Home Bolle di sapore Caro Mr. Trump, mangiare è un atto politico

Caro Mr. Trump, mangiare è un atto politico

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documento1-copiaAlcuni giorni fa, precisamente a 10 giorni dalle elezioni del presidente americano, sono stata ospite del Lions Club di Empoli, invitata a parlare di cucina e affini partendo dal libro che ho scritto (“In cucina con una cuoca pericolosa“, Primamedia Editore) e andando simpaticamente oltre. Una serata dove io e, credo, i soci del Lions Club ci siamo divertiti, rinnovando un dibattito (infinito) su cosa significhi mangiare da soli, in compagnia, nelle cerimonie ufficiali, sotto una tenda nel deserto o davanti al bancone di un lampredottaio. Abbiamo consumato la cena che ha preceduto e accompagnato la conversazione fra me e l’amico Cristiano Pellegrini seduti attorno a tavoli da conviviale, rotondi, con delicate composizioni di fiori al centro. Il cibo preparato dallo staff del ristorante che ci ospitava – “La Rondinella”, uno che raccomanderei se mi chiedeste un parere – apparteneva alla non comune categoria di quelli che nutrono oltreché riempire. In breve, il presidente del Lions Club empolese Stefano Ciambotti era riuscito a creare la condizione ideale per stare bene insieme, rilassarsi, riflettere su molti temi scherzosi e alcuni seri assai, quale il mangiare come atto politico o i valori fondanti del Lions, che sono servire la comunità per rafforzarne il benessere. Non solo di quelli che stanno già bene, ma anche di quelli che bene ancora non stanno.
Il dibattito sul cibo come nutrimento e condivisione è stato il catalizzatore dell’incontro e ripensandoci oggi, quando la scelta del nuovo inquilino della Casa Bianca fa dubitare della solidarietà e della comprensione che saremo in grado di trovare ed esprimere in futuro, mi viene da dire che queste occasioni di “comunione” dobbiamo tenercele strette. Moltiplicarle. Renderle un impegno fisso in agenda e non sporadico. In questo momento in cui il desiderio di esclusione e abbandono di cause solidali sembra prevalere, mangiare in comunione è un’ancora di salvezza. Finché riusciremo a radunarci intorno a un tavolo per condividere un pasto saremo salvi da ogni minaccia di segregazione, allontanamento, isolamento e chiusura del cuore e della mente.
Finché troveremo il tempo per sederci insieme e ascoltare anche la piccola, divertente, aliena esperienza di quello che ci siede accanto mentre manga un pezzo di pane e olio, saremo salvi.
Avete notato che nelle foto ufficiali di Trump e Obama o di Michelle e Melania (chissà perché le donne sempre per nome e gli uomini per cognome!) nel primo incontro alla Casa Bianca non c’è nemmeno un biscotto in giro e che le tazze col caffé e i bicchieri con l’acqua sono separati, ognuno ha i propri appoggiati su un tavolino ben distante da quello dell’altro/altra?
Magari è il protocollo che lo impone. Magari no.