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Felice il Paese che non ha bisogno di eroi

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Handout video grab showing car ferry Norman Atlantic burning in waters off Greece«Felice il Paese che non ha bisogno di eroi». Risponde così Galileo ad un suo interlocutore nel dramma di Bertolt Brecht Vita di Galileo dopo aver scoperto che la Terra non è al centro dell’Universo. Oggi quella frase risuona quasi come una profezia se accostata al dramma del naufragio del Norman Atlantic della scorsa mattina nelle acque tra la Grecia, l’Albania e l’Italia. Purtroppo così non è per il nostro Paese che della contrapposizione tra eroi ed antieroi sembra avere ogni giorno sempre più bisogno. Così il Comandante Argilio Giacomazzi diventa l’antagonista del Comandante Francesco Schettino. L’uno che rimane a bordo della nave naufragata fino alla fine scendendo per ultimo, l’altro che sulla nave sbandata e inclinata nelle acque del Giglio non rimane più del tempo necessario per salire su di una scialuppa e assistere al disastro dallo scoglio della Gabbianara impotente. Nella corsa al tweet, al post chi ha sete di riscatto per prima è quella marineria italiana che dal naufragio della Concordia era rimasta schiacciata, annientata. Oggi l’occasione è troppo ghiotta per gridare al riscatto, al comandante che «è rimasto a bordo cazzo!» senza neppure curarsi del numero delle vittime accertate. Che siano 10, 38 o un numero non meglio precisato prima di tutto bisogna assicurarsi che la marineria possa riacquistare il suo prestigio cancellato in una notte di follia dalla spregiudicatezza e dall’improvvisazione di un equipaggio che aveva la responsabilità di oltre 4mila persone e che ha preferito inchinarsi alla propria vanità piuttosto che tirare dritto nel silenzio della notte. Ecco allora che la ricerca dell’eroe a tutti i costi in un Paese che ormai non è più così normale rischia di rovesciare il ragionamento e alterare la percezione della realtà. Se assumere un comportamento improntato al buon senso o al rispetto delle regole diventa un gesto eroico si legittima l’idea che la rappresentazione del mondo che noi abbiamo non è più quella di una normale luogo civico e civile in cui dovremmo muoverci e vivere. Nessuno qui si disturba più per evidenziare un comportamento positivo semmai per esaltarne, fuori da ogni logica, la sua eccezionale straordinarietà. Dovremmo piuttosto interrogarci su quanto l’ordinario sia di un livello così basso nella nostra quotidianità e pervaso da comportamenti al limite di scelleratezza. In Italia, una retorica della morale oppressiva e desueta rischia, in tempo di crisi, di aumentare la percezione della perdita di valori supremi cari agli eroi dell’antichità che assumevano al contrario un potere salvifico. Pensare di colmare questo vuoto con un moralismo da bar è probabile che non contribuisca a chiarire fino in fondo il punto in cui siamo caduti. Solo quindi, attraverso un ripensamento della propria etica, si potrà comprendere il “conosci te stesso” di socratiana memoria fino al più complesso “diventa te stesso” invocato da Nietzsche. Il primo modello ci conduce alla ricerca del proprio Sé, mentre il secondo mira alla realizzazione del Sé. Se riusciremo a compiere questo difficilissimo percorso, che prima di essere collettivo è sicuramente individuale, potremo finalmente dire «felice il Paese che non ha bisogno di eroi» e non più «sciagurato colui che deve fare l’eroe per vivere una vita normale».