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La fatica di vendere un biglietto

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Sono io il primo a leggere in maniera superficiale i dati sulla vendita dei biglietti e – magari – valutare con sufficienza e superficialità un museo che vende 50 mila biglietti in un anno. Che poi sono una media di appena 140 biglietti al giorno.

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Ed invece dovrei anche io, come tutti, soffermarmi di più su quanto sia difficile e faticoso staccare ogni singolo biglietto, e non solo per quanto riguarda i musei, ma anche le mostre, i parchi e le attrazioni di ogni natura. Soprattutto a turisti, o anche escursionisti di una giornata, che poi rappresentano spesso il bacino più numeroso in cui andare a pescare.

Riflettiamoci meglio. Bisogna innanzitutto che quella persona conosca la città. Facile, banale, scontato per le mete ormai affermate del turismo internazionale, ma tutto da costruire quando si tratta di località piccole e che vogliono affacciarsi sulla ribalta. In secondo luogo, una volta che si conosca la destinazione, bisogna che quella persona decida di andarci veramente in vacanza, e dunque che il desiderio ed il “sogno” si converta davvero in una visita, che spesso nasce da quello che considero il motore del turismo: avere un motivo – uno solo, ma forte – per andare in un luogo. E già questo è un processo complicato. Ma siamo solo all’inizio.

Scelta la città, acquistato il biglietto aereo o del treno, oppure impostato il Gps su auto, o moto o bicicletta, questo nostro visitatore deve sapere che esiste quel museo, quella mostra, quell’attrazione e indovina quale possa essere il canale di comunicazione che lo ha raggiunto, o che è stato cercato. E che abbia scoperto che al suo interno ci sia una singola opera d’arte oppure una collezione o un fenomeno naturale che renda per lui interessante ed attraente la visita. A quel punto scatta la ricerca delle recensioni: prima di andare a comprare un biglietto, è ormai prassi inevitabile – e comune ad ognuno di noi – andare a vedere cosa ne pensano e ne scrivono quelli che ci sono già stati. Per capire se ne vale la pena, se è accogliente (dalla gentilezza del personale di biglietteria, alla illuminazione, alla lettura del percorso, alla presenza di didascalie almeno in inglese, non parliamo poi della qualità di un’eventuale bar o caffetteria), se oltre al capolavoro e alla curiosità ci siano altre cose interessanti, se è un luogo dove la visita corrisponde ad una esperienza così forte da far venire la voglia di farsi un selfie da postare su facebook o su instagram. E solo se la media delle valutazioni sarà molto positiva, decideremo di andarci davvero.

Poi, arrivati sul posto, magari chiederemo al personale dell’albergo o al proprietario del bed&breakfast una conferma sulla qualità, sugli orari di apertura, se lei o lui proprio ce lo consiglia oppure no, per essere ancora più sicuri che ne valga la pena. E solo a quel punto – sperando che le condizioni atmosferiche non siano troppo belle da far desiderare di godersi un gelato al parco o troppo brutte da sconsigliare un’uscita – ecco che il nostro “campione” si troverà di fronte alla porta di quel museo, pronto davvero a comprare il suo biglietto. O due, se si tratta di una coppia.

E deve ripartire tutta la filiera per venderlo un altro.