VIAREGGIO – Le parole che Donato Tramuto, lontane origini italiane, pronuncia più spesso sono “pace” e “compassione”. Si capisce abbastanza in fretta che questo signore di 69 anni ha passato buona parte della sua vita a cercare di “riparare i vuoti del cuore”.
A trasformare il dolore in ricostruzione, in speranza, in una sensazione che se non proprio bene, gli assomiglia molto. A Viareggio Tramuto arriva come vice presidente della Fondazione Robert Kennedy Italia, invitato dalla presidente della Fondazione Carnevale, Marialina Marcucci, che ha deciso di dedicare il secondo corso – quello di sabato 7 febbraio – alla pace.
Uno degli obiettivi della fondazione Kennedy, anche di Robert, senatore, ministro della giustizia, assassinato proprio come il fratello John, presidente Usa. Donato e Marialina Marcucci hanno condiviso presidenza e impegno nella Fondazione Kennedy; continuano a condividere valori e l’amicizia con Kerry Kennedy, settima figlia di Bob e fondatrice della Fondazione per i diritti umani che porta il nome del padre.
Parla con pacatezza, accanto al marito Jeff Porter, con cui ha creato la TramutoPorter Foundation con sede nel Maine e molti progetti anche in Italia e in Toscana in collaborazione con la RKF Italia.
Perché Mr. Donato, vice presidente della Robert Kennedy Foundation Italia, è al Carnevale di Viareggio? Quali sono i legami? E perché la RKF Italia ha voluto la propria sede in Toscana, a Firenze?
“Vorrei prima spiegare perché sono coinvolto con la Fondazione Robert Kennedy, per capire meglio tutto il resto”.
Perché Mr. Tramuto è arrivato alla Fondazione Robert Kennedy? E, poi, alla sede italiana?
“A otto anni, ho perso la maggior parte dell’udito, appena pochi mesi dopo che un ragazzo di 19 anni, confuso, sparò due volte a mio nonno: era in cerca di soldi per comprarsi la droga. Quattro anni dopo, mio fratello è rimasto ucciso in un incidente d’auto e tre anni dopo mia cognata è morta di parto: lei era anche la persona che mi insegnò a parlare correttamente. Ho vissuto così tante tragedie che Robert Kennedy che aveva vissuto, altrettante tragedie, mi fu di ispirazione, mi ispirò compassione e sin da bambino diventò il mio eroe. Fu davvero la mia fonte di ispirazione. Così dissi a me stesso: un giorno, se mai avrò recuperato il mio udito, cercherò di fare del bene e aiutare altre persone.
Tra gli 8 e i 18 anni ho subito 5 operazioni, e ho recuperato una parte del mio udito, anche se non del tutto. Ma non ho mai dimenticato il mio impegno, anche perché da ragazzino sono stato bullizzato. Sono stato bocciato un anno, in quinta elementare, mentre col mio fratello gemello andò avanti. All’epoca io non riuscivo a parlare bene, a causa del mio udito danneggiato e da allora quando vedo qualcuno con un problema desidero aiutarlo”.
Perché l’Italia?
“Di nuovo siamo legati a un ricordo. E a una tragedia che ha sconvolto il mondo: l’11 settembre 2011. Due nostri amici e il loro figlio di tre anni stavano a casa nostra, in Maine. All’epoca, la società sanitaria per la quale lavoravo aveva sede a Los Angeles e molte settimane viaggiavo da Boston a Los Angeles, appunto. Quella settimana dell’11 settembre non era diversa dalle altre.
Visto che i nostri amici erano con noi, nel Maine, e dovevano rientrare in California quella settimana, decidemmo di tornare a Los Angeles tutti insieme, decisione presa il sabato precedente all’11 settembre. Ma il 10 settembre mi alzai con un terribile mal di denti e decisi di andare dal mio dentista, a Boston. E visto che lo studio del mio dentista era vicino all’aeroporto di Boston, decisi di volare di notte. I nostri amici, invece, con il loro bambino di 3 anni, presero l’aereo che venne dirottato e si schiantò contro una delle Torri Gemelle.
Dopo essere stati al Memorial Center nella nostra città natale in Maine, venimmo in Italia e l’Italia ci salvò la vita con l’amore e la compassione che ci ha manifestato. Così ho iniziato ad attaccarmi di più a questo Paese, ritornando ogni anno intorno Natale. Eravamo rimasti colpiti dall’amore che la gente ci aveva dimostrato, le persone erano state compassionevoli. Così, nel 2011, a ottobre, tornati negli Stati Uniti, decidemmo con Jeff di creare la nostra Fondazione, la TramutoPorter Foundation, impegnata in progetti che trasformano il dolore in bene. Sappiamo che non è possibile riparare “il vuoto” che certe tragedie aprono nel cuore, ma crediamo che determinati progetti possano alleviare il dolore. E questa è la ragione per cui la TramutoPorter Foundation si è associata alla Fondazione Robert Kennedy”.
Che rapporto esiste con la famiglia Kennedy?
