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Un lavoro come un altro. La statistica che non distingue tra buona e cattiva occupazione

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Il dato statistico sul numero degli occupati fornito dall’Istat è un elemento sul quale spesso i politici fondano le loro campagne di propaganda, tese a dimostrare l’efficacia delle proprie politiche economiche o, alternativamente, l’inefficacia di quelle degli avversari. Pur tralasciando qui il tema della difficoltà di circoscrivere concettualmente il rapporto tra politiche economiche e numero di occupati, sia in termini temporali che di effettiva relazione causa-effetto, una domanda però dobbiamo porcela: ma l’Ista come calcola il numero degli occupati? Come fa ogni mese a dirci quante persone sono state occupate? Semplice, fa un sondaggio ogni settimana.

Antica Querciolaia Marzo-Aprile 2018

Vi parrà strano, ma così avviene. I tecnici Istat pongono ad un campione di lavoratori potenziali la seguente domanda: “La scorsa settimana lei ha svolto almeno un’ora di lavoro?”. Aggiungendo poi: “Consideri il lavoro da cui ha ricavato o ricaverà un guadagno o il lavoro non pagato solo se effettuato abitualmente presso la ditta di un familiare“.

Infatti, ai fini delle statistiche Istat per “occupati” si intendono coloro che hanno svolto almeno un’ora di lavoro in una qualsiasi attività che preveda un corrispettivo monetario o in natura, oppure coloro che hanno svolto almeno un’ora di lavoro non retribuito nella ditta di un familiare nella quale collaborano abitualmente. Ovviamente a questi si aggiungono coloro che hanno risposto di non aver lavorato in quanto assenti per ferie o malattia. Messo così il dato assume tutt’altra fisionomia rispetto a quell’allure oracolistica che spesso gli viene riconosciuta. Qui non si vuole ovviamente fare della demagogia spicciola su un metodo di ricerca statistica che ha i suoi fondamenti scientifici, e che è codificato a livello europeo. Però è utile che i cittadini sappiano come quei dati, su cui in parte si giocano le loro scelte elettorali, vengono ricavati.

È dunque utile evidenziare che:

1) tutto parte da un sondaggio, e ciò significa che non sono dati “reali” frutto di un flusso di informazioni oggettive, bensì il risultato di un questionario;

2) le domande vengono poste ad un campione di lavoratori potenziali, non a tutti, e di conseguenza i numeri in termini assoluti che vengono forniti sono ricavati per via “inferenziale”, cioè attraverso calcoli probabilistici.

Lo statistico ci direbbe che un sondaggio deve indicare la tendenza, e che l’errore statistico o di rivelazione è calcolabile e dunque non incide sulla significatività del risultato, ma qui a noi premeva solo evidenziare che, appunto, trattasi di sondaggio e che dunque quando il politico dà i numeri in senso assoluto occorre tenerne conto.

3) la domanda che viene posta mira a sapere quante persone hanno lavorato almeno un’ora nell’ultima settimana, niente di più.

Ciò significa che ai fini statistici vale “uno” sia il lavoratore impiegato a tempo pieno durante la settimana, sia quello che ha lavorato una sola ora.

Se rispetto alla settimana precedente una persona che lavorava a tempo pieno dichiara di non aver lavorato in quanto licenziata, vale quanto un’altra che dichiara di essere stata assunta per una sola ora.

Per capirci, in assurdo: se tutte le aziende italiane trasformassero tutti i loro contratti a tempo pieno in part-time, il numero di occupati, ai fini statistici, rimarrebbe invariato.

Si dirà, ed è vero, che ciò vale anche specularmente, nel senso che allo stesso modo in cui basandosi sul dato degli occupati, così come calcolato dall’Istat, si rischia magari di sovrastimare un trend occupazionale positivo, può accadere che lo si sottostimi.

Ciò, però, potrebbe significare che alcuni fattori contingenti, legati ad una variazione nella strutturazione del mercato del lavoro, potrebbero in parte inficiare il significato del dato? Chissà, una riflessione forse sarebbe utile.

Qui si vuole comunque solo mostrare come il calcolo del numero degli occupati e delle sue variazioni, per il modo in cui viene effettuato, nonostante abbia la parvenza di un valore assoluto ed esaustivo, derivi invece da un calcolo probabilistico e non contenga alcune informazioni che sarebbero determinanti.

Ai fini delle statistiche Istat, inoltre, come abbiamo visto, vale come un occupato anche l’intervistato che risponde di aver lavorato almeno un’ora, senza ricevere retribuzione, nell’azienda di famiglia. Dunque il mero dato degli occupati non solo non tiene conto delle ore lavorate, ma nemmeno della tipologia del lavoro svolto, della sua qualità.

Finiscono infatti nello stesso calderone degli “occupati” Istat, senza distinzione qualitativa tra loro, sia il lavoratore assunto a tempo pieno con alta retribuzione, che quello che collabora un’ora, gratis, in famiglia. Le due situazioni sono considerate perfettamente intercambiabili ai fini statistici.

Ci possono essere metodi alternativi di calcolo che tengano conto dei dati reali, o che comunque valutino il numero di ore lavorate piuttosto che l’unità dell’occupato così genericamente intesa?

Magari no, perlomeno non con la stessa frequenza di emissione del dato garantita dall’Istat, ma allora l’informazione va presa per quella che è, utilizzando le molle e non il megafono.

Soprattutto bisogna ricordare sempre che quel dato non tiene conto né del livello di precarietà, né del livello di retribuzione, né delle condizioni contrattuali del lavoratore. Non tiene conto in definitiva se ci troviamo di fronte a buono o cattivo lavoro, dove il lavoro buono è quello con un accettabile livello di stabilità, giustamente retribuito e con adeguati diritti per il lavoratore. Quello cattivo invece è sempre più sotto gli occhi di tutti.