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Coronavirus. Juventus-Inter a porte chiuse è lo spot della paura di fronte al mondo che ci guarda

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Coronavirus non ci fai paura. E poi giochiamo Juventus-Inter a porte chiuse, senza tifosi, davanti a 170 paesi collegati in mondovisione. Lasciamo perdere l’importanza calcistica di questa sfida che può pesare nella corsa scudetto – fatto oggi secondario perché prima c’è la salute pubblica e non si scherza – e che meriterebbe un rinvio invece di un ‘porte chiuse’ senza discussioni.

Sarebbe un spot micidiale per un’Italia sotto scacco, che come paese non ci meritiamo. Equivarrebbe a dichiarare al mondo intero che siamo un paese di infettati, un paese da cui prendere le distanze. Non dobbiamo poi stupirci se 12 paesi, fra cui Arabia Saudita, Israele, Vietnam, Iraq e Capo Verde non fanno entrare cittadini italiani. Ma neanche se il Ludogorets arriva a San Siro con le mascherine, o se la nave con gli italiani a bordo non può attraccare alle Mauritius. Infine il governo Usa, non un paese qualsiasi, che sconsiglia di venire in Italia per turismo. Conseguenze naturali e condivisibili a parti invertite.

Ma andiamo con ordine, anche perché ci sono delle contraddizioni. Riavvolgiamo il nastro dell’ultima settimana. Dicevamo. L’Italia non ha paura del coronavirus. Non dobbiamo farci prendere dal panico. No alla psicosi collettiva. E’ necessario non avere paura, o almeno far finta di non averla, per far ripartire i consumi, l’economia del Nord Italia (ma non solo), affossata da una settimana di delirio, di assalto ai supermercati per fare una scorta ‘beni primari’ come pasta, amuchina, casse d’acqua e carta igienica che ci permetterà di stare in casa blindati per settimane e settimane. Abbiamo sperimentato lo smart working, così da lavorare dalla propria abitazione, iniziando a consumare quelle scorte da caserma, invece di uscire per mangiare al ristorante. Chiusi i cinema, ma anche i musei, pizzerie vuote, mercati settimanali deserti, scuole chiuse – anche dove non c’è stato neanche un caso di coronavirus -, un paese sbarrato, tranne i supermercati nei primi giorni dell’emergenza. Turismo a picco, con disdette fino a tutto aprile. Braccianti agricoli stranieri che si rifiutano di andare a lavorare nei campi e nelle stalle perché richiesto il certificato di ‘buona salute’ (leggi).  Da una settimana si starnutisce con il gomito davanti al naso e non più con la mano, abbiamo imparato tante cose nuove e parole come “pre-triage” e siamo esperti di Codogno e di bassa lodigiana; abbiamo visto appartamenti al Sud non affittabili a cittadini lombardi e veneti. Abbiamo visto presidenti di regione in mascherina o che hanno visto a loro volta cinesi mangiare topi vivi. Ma anche un italiano portare il virus in Nigeria, che magari può servirci di lezione per il futuro. Insomma un po’ di tutto. Nel segno, ovviamente, di una grande paura collettiva.

Fino a quando da Palazzo Chigi ci si è accorti di aver forse esagerato in quanto ad allarmismo, comprese le 16 apparizioni televisive – in una sola giornata – del premier Conte con tanto di maglioncino blu paricollo da trincea, come se l’Italia fosse sotto attacco nucleare. Allora si è ricalibrato un po’ il tiro, grazie anche al supporto della scienza; che per dirla alla Mattarella “bisogna avere fiducia nella scienza ed investire in ricerca” – bravo! ma questo vale sempre – come “antidoto a paure irrazionali”. Insomma, mantenere la calma, non sopravvalutare il virus ma neanche derubricarlo a semplice influenza. Senza dimenticare che i morti (per ora 21) sono persone e non solo numeri in quanto anziani; i numeri e la scienza ci dicono che è facilmente trasmissibile, ma che non è nemmeno l’ebola o la peste. Forse tutto questo servirà per avere in futuro più rispetto della scienza e della ricerca, e di affidarci ed a fidarci di chi la materia la conosce per davvero anziché di ciarlatani, filosofi o comitati, sia che si parli di virus o di vaccini, di terra tonda o di clima, di risorse naturali o di alimentazione.

Ma torniamo al punto di partenza. E’ stata una settimana così strana che anche il calcio è passato in secondo piano; giustamente. Nel weekend scorso abbiamo visto i tifosi del Milan (provenienti dalla Lombardia ma anche dal resto del Nord ‘infetto’) occupare il settore ospiti a Firenze. Abbiamo visto 3.500 juventini varcare la frontiera con la Francia e accomodarsi nelle tribune dello stadio di Lione senza che le autorità transalpine ponessero alcun divieto. Perché? Perché il governo italiano non gli ha impedito di andare in Francia se poi impedisce, alle stesse persone, di occupare gli spalti di uno stadio italiano? Così domani i tifosi di Bergamo andranno a Lecce, quelli del Toro a Napoli e con Lazio-Bologna che si giocherà oggi a porte aperte. Non tutti i coronavirus sono pericolosi uguali, secondo la Lega Calcio e governo. Contraddizioni italiane. Tante contraddizioni anche in fatto di comunicazione, quella istituzionale, un po’ confusionaria e sovrapposta, ma anche sovraesposta. Ma anche in questo stiamo migliorando, con l’augurio che l’epidemia venga contenuta e poi debellata, con l’augurio che l’Italia torni alla normalità, che la gente torni ad uscire di casa senza isterismi. Serve moderazione. Perché di danni ne sono stati fatti già troppi.