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Guido Ceronetti, un viandante a Cetona. E quel braccio alla ricerca di sostegno

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Pubblichiamo di seguito un ricordo personale inviatoci da Fabio Di Meo, ex sindaco di Cetona che negli anni ha avuto modo di conoscere molto bene Guido Ceronetti.

Antica Querciolaia Marzo-Aprile 2018

Cetona era per Ceronetti una “casa”, nella misura in cui può esserlo una terra di passaggio per un viandante alla ricerca del senso dentro la diaspora dell’umanità. Un campo base dove piazzare le tende per trascorrere la notte, in attesa che il giorno illumini la montagna da scalare.

Non ha radici chi viaggia dentro la tragedia dell’umano.

Era Guido, per coloro ai quali prestava il braccio alla ricerca di un sostegno nel suo procedere lento, sghembo, ma inesorabile lungo le vie del paese, come goccia che prima indugia sospesa e poi va a solcare la pietra. Quel braccio che diventava strumento di condivisione, di osmosi tra anime.

Quando vedevi il suo corpo così colpito, piegato, come un san sebastiano su cui fosse ricaduta una vendetta divina reo di aver osato una qualche verità, ne avvertivi allo stesso tempo una tal leggerezza, come avesse ossa di balsa e carni di carta velina, che ti chiedevi come facesse a non volare via sopra la piazza.

Pesantezza e leggerezza, in questo binomio risiedeva la cifra della presenza a Cetona di Ceronetti. Le sue parole – meditate, flebili, ruvide, sofferte – erano forza di gravità che schiacciava a terra i suoi uditori nelle occasioni pubbliche che il paese gli riservava. Ma, immancabile, una sua battuta, cinica o frivola che fosse, liberava l’auditorium in una risata che in realtà era un collettivo respiro di sollievo.

Un uomo che chiedeva aiuto – per curare i suoi libri, diffondere i suoi scritti, coltivare le sue abitudini, celebrare i suoi vezzi, alimentare i suoi principi. Lo chiedeva con l’animo di chi è assediato dai demoni generati dall’umanità, e lo otteneva, con compassione e riverenza, da quella stessa umanità di cui asseriva di provare terrore.

Riservato, sobrio, schivo, quando trascinava dietro di sé, come un pifferaio magico a cui non serva suonare, codazzi di ammiratori speranzosi di ottenere un consiglio, la lettura di un loro testo, uno scambio di idee. Colorato, poliedrico, carnascialesco, drammatico, comico, quando si svelava su un palco recitando e raccontando.

Inafferrabile e spiazzante come un sorriso durante l’apocalisse.