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La vecchia Firenze

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Tutte le volte che da Siena vado a Firenze in macchina, giunto alla fine della superstrada, anziché dirigermi verso Bottai e verso il Galluzzo, imbocco l’Autostrada del Sole. Dopo pochi minuti, raggiunto il casello di Firenze Sud, m’immetto nel raccordo, mi lascio alle spalle l’uscita di Bagno a Ripoli e prendo quella che conduce nel viale Europa, l’ampia e moderna via di accesso al capoluogo toscano per chi arriva da sud. Distributori, concessionarie d’automobili, spaziosi condomini, enormi cartelli pubblicitari, un po’ alla volta fanno posto a negozi, farmacie, banche, uffici, centri commerciali, e questo anche in quello che del Viale Europa costituisce il proseguo, il Viale Donato Giannotti, che poi incrocia via Coluccio Salutati all’altezza di Piazza Gavinana.

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In questo lembo meridionale di Firenze io ho trascorso la mia infanzia, la mia adolescenza, la mia giovinezza. Il campino da calcio, la biblioteca di quartiere, un cinema, la casa di mio cugino, il circolo “Vie Nuove”, un fornitissimo negozio di cancelleria, lo spiazzo dove con la mia compagnia parcheggiavamo disordinatamente motorini e automobili, la pizzeria all’aperto, le Poste. Ho lasciato molto di me in queste strade, tra queste piante, su queste panchine. Pensieri, impressioni, speranze. La parte buona di me, ma anche la parte peggiore di me. Mi è impossibile, di conseguenza, guardare a questi luoghi con l’indifferenza del viaggiatore distratto o con la golosa curiosità di chi vede aprirsi davanti agli occhi un paesaggio completamente nuovo e inconsueto. Non ci riesco. Forse in nessun altro luogo della terra come qui per me il vedere si traduce nel rivedere, il cercare nel ricercare.

Ad esempio, anche ora che percorro lentamente a causa del traffico il Viale Europa – alle 17 ho la presentazione di un libro vicino a Piazza Beccaria – non posso fare a meno di gettare uno sguardo alle insegne e alle vetrine dei negozi, che si trovano alla destra e alla sinistra della grande arteria urbana. L’elegante pasticceria che espone cioccolatini, torte, dolciumi, i quali, nel loro variare, danno conto dell’alternarsi delle stagioni. La torrefazione con le sue sale da tè, dove mia mamma, finché ha insegnato, si recava con le colleghe una volta al mese, a metà pomeriggio. Un poco più avanti, la chiesa di San Piero in Palco, in Piazza Elia dalla Costa, coi suoi giovani che corrono e i suoi anziani che parlano.  Poi, però, tutto ciò che vedo mi appare nuovo. A cambiare qualche volta è l’arredo esterno di un negozio, più spesso la destinazione commerciale dell’esercizio. E così dove c’era una merceria, rinvengo una rivendita di sigarette elettroniche, dove c’era una cartoleria, scopro un centro di telefonia mobile. Pare che poco o niente sia rimasto com’era e mi viene da ripensare a Baudelaire e a quanta verità ci fosse nei versi che chiudono la seconda quartina del “Cigno”, una delle tante perle racchiuse in quell’incomparabile scrigno, che sono “I fiori del male”: “d’una città la forma veloce si rinnova, / più rapida, ahimé, del cuore d’un mortale”.

Forse è proprio a causa di questo spaesamento che, nonostante l’avvicinarsi dell’inizio della presentazione, faccio un’inversione con la macchina e torno indietro. Lascio Piazza Gavinana, ripercorro il Viale Giannotti, proseguo per Viale Europa, rallento, al punto che da dietro qualcuno mi suona col clacson. Ma lo rivedo. Alla mia sinistra. Illuminato dalle stesse luci al neon di quando ero io ragazzo, più tristi e anonime di una sala d’aspetto d’ospedale. Apparentemente identico a come lo ricordavo, a come lo avevo conosciuto: il grande negozio di elettronica e ferramenta. Credo che poche cose mi siano più estranee delle merci e degli attrezzi che è possibile acquistare al suo interno. Non ne conosco né la funzione esatta né il prezzo. Eppure, mi fa bene ritrovare quel negozio, provo piacere nel sapere che è ancora lì dove lo avevo lasciato. Come una persona che credevo morta e che, invece, mi viene incontro con lo stesso sorriso stanco e beffardo di quando, il lunedì, commentavamo insieme le partite di pallone della domenica pomeriggio.

La sostituzione del vecchio col nuovo costituisce la vera essenza della contemporaneità. Acquistare, usare, gettare. Per poi rifarsi da capo. Rapidamente. Non è importante che il cappotto sia ancora in buono stato, non conta che lo smartphone ancora funzioni bene, non significa niente che le scarpe siano ancora nelle stesse condizioni di quando le comprammo. Dove la brevità della vita delle cose è accolta come una legge di natura – l’obsolescenza programmata dei beni di consumo – finisce che parole come conservazione, mantenimento, durata, generino fastidio sia in chi le pronuncia sia in chi le ascolta. E così succede che non soltanto quello che è l’ambiente per eccellenza dell’uomo – la città coi suoi luoghi e i suoi nonluoghi –, ma anche quella che ne è una delle prerogative fondamentali – il discorso, la narrazione, il racconto – diventi l’incessante celebrazione della novità, determinando una sorta di risemantizzazione del linguaggio, per cui “vecchio” viene a significare “consumato”, “superato”, “inutile”.

In questa mia urgenza di ritrovare tracce del passato dentro a un presente che a grande velocità si trasforma e trasforma, c’è più disperazione che amore per le rovine. Queste ultime, infatti, si possono amare e proteggere fino a quando non sopraggiunge la consapevolezza, in chi le osserva, che nessuna cura, fosse pure la più premurosa, è sufficiente a consentire loro di parlare ancora di un altro tempo, tempo che è stato, tempo che non è più. Quando, però, quel momento arriva, scende il silenzio, avvolge le rovine, le rende mute, indistinguibili, invisibili. Nessuna salvezza allora è più possibile, nessun coinvolgimento emotivo. Si produce una sorta di azzeramento sensitivo nel soggetto che le contempla, con la conseguenza che esse non possono più venire udite, non possono più venire viste. Il non essere si affaccia sulla scena, la cattura, la invade, la domina, e tutto è come se non fosse mai stato. E chi potrebbe amare ciò che non fu, ciò che non è?

Io, che sono nato alla metà degli anni Sessanta, sarò uno degli ultimi a soffrire dinanzi allo spettacolo della fine di un mondo con una sua profondità e una sua estensione misurabili in decenni e non in anni. Chi oggi è un adolescente o un giovane, è talmente abituato a vedere scomparire negozi e mutare insegne che crede che tutto ciò sia normale, che tutto ciò sia giusto. A tal punto la consuetudine ormai pare consistere nel rinnovamento continuo. La vendita online, la grande distribuzione, le attività in franchising, sono destinate a rendere anacronistiche le parole che un negoziante rivolgeva a un cliente, come “Sei tale e quale tuo padre”, a impedire il ricordo di quando davanti a quel bancone, dentro a quel piccolo ambiente, a essere ragazzo era chi parlava, a essere ragazzo era chi ascoltava. Non è lontano il giorno in cui anche l’attraversare il Viale Europa non indurrà nessuno, mentre sta guidando, a invertire precipitosamente la marcia per ritrovare un negozio o un esercizio commerciale legato a una stagione della propria vita oramai remota. Tutto sarà pura superficie, sulla quale scivolare senza attrito alcuno. Olio, ghiaccio, vetro. Superficie linda e perfetta, come un’insegna anonima e priva di storia. O come una memoria sfollata.