Clelia Kolman
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Da bambina fuggiva da Fiume, tra confusione, paure e spostamenti continui.

Oggi Clelia Kolman, presidente dell’associazione Venezia Giulia e Dalmazia di Pisa, racconta quei giorni nei campi profughi di Migliarino e Calambrone, trasformando la memoria di un’esistenza sospesa in una testimonianza viva per chi vuole capire il peso dell’esodo.

Lei è nata a Fiume ed è arrivata a Marina di Pisa da esule. Che ricordo ha di quei primi anni?

“Ero solo una bambina e molte cose le ricordo a sprazzi. Ricordo l’esodo di tutta la famiglia, il periodo al campo di Migliarino… siamo stati lì per anni, poi ci hanno trasferiti alla colonia di Calambrone. Dopo ancora a Marina, a Pisa e a Livorno. Ogni spostamento era un pezzo di casa che lasciavamo indietro”.

Quando ha capito che non sarebbe più tornata a casa?

“Non c’è stato un momento preciso, ho preso consapevolezza piano piano”.

Cosa si perde davvero quando si lascia la propria terra?

“Tutto: la casa, gli affetti, la normalità. Chi non se n’è andato è rimasto in minoranza”.

Com’era la vita nei campi profughi?

“Era dura. Spostamenti continui, nessun posto stabile, nessuna routine. Nei campi c’erano persone provenienti da Tripoli, dalla Grecia, da tanti altri luoghi. Tante differenze, tanta confusione… eravamo vicini fisicamente, ma soli dentro. Non era vita vera, era sopravvivenza”.

Sentivate diffidenza da parte degli altri?

“Sì, c’era diffidenza, attenzioni negative e qualche sguardo ostile. Non era facile adattarsi, ma fortunatamente era un problema legato più agli adulti: io ero piccola e non lo riuscivo a capire. I grandi, invece, faticavano a trovare lavoro, casa, posizioni. Eravamo esuli e in qualche modo scomodi”.

A Marina di Pisa la situazione è cambiata?

“Man mano le cose sono migliorate. Ci siamo integrati, anche se all’inizio non tutti ci accettavano facilmente. Per fortuna, dopo sette-otto anni la comunità ha capito chi eravamo, la nostra lingua, la nostra cultura. Ci siamo integrati al punto che oggi c’è un cippo per il 10 febbraio a Marina”.

Si è mai sentita straniera, nonostante l’integrazione?

“Un po’ sì, soprattutto all’inizio. Ma la sensazione è svanita piano piano, con l’accoglienza e il tempo. Più che altro abbiamo percepito di essere di troppo: eravamo molti, in sovrannumero rispetto alle città che ci accoglievano. Era l’immediato dopoguerra, c’era una povertà immensa e per tutti è stato un momento difficile. Per noi, che non avevamo nulla, lo era ancora di più”.

Non vi siete mai sentiti scomodi, per la vostra storia?

“Io sono apolitica per una ragione ben precisa: gli esuli fiumani hanno vissuto prima l’occupazione fascista, poi quella nazista e infine il comunismo titino. Si può dire che abbiamo conosciuto il peggio delle dittature”.

Perché è ancora importante raccontare questa storia ai giovani?

“Sui libri c’era poco e ancora oggi non c’è molto. Raccontare serve a far capire che cosa è successo davvero e il dolore che subivano gli italiani, costretti ad affrontare sparizioni, dolori, terrore. Abbiamo pagato a caro prezzo il fatto di voler essere italiani in Italia”.

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