzioni, o anche tentativi concreti di invertire la tendenza se ne vedono pochi onestamente. Del resto, sembra che il compito di un politico sia dare una frase per un titolo o per un lancio d’agenzia. Il resto sarà valutato poi, l’importante è che smuova qualche voto. Peccato aver perso quest’occasione. Eppure delle buone premesse, seppur migliorabili, c’erano tutte (leggasi pure primarie nazionali del centrosinistra). Se non arrivano personalità, e soprattutto idee nuove e veramente riformiste, il rischio di totale default, prima sociale e culturale piuttosto che economico, sarà sempre più incombente. Cosa resta di questa campagna elettorale? Lo chiedo a chi legge perché onestamente faccio fatica a dare una risposta a questa domanda.
«Avanti Siena». «Siena cambia». «Siena si muove». «Più Siena». «Prima Siena». «Ora Siena». «Siena c’è». Ma possibile che nessun candidato sindaco abbia pensato allo slogan «Siena, Sveglia» o «Sveglia, Siena»? Gli ultimi terremoti che hanno dissestato la Città del Palio, e della banca più antica d’Italia, hanno nomi esotici ed “orientaleggianti”:
Alexandria e
Nomura, un’operazione e un ente di credito nipponico capaci di tagliare (definitivamente?) il legame che Siena aveva con il suo illustre, ricco, prestigioso e recente passato. Questa cittadina di 60mila abitanti si vede costretta a voltare pagina. Come si dice in questi casi, a ripartire da zero. E quindi meno soldi a contrade e sport, meno investimenti sul territorio, ecc: Siena, per chi ancora non lo avesse capito, adesso deve far forza solo sulle sue risorse. Limitate, o per lo meno non paragonabili a quelle di ieri, per quelle che sono necessariamente le dimensioni della città. Il tempo dell’opulenza sembra finito, sebbene in tanti ancora cullino quel dolce e soffice passato. E mentre, soprattutto, tutti sparano contro tutti a vicenda frecciatine al veleno. Tutti a puntarsi il dito, gli uni contro gli altri, per un motivo o per un altro. C’è chi sapeva e non ha detto, chi difende una persona per interesse, chi ne attacca un’altra. Sempre per interesse. E via commenti a pioggia sullo scoop del
Fatto Quotidiano. «Si faccia chiarezza». «Avevamo ragione noi». «Avevate torto voi». «È stato lui». Ci manca solo «Mamma, mi hanno rubato la merenda» e siamo tutti. Basta però. È tempo di svegliarsi. Svegliamoci tutti quanti. Chi ha delle responsabilità se le prenda, chi non le ha si rimbocchi le maniche perché adesso non ci potrà più pensare il “babbo” con la M maiuscola. Adesso ci devono pensare i cittadini e chi vuole amministrare una banca e una città con serietà, rigore, senza slogan o frasi fatte per dare un titolo alla stampa. Ci deve pensare chi non è abituato ad avere un santo in paradiso che gli faccia trovare sul piatto la cosiddetta minestra già versata. Il teatro ha chiuso battenti. C’è bisogno di concretezza, di temi veri, di pragmatismo. Si dia un taglio alle campagne mediatiche e si esaltino quelle che sono le ricchezze di queste terre. Infinite e invidiate in tutto il mondo. E non sto parlando di Mps. Io sono giovane, lo ammetto. Probabile che idealizzi la cosa e che forse non abbia la dovuta esperienza – o competenza - per comprendere tutto quello che sta succedendo. Probabilmente non so molte cose, altre le ignoro, altre non potrei nemmeno capirle. «Chi sa, sa» si dice dalle mie parti. Ecco, io so solo che è il tempo che tutti si rimbocchino le maniche. Dimenticandosi di quello che è stato e che forse non sarà più. Siena torni alle cose vere. Chi ama riempirsi la bocca di storie, frasi ad effetto e slogan su miti e chimere, per carità, se le risparmi. Perché c’è molta gente che è già stufa. E ancora siamo all’inizio per quanto riguarda la campagna elettorale. La campanella è suonata per l’ennesima volta. Sveglia, Siena. La ricreazione è finita da un pezzo.
I pugni più forti li hanno tirati, perché non poteva essere altrimenti, Santoro & Co. ma ai punti vince B.. È finita in gag, in un teatrino delle parti dove ognuno ha recitato sostanzialmente il suo copione. Un contesto dove il Cavaliere sguazza alla perfezione. Santoro arrabbiato, Berlusconi che alza i toni, Travaglio conclude con un editoriale dialetticamente superbo e Silvio risponde con una letterina, scritta da altri, ma letta comunque dal posto in cui interviene il vicedirettore del Fatto. È lì che Berlusconi ha vinto. Perché è salito sul trono, sul pulpito, per di più nello studio di una trasmissione di Santoro. Poco importava cosa diceva, nessuno stava ascoltando cosa leggeva, era al centro della scena, tutti gli altri negli angoli. Lui ancora dominatore e mattatore del mezzo televisivo. Ha vinto Berlusconi. Perché non si è mai parlato di politica – non facendo emergere quindi le assurdità dei suoi ultimi anni di impegno pubblico -, si è messa in caciara, è diventato cabaret. Ero tra quelli che aspettavano Servizio Pubblico come una sorta di resa dei conti, un’autentica singolar tenzone. Credo di essere tra i molti che ne sono rimasti delusi. È stato il B. Hill Show. Battute, risate, Berlusconi mascherina di se stesso e Santoro che suo malgrado si è prestato a questo gioco delle parti. Anche Travaglio, top player del team santoriano, è stato un fattore che ha permesso alla trasmissione di prestare il fianco alle risposte di Berlusconi, fino all’apice assoluto di avergli lasciato il centro della scena. Risposte, quelle di Berlusconi, politicamente senza significato e sostanzialmente incomprensibili. Poco importa: l’unica cosa che il Cavaliere ci ha insegnato negli ultimi 20 anni è che in tv bisogna fare casino, parlare, dire cose a vanvera, riempire il vuoto e i silenzi. Basta poco. Siamo un paese «ingovernabile», come ha detto, ci meritiamo una tv che non dica niente o che faccia del semplice rumore.
È stata un occasione sprecata. Un vero peccato. Peccato perché Luisella Costamagna e Giulia Innocenzi avevano fatto un gran lavoro. E non è un caso forse che gli sfondoni più grossi siano stati sparati da Berlusconi quando le due giovani giornaliste insistevano con domande incalzanti. Lì il Cavaliere ha vacillato e Santoro ha forse abbassato la guardia, lasciandosi andare a battute e luoghi comuni di troppo che il Caimano ha raccolto al volo come l’ultima ciambella di salvataggio per un naufrago in alto mare. Credo che se ne sia accorto anche Michele Santoro che infatti ha cambiato decisamente atteggiamento nella seconda parte della trasmissione, forse leggendo i primi commenti non propriamente entusiasti che arrivavano da Twitter.
Servizio Pubblico rappresentava l’occasione per inchiodarlo alle sue responsabilità, evidenti come la colossale figuraccia nell’ilare clip dell’arrivo da Angela Merkel con la cancelliera tedesca in attesa che il nostro ex premier concludesse la propria conversazione telefonica. A parer mio ci doveva essere dibattito più incalzante, non un botta e risposta cronometrato. Anche Marco Travaglio doveva rinunciare ai suoi editoriali per tornare a fare il cronista insieme a Costamagna e Innocenzi. Tutta la trasmissione avrebbe avuto un’altra efficacia e, forse, un differente risultato finale. Ma forse gli accordi “della vigilia” andavano nella direzione che abbiamo visto in diretta. Quando prepari una trasmissione simile, un faccia a faccia Santoro-Berlusconi, è necessario dover scendere a patti. L’illusione grossa, quella più autentica, sta proprio nel credere che un format tv possa ancora cambiare il mondo. Ha vinto Berlusconi, la televisione però ha perso molto della sua forza. La tv è tornata ad essere show business anche in politica – dopo che forse Monti e i professori ci avevano un po’ riportato con i piedi per terra, lacrime della Fornero a parte -, è tornata ad essere illusione, spettacolo, teatro e finzione, dove ognuno ha un ruolo e recita una parte secondo quanto gli consente la sua maschera. La politica, i problemi, le cose (sottolineo) vere sono ben altra cosa. Venghino, signori, venghino che lo spettacolo non è ancora terminato.
Ho saputo che non ci sei più dalle pagine dei giornali. Ed è forse questa la cosa più brutta per quanto mi riguarda. Perché è brutto trovare la tua foto dove prima cercavo la tua firma. C.G.: una sigla che ha sempre voluto dire molto per me: prima da calciatore, quando aspettavo un tuo giudizio o una tua menzione, poi da “collega”. Perché la tua passione e le tue conoscenze erano un confronto, con quello che scrivevo io nei miei anni di aspirante pubblicista, tanto utile quanto indispensabile e necessario. Non parlavi molto ma conoscevi tutti e tutto sul calcio dilettantistico. Il tuo sapere enciclopedico di quel mondo, spesso sommerso nell’universo dei media, è stata un’assoluta fonte d’ispirazione. Nelle tue parole poi, non c’erano mai faziosità, mai un eccesso. Carlo Guidarelli mancherà a molte persone e, sono convito, quelle pagine del Corriere di Siena, riempite con news e commenti sui campionati di Categoria e su quelli giovanili, da oggi agli occhi di molti, sembreranno più vuote. Io ti vedrò sempre là. Sugli spalti di cemento anche quando fa freddissimo e la penna trema nel disegnare i suoi tratti sul taccuino, di fronte una partita dove il fango vince sull’erba, dove non ci sono zona mista e sala stampa, dove un giornalista si confonde in mezzo al pubblico pagante. Dove vive la vera passione per il calcio, ha vissuto, vive e vivrà ancora Carlo Guidarelli. Grazie per tutto quello che ci hai dato.