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C’era una volta il Bel Paese

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Appare come su di un quadro sbiadito ed in bianco e nero l’immagine ed i ricordi da belle epoque del nostro Paese; sono passati poco più di quarant’anni dal miracolo economico italiano ma, in realtà, sembrano essere trascorsi secoli, sembra di rispolverare un’epoca immaginaria, lontana, forse irripetibile.

Il quadro che ci restituisce il 52esimo rapporto sulla situazione sociale del Paese ad opera del Censis è desolante e delinea un presente fatto di molte ombre e pochissime luci ed un futuro dalle tinte fosche.

L’Italia è un paese vecchio, dove non si fanno più figli, non ci si sposa più e soprattutto un paese che non infonde fiducia ai propri giovani ed alle generazioni future.

“La società – scandisce il rapporto – vive una crisi di spessore e di profondità: gli italiani sono incapsulati in un Paese pieno di rancore e incerto nel programmare il futuro. Ogni spazio lasciato vuoto dalla dialettica politica è riempito dal risentimento di chi non vede riconosciuto l’impegno, il lavoro, la fatica dell’aver compiuto il proprio compito di resistenza e di adattamento alla crisi”.

Siamo di fronte ad un paese imbarbarito, minato nelle sue fondamenta, nel quale le diseguaglianze si sono ampliate a dismisura, nel quale manca, e neppure si intravede all’orizzonte, un disegno strategico di rilancio ma si assiste, al contrario, ad un aggravarsi delle distanze dai principali paesi europei nei settori cardine della società.

Soltanto Bulgaria, Slovacchia e Romania investono meno di noi in istruzione e formazione; la media dei laureati italiani tra i 30 ed i 34 anni nel triennio 2014 – 2017 era pari ad il 26,9% contro il 39,9% della media europea.

Tra il 2000 e il 2017 nel nostro Paese il salario medio annuo è aumentato solo dell’1,4% in termini reali. La differenza è pari a poco più di 400 euro annui, 32 euro in più se considerati su 13 mensilità. Nello stesso periodo in Germania l’incremento è stato del 13,6%, quasi 5.000 euro annui in più, e in Francia di oltre 6.000 euro, cioè 20,4 punti percentuali in più.

L’Italia è ormai il Paese dell’Unione europea con la più bassa quota di cittadini che affermano di aver raggiunto una condizione socio-economica migliore di quella dei genitori: il 23%, contro una media Ue del 30%.

Questi sono solo alcuni dati sui quali riflettere ai quali vanno aggiunti la riduzione drastica del potere di acquisto delle famiglie, rispetto al periodo pre- crisi, ed il concentramento della ricchezza su di un numero sempre più esiguo di persone oltre al diffuso e sempre più palese sentimento di risentimento nei confronti dei migranti, che trascende in uno spasmodico ed indomito bisogno di sicurezza ed è assunto a paradigma e paravento dei mali maggiori del nostro paese.

“La delusione per lo sfiorire della ripresa e per l’atteso cambiamento miracoloso ha incattivito gli italiani….. Si assiste ad “una reazione pre-politica con profonde radici sociali, che alimentano una sorta di sovranismo psichico, prima ancora che politico. Che talvolta assume i profili paranoici della caccia al capro espiatorio, quando la cattiveria ‒ dopo e oltre il rancore ‒ diventa la leva cinica di un presunto riscatto e si dispiega in una conflittualità latente, individualizzata, pulviscolare. Il processo strutturale chiave dell’attuale situazione è l’assenza di prospettive di crescita, individuali e collettive”.

Stiamo vivendo, senza timori di smentita, probabilmente il periodo peggiore dal secondo dopoguerra; in quei momenti vi era un paese dilaniato ed in ginocchio dal conflitto mondiale e da un ventennio di dittatura ma covava la speranza e la fiducia di un futuro da cogliere, di opportunità da afferrare. Vi erano, probabilmente, una classe dirigente ed una società civile disponibili a condividere un percorso comune, una strategia di rilancio collettiva, di paese.

Oggi, al contrario, ci troviamo dinnanzi ad una classe dirigente debole, inadeguata, spesse volte improvvisata e  consapevole di dover durare il tempo di un annuncio, in balia di stravolgimenti mondiali e di scelte indipendenti dalla volontà nazionale e non in grado di raccogliere la sfida di trainare un disegno di riforma strutturale con prospettive di lungo periodo che non possano e non debbano essenzialmente fondarsi sulla ricerca spasmodica e quotidiana del consenso.

Ci troviamo, altresì, più Italie compresse in una stessa nazione, pezzi di un puzzle che si respingono invece di attrarsi, zone che accumulano e crescono ed altre che sprofondano in un baratro sempre più profondo, città sempre più moderne ed attenzionate e periferie che si allargano e si perdono nel loro abbandono.

Queste profonde e radicali differenze producono una realtà sociale diseguale, una società civile sgretolata ed un’ostentazione dell’individualismo che tracima in egoismo e che pone gli uni contro gli altri, vicini ma dannatamente lontani.

Un dato, all’interno del rapporto, più degli altri descrive, o dovrebbe farlo, l’attuale momento storico: “ I consumi complessivi delle famiglie non sono ancora tornati ai livelli pre-crisi (-2,7% in termini reali nel 2017 rispetto al 2007), ma la spesa per i telefoni è più che triplicata nel decennio (+221,6%): nell’ultimo anno si sono spesi 23,7 miliardi di euro per cellulari, servizi di telefonia e traffico dati. E abbiamo finito per sacrificare ogni mito, divo ed eroe sull’altare del soggettivismo, potenziato nei nostri anni dalla celebrazione digitale dell’io.”

Nella realtà digitale si è trovato rifugio dalla desolazione dei nostri tempi, dall’insoddisfazione, dall’impossibilità di perseguire, nella società, i propri obiettivi e di misurare nella realtà fattuale le proprie potenzialità; nella realtà digitale si trova la forza, troppo spesso, di sentenziare soluzioni troppo semplici per problemi enormemente complessi, di scaricare livore e frustrazioni contro il primo che passa, di elevare, per comodità, a capro espiatorio qualcuno sul quale riversare i propri malesseri ed i propri fallimenti.

Nella realtà digitale abbiamo abdicato al ruolo ed al dovere sociale che dovrebbe appartenere ad ogni cittadino per crearci, ognuno, il nostro mondo nel quale essere dominus e dominanti e nel quale poter sfuggire al dovere di approfondimento e competenza, al giusto grado di preparazione, alla correttezza e civiltà dei rapporti umani, a volte al garbo, verso un sistema nel quale vale tutto  e nel quale vige il tutto contro tutti.

Vi è la necessità di resettare i fallimenti di questo decennio e di riprovare, come in passato abbiamo già fatto, ad erigere, da nuove, le fondamenta del nostro paese e del nostro vivere civile.