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La Sinistra e quella egemonia da riconquistare

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La Sinistra ha un enorme problema di egemonia culturale, ed il problema sta nel fatto di averla persa, quella egemonia, in favore del pensiero conservatore di destra.

Antica Querciolaia Marzo-Aprile 2018

Puoi sbatterti quanto vuoi, urlare al mondo le tue ragioni, ma quando tutti intorno a te raccontano l’Italia in un certo modo, e quel modo è funzionale ad una determinata parte politica, le tue urla si disperderanno inesorabilmente nel vento.

Quando nei telegiornali, nei quotidiani, nei periodici, alla radio, nelle riviste, nei saggi, nei convegni, alcuni temi (quelli tradizionali del pensiero conservatore) la fanno da padrone, ed altri temi (i tuoi) praticamente scompaiono, ti rimane poco da fare poi nelle competizioni elettorali, perché non ti crede e non ti ascolta più nessuno.

Ci sono temi politici che occupano da anni la scena dell’informazione, della divulgazione, dell’approfondimento e persino della ricerca: la sicurezza, l’immigrazione, le tasse, gli sprechi nella spesa pubblica, la Casta.

Ce ne sono altri invece che se non sono spariti, sono perlomeno passati in secondo piano rispetto a quelli dominanti: l’evasione fiscale, lo sfruttamento del lavoro, l’inquinamento ambientale e la deturpazione del paesaggio, il dissesto della sanità pubblica, che è un tutt’uno con il dissesto dello stato sociale nel suo complesso.

Ciò non è accaduto a caso, bensì è il frutto di un’egemonia culturale: l’egemonia del pensiero di destra che si è gradualmente sostituita a quella esercitata dalla Sinistra nella prima parte del Secondo Dopoguerra, consentendo al pensiero conservatore di appropriarsi del monopolio dei problemi e delle soluzioni.

Quello che vediamo, leggiamo e ascoltiamo ogni giorno è il racconto di un Paese dove non si sta più sicuri nemmeno in casa propria, dove bisogna vivere blindati e armati dentro le propria mura domestiche, e pretendere telecamere comunali che controllino fuori, come se delle gang di fuorilegge avessero ormai invaso tutte le nostre strade, dalla metropoli al più sperduto paesino di provincia.

Ovviamente non meglio identificate “gang”, perché invece la criminalità organizzata, quella vera, la Mafia, poco più fa ormai notizia.

Un Paese schiacciato nei suoi poderosi slanci produttivi e imprenditoriali da una tassazione al di fuori di ogni limite, e dove ogni denaro pubblico viene nel migliore dei casi sprecato e nel peggiore rubato da una setta di ladri che ha occupato abusivamente le istituzioni.

Una nazione invasa da orde di immigrati che rubano lavoro agli Italiani e che mettono a repentaglio la nostra sicurezza, finanche la “tenuta democratica” (cit.) del Paese.

Questa è la narrazione dominante, che come ogni racconto politico ha innegabilmente una parte (spesso molto esigua però) di verità, ma che enfatizzata a dismisura, rimbalzata a tamburo battente, propagandata nel tempo senza soluzione di continuità, irrompe nelle coscienze e si impone come l’unica “verità”, una verità la cui logica è strumentale all’interesse politico di una parte.

E strumentale lo è soprattutto nel momento in cui questo racconto riesce ad annientarne un altro, diverso, nel quale il Paese possa essere visto da un’altra prospettiva.

Non fa più scalpore, ed è ormai diventato un flebile rumore di sottofondo della comunicazione mainstream, l’enorme livello raggiunto dall’evasione fiscale, un fardello che mette in discussione la stessa tenuta dei conti pubblici, e dunque l’effettiva possibilità di adottare efficaci politiche di redistribuzione del reddito.

Per non parlare della riduzione dei diritti dei lavoratori, spesso calpestati in un contesto dove, a causa della crisi economica, i rapporti di forza sono del tutto sbilanciati a favore dei datori di lavoro, e con una normativa che paradossalmente va a ad aggravare quello sbilanciamento. Lo Statuto dei Lavoratori può essere messo sotto scacco senza che ciò meriti l’attenzione della pubblicistica.

Non si parla più dell’inquinamento dei fiumi, dei laghi, dei mari, dell’aria, dell’abusivismo che produce ecomostri e distrugge il paesaggio, nonché del nuovo consumo di suolo, tanto smentito negli intenti professati, quanto prodotto nella pratica quotidiana. Come se fossero problemi scomparsi, o al massimo questioni marginali a cui destinare un servizio notturno su Rai 3.

Una sanità pubblica messa in ginocchio dai continui tagli alla spesa, che non riesce spesso a garantire i servizi essenziali ai cittadini. Basti pensare alle liste d’attesa a cui sono costretti i cittadini più bisognosi (quelli che possono hanno la sanità privata a cui rivolgersi), anche in quelle regioni dove un tempo la sanità era all’avanguardia: mesi di attesa, che talvolta sforano nell’anno, il che di fatto significa che quel servizio non viene erogato. Non sono più ritardi, sono servizi cancellati.

Ma di tutto questo cosa arriva nelle nostre case? Nulla. Se non qualche notizia sulla malasanità quando ci scappa il morto, che ovviamente non viene ricondotta mai alla mancanza di risorse dovute ai tagli (altrimenti poi come fai a dire che vanno tagliate le tasse), ma semplicemente all’imperizia dei medici.

Quando si parla di poveri, il più delle volte lo si fa solo per trovare nell’immigrato il solito capro espiatorio, per puntare l’indice contro l’untore, reo di aver diffuso nelle nostre periferie il “morbo” della povertà.

Allo stesso tempo non c’è nessuno, o quasi, che trovi spazi adeguati per fare controinformazione rispetto alle false emergenze diffuse per alimentare le paure, e nessuno che faccia educazione per diffondere un approccio alle questioni che si fondi su valori alternativi.

Attraverso il controllo dei centri di produzione delle idee, il pensiero di destra può infatti contare su una continua trasmissione di valori e visioni del mondo dentro la società, mentre la Sinistra non trova più canali di collegamento con l’opinione pubblica.

Viene dunque naturale pensare che l’unico modo che la Sinistra abbia per ripartire sia dunque quello di dare il la ad una “riconquista” di lungo periodo dei luoghi dove poter raccontare un’Italia diversa, riprendere il centro del dibattito, tornare a svolgere il proprio ruolo dentro le redazioni, nelle case editrici, ovviamente con un’attenzione particolare a tutti i nuovi mezzi di comunicazione.

Ritornare a fare la propria battaglia culturale nelle università, dentro le fondazioni culturali, nell’associazionismo, e ristabilire un legame con il mondo degli intellettuali quale strumento di analisi e trasmissione di idee e valori.

Fare cioè il contrario rispetto a quella scelta scellerata, perché tale si è rivelata, di entrare dentro il racconto della destra e farlo proprio, assumendo i temi di quella narrazione conservatrice e destrorsa, nell’illusione di tornare popolari, ma finendo non solo per perdere la propria identità, ma paradossalmente anche per consolidare l’egemonia del fronte avverso.

Fare esattamente il contrario.