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Immigrati con ramazza. La facile retorica del buonismo nostrale

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migrantiNelle settimane scorse è andata in scena l’ennesima pièce dalla trama scontata. L’attore principale è il politico di turno, sicuramente di sinistra, meglio se con radici cattoliche; tra le comparse troviamo un numero imprecisato di immigrati, profughi e richiedenti asilo, sicuramente neri; si gira in esterni, e la scena si svolge in un luogo pubblico, all’ora del passeggio, quando tutto è ben visibile e documentabile dal maggior numero possibile di estranei al cast; l’attrezzista non ha dovuto faticare molto, basta una ramazza, qualche paio di guanti, un berretto a tesa larga, un mix tra un giocatore di baseball e un cantante rap; anche il regista, tutto sommato, ha avuto un compito piuttosto facile, limitandosi a controllare che al “ciack si gira” tutti iniziassero diligentemente a ramazzare, sorridere e darsi pacche sulle spalle; la produzione, in questo caso, è pubblica, un po’ come avviene con Rai Cinema. La cosa che più conta, in ogni modo, è la distribuzione: il trailer deve uscire rapidamente su tutte le televisioni e tutti i giornali devono annunciare l’imminente uscita del film.

A quale film sto facendo riferimento? A quello che ancora una volta ha messo in piazza gli immigrati, i loro volti (non le loro storie, però) e la loro prestanza fisica, e ha fatto vedere a tutti quanto sono buoni, quanto sono disponibili, quanto si impegnano per il bene della “nostra” collettività. Tutti in piazza allegramente a ramazzare, tra sorrisi, scatti fotografici, strette di mano.
Cosa c’è di male? Qual è il problema?

In effetti apparentemente non ci sarebbe niente da ridire perché si tratta di “amici” che danno una mano alla collettività, che si impegnano a tutela di un bene comune. In realtà, ciò che a me fa male è che il film sembra girato apposta per tranquillizzare tutti coloro che pensano che questi immigrati (naturalmente non importa che si tratti di profughi e richiedenti asilo) la tutela se la devono guadagnare e devono pagare con il duro lavoro il fatto di essere stati salvati, di vivere comodamente in Italia, di stare al calduccio senza aver niente da fare…. appunto, niente da fare.

Dieci immigrati in piazza con la ramazza non fanno altro che rafforzare lo stereotipo denigratorio, riproponendo squilibri di potere e di status sociale. In realtà non si tratta di far lavorare gratis gli immigrati ma di organizzare enti locali e associazioni di volontariato, congiuntamente agli enti gestori dei progetti di accoglienza, affinché si attivino per progettare e realizzare attività di utilità sociale. Più che mettere in vetrina gli immigrati c’è bisogno di costruire percorsi condivisi, non solo con l’obiettivo di rendere “produttiva” la presenza immigrata ma soprattutto per rilanciare quella cultura dell’accoglienza che al tempo della crisi fa sempre più fatica ad affermarsi.

E non basta neppure ricordare, come ha fatto in questi giorni l’assessore regionale con delega all’immigrazione, Vittorio Bugli, che immigrazione non significa criminalità. Bugli ha, infatti, sottolineato che “la provincia di Siena insieme ad Arezzo è quella con minori problemi della Toscana sul fronte della sicurezza, ed è però la terza per numero di immigrati”. Non che sia di per sé sbagliato, sia chiaro, ma portando gli immigrati in piazza a lavorare e sbandierando che non commettono reati ci abbassiamo alla logica delle porte chiuse, dei fili spinati e dei respingimenti a oltranza; anzi, finiamo per trovarci nella scomoda posizione di chi è costretto a inseguire un avversario in fuga che sta guadagnando terreno facendo breccia nei sentimenti dei cittadini italiani.

Insomma, io penso che, invece di inseguire queste logiche, sarebbe meglio proporre quei valori di libertà, fratellanza, eguaglianza, senza sé e senza ma, senza vergogna e senza timore di urtare la sensibilità dