Inquieti ma pieni di aspettative. Preoccupati per il lavoro, ma determinati a costruirsi un futuro. I giovani italiani raccontati dall’indagine “Senso della scuola, senso del lavoro” dell’Osservatorio Iride – oltre 25mila studenti coinvolti – non sono una generazione rassegnata, bensì sospesa tra fragilità e ambizione.
Dietro questa tensione tra speranza e timore, secondo la sociologa dell’Università di Pisa Rita Biancheri, si nasconde una questione strutturale che riguarda l’intero Paese. «Non siamo di fronte a una generazione priva di motivazioni – spiega – ma a giovani che faticano a trasformare le proprie energie in opportunità reali. L’Italia investe poco su di loro e soprattutto fatica a riconoscerli come risorsa strategica nei luoghi in cui si decide».
Il 34,2% si definisce incerto e il 30,9% ansioso, ma quasi tre su dieci si dicono fiduciosi e ottimisti. Più di due su tre vogliono proseguire gli studi, mentre oltre il 60% teme di non trovare un’occupazione stabile. Eppure i desideri restano forti: un lavoro amato (91,6%) e avere successo nella propria mansione (89,6%), una vita soddisfacente (88,7%), relazioni stabili (88,8%), la possibilità di incidere sul mondo (74,1%) e – per molti – anche un futuro familiare con figli (70,8%).
Gli ostacoli da superare
Il punto, per Biancheri, non è soltanto occupazionale. Riguarda la possibilità di assumere responsabilità e contribuire al cambiamento. «Dai giovani, e in modo particolare dalle donne, arrivano spesso innovazione, capacità di adattamento e modelli organizzativi più dinamici. Quando queste presenze trovano spazio, i risultati si vedono anche in termini di produttività e competitività». Eppure questo potenziale continua a restare in larga parte inespresso. «Persistono ostacoli culturali e strutturali che limitano l’accesso ai ruoli decisionali. Spesso la fragilità viene interpretata come disimpegno, mentre è il riflesso di prospettive ridotte e di una mobilità sociale sempre più debole. Senza ricambio generazionale, però, non può esserci sviluppo».
Carenza di servizi
A incidere è anche il quadro delle politiche sociali. «La carenza di servizi, il costo della casa, la difficoltà di conciliare lavoro e vita familiare rallentano l’autonomia. Questo ritardo si riflette non solo sulle carriere, ma anche sulle scelte di vita, come quella di avere figli». Allo stesso tempo, osserva la sociologa, la distribuzione degli investimenti pubblici resta sbilanciata: «Formazione, studio e inserimento lavorativo ricevono meno attenzione rispetto ad altri ambiti di spesa, nonostante siano decisivi per la crescita futura».
Cambio di prospettive
Per uscire da questa impasse serve un cambio di prospettiva. «Occorrono – conclude Biancheri – istruzione di qualità, sostegno all’iniziativa imprenditoriale e una riduzione degli ostacoli burocratici. Ma soprattutto serve fiducia: senza la percezione concreta di poter costruire il proprio futuro, anche l’energia dei giovani rischia di disperdersi».







