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Da Bozzone a Vitellozzo. Carlo Monni, una toscanità senza tempo

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Ci sono personaggi, la cui scomparsa, ti lascia un segno. Persone con cui non hai mai parlato ma che comunque fanno parte della tua vita da sempre e che, dal preciso momento in cui non ci sono più, sai già che ti mancheranno terribilmente. Carlo Monni era una di queste persone. Ho avuto modo di ricordarlo in più circostanze e – ad una settimana dalla morte – credo che sia giusto che anche questo blog abbia uno spazio a lui dedicato.

“Se finirò, finirò come ì babbo. Se vorranno prendermi, mi dovranno prendere alle spalle”. Era come avrebbe avuto morire Vitellozzo, il primo incontro del dui Benigni-Troisi nel loro salto indietro nel tempo in quel “Mille-e-quattro, quasi mille-e-cinque” di “Non ci resta che piangere”. E in un certo senso anche Carlo Monni, colui che ha reso celebre e interpretato a meraviglia quel personaggio, è stato preso alle spalle dalla morte: da una malattia che non lascia scampo e che ha privato il mondo intero di un artista tanto eclettico quanto semplice e umile. Un autentico simbolo della toscanità più vera e autentica che ci lascia in maniera del tutto improvvisa e silenziosa, appena sette giorni fa.  “No' siamo quella razza che non sta troppo bene: che di giorno sarta fossi e la sera le cene”. Incipit della celebre poesia che il Carlo Monni-Bozzone recita in “Berlinguer ti voglio bene” e che rappresenta l’istantanea di una Toscana povera ma laboriosa, forse gretta, a tratti volgare, ma estremamente poetica e culturalmente ricca. Un luogo ideale dove ogni angolo di provincia è universo. Carlo Monni, di questa realtà, ne era volto, simbolo e personificazione. Lontano da qualsiasi retaggio mentale predeterminato e da visioni radical-chic così tanto in auge al giorno d’oggi. Carlo Monni è stato ed ha rappresentato quei caratteri distintivi che connotano universalmente la Toscana. Una Toscana fatta di provincialità e campanilismo, di grande laboriosità e di una povertà di matrice contadino-operaia che è valore e al tempo stesso monito e insegnamento per figli e nipoti. Un luogo fatto di tradizioni che si tramandano di padre in figlio e che confluiscono in quel mare magnum di usi e costumi a cui ogni toscano, campanile per campanile, dà del tu. “Devo tanto a Carlo – queste le parole dell’ultimo saluto di Roberto Benigni -. Pensavo fosse immortale. Ho cominciato con lui il viaggio vero della mia vita, abbiamo fatto quel percorso pieno di fuoco dove la vita è scintillio. Quella vita in cui, quando si è ragazzi di paese, ogni passo rimbomba e lascia un segno nel cuore”. Parole di un figlio che vede andarsene il babbo. Un padre che dietro quella faccia severa – che era maschera e corazza al tempo stesso – celava un'anima sensibile e aperta al mondo. Carlo Monni era un attore celebrato in Toscana e in Italia, la sua poesia animava le piazze, le pellicole, i teatri. Mi piace pensare che Carlo Monni sia stato l’emblema dell’Ottavina: una vita raccontata in otto versi endecasillabi con rima ABABABCC. Uno schema che non vuole essere solo un’estetica sonorizzazione della propria parola ma che invece è storia, è aneddoto, è racconto di una realtà presente e totale. Nell’improvvisazione c’è l’arte di vivere l’oggi, l’ora, il qui. Ecco, credo sia questo il più grande pregio e l’insegnamento che ci lascia Carlo Monni, il tutto arricchito da valori di semplicità e schiettezza assoluta. Tipica appunto di chi si pregia di definirsi “toscano”. Chi incontrava “il Monni”, a Firenze come a Campi Bisenzio e in numerosissimi borghi e angoli di ogni provincia toscana, lo riconosceva e lo avvicinava subito. Perché il Monni non poneva filtri. Di nessun genere. Dalla bestemmia alla parolaccia, la sua comicità era pungente ed emblematicamente vera. Volgare? Sì, anche volgare perché proveniente dal “volgo”, dalle classi popolari. Tutto ciò si traduceva in un’assoluta e poetica autenticità, apprezzata e amata da chiunque lo possa aver incontrato per strada, al bar, a passeggio, al mercato. Platea e palcoscenico, con Monni, erano in assoluta simbiosi. E con quali altri attori si può creare questa empatia tra coloro che, come Carlo, si possono fregiare di aver lavorato – tra gli altri – con registi del calibro di Massimo Troisi, Mario Monicelli, Pupi Avati, Tinto Brass, Paolo Virzì e Francesco Nuti? “Amo la compagnia degli amici, delle donne in miglior grado. Soffro, sbraito, mi lamento, rivolto le budella, piango, rido, mi sganascio! È per la vita, triste e allegra, che mi vanto. Amoreggio! Mangio e bevo! E canto!”. La risposta si trova nella parte conclusiva dell’incipit del libro che uscirà a breve in cui il Monni si è raccontato di fronte alla penna di Sandro Bartolini. “Baciami francese. Le avventure del giovane Carlo Monni” sarà disponibile a breve nelle librerie ma coperto da questo tangibile velo di tristezza. “Prima di conoscere il mondo – si racconta ancora l’artista nell’attacco del volume -, mi formai tra i fossi e i campi, pieni di pruni, erbacce,ortica, bietola, cardellini e beccafichi, scriccioli e pettirossi, mota e bottino, seguendo i consigli del mio babbino”. In quei luoghi, grazie al Monni, è un po’ come se ci fossimo cresciuti e formati tutti. E noi toscani, di ieri di oggi e di domani, lo piangiamo come si piange quando si perde “ì babbo”.
(Corriere di Siena del 26 maggio 2013 – www.sienalibri.it)