“Nel 2009 ho incontrato Kerry Kennedy e siamo diventati buoni amici. Così la TramutoPorter e la RKF hanno avviato molte collaborazioni, sia negli Usa che in Italia. Poi nel 2016, quando il presidente Trump è stato eletto la prima volta, noi abbiamo comprato il nostro appartamento a Firenze. É stato allora che Kerry Kennedy mi ha chiesto: “Mi aiuteresti con il Centro Kennedy a Firenze?”. Io le ho risposto: “Assolutamente”. Il resto è storia”.
Da Firenze a Viareggio come arriva la Fondazione Kennedy?
“Marialina Marcucci (attuale presidente della Fondazione Carnevale di Viareggio) è davvero una buona amica. E abbiamo condiviso la gestione della Robert Kennedy Foundation Italy (Marialina Marcucci è stata per alcuni anni presidente dell’ente no profit, ndr). Abbiamo lavorato insieme, la stimo moltissimo perché condividiamo gli stessi valori e, infatti, siamo qui perché il tema del secondo corso del Carnevale di Viareggio è la pace. Si tratta di un tema molto importante (affrontato anche da molte costruzioni allegoriche). Stiamo vivendo in tempi molto molto strani: perché non c’è la pace? Perché no?”.
La pace è uno dei temi di impegno della Fondazione Robert Kennedy.
“Il senatore Kennedy immaginò un mondo di pace, un mondo di inclusione e girare oggi, qui per Viareggio, e vedere persone giovani, meno giovani, diverse fra loro, tutte impegnate per la pace è davvero in linea con quanto immaginato da Robert Kennedy e con quanto fa la nostra fondazione.
La maggior parte del nostro lavoro, come Fondazione Kennedy, è legato all’istruzione, alla costruzione di una cultura di pace, una cultura di inclusione, una cultura del rispetto. Vengo al Carnevale da tre anni e in voi riconosco quello in cui Robert Kennedy credeva. Vorrei lasciare una citazione di Martin Luther King che una volta scrisse (lettera da un carcere di Birmingham, 16 aprile 1963): “Non sono le azioni degli uomini cattivi a dover essere ricordate, ma il silenzio delle persone buone”. In questo momento stiamo vivendo in un mondo nel quale, sinceramente, non so spiegare perché esista così tanto disordine, ma credo che non si debba avere solo speranza: si deve avere una speranza provocatoria, sfacciata”.
Quanto è difficile per la vostra fondazione restare attiva negli Usa, con un presidente “bullo” che appare negare i valori di Robert Kennedy?
“Non credo che nessuna causa per la quale ci si batte dovrebbe mai essere modificata in base al leader politico del momento. Noi abbiamo affrontato molte sfide nella storia degli Stati Uniti, ma ciò in cui crediamo non deve dipendere dal fatto che il presidente sia Biden o Trump. Io mi alzo ogni mattina pensando che cos’altro possiamo fare per raggiungere i nostri obiettivi senza permettere che le parole di qualcuno possa intercettare, bloccare la nostra concentrazione. É più difficile? Sì, ma non è impossibile raggiungere gli obiettivi”.
Quindi la politica non deve condizionare l’impegno?
“Bisogna mettere da parte il linguaggio politico e restare concentrati su quello in cui crediamo. Per alcune fondazioni che negli Usa dipendono dai fondi governativi è più difficile andare avanti; per noi, che non dipendiamo da quei finanziamenti, invece, è più facile. Noi sosteniamo la nostra fondazione da soli: abbiamo 28 membri nel consiglio di amministrazione e tutti contribuiscono e quindi noi siamo indipendenti. Perciò siamo fortunati da questo punto di vista. Ma è molto più complicato per tante organizzazioni che davvero dipendono dagli stanziamenti del governo e noi stiamo cercando di aiutarli: perciò la nostra fondazione sta diventando molto importante anche per loro”.
Come avete reagito alla decisione del consiglio di amministrazione del JFK Center di Washington di aggiungere il nome di Trump? Trump che da un anno è presidente del cda di quel centro, appunto.
“Prima di tutto dobbiamo ricordare la tragedia della perdita di John Kennedy e la pena che quella perdita ha rappresentato per il mondo. John Kennedy è il presidente che ha dato la vita per il suo Paese: nel 1964, il Congresso degli Stati Uniti decise di intitolare il Centro per le Arti al presidente Kennedy (con la moglie Jacqueline lanciò una raccolta di fondi da 30 milioni di dollari per questo centro, ndr). Penso che sia estremamente irrispettoso per la memoria del presidente Kennedy e della sua famiglia aver preso una decisione del genere e, addirittura, aver messo il nome di Trump prima ancora di quello di Kennedy.
Non so dire perché il cda del Centro per le arti abbia preso quella decisione, ma posso dire che l’intitolazione era un tributo a John Kennedy e dovrebbe restare un tributo (solo) a quel presidente. Non mi importa e neppure voglio entrare nel merito del decreto del 1964. Vorrei ricordare solo che la stessa moglie del presidente, Jacqueline chiese solo che il centro d’arte restasse intitolato al marito. Con questa mossa noi non abbiamo rispettato la volontà della famiglia Kennedy, non abbiamo rispettato l’eredità di John Kennedy. Penso che sia sbagliato: questa è la mia opinione”.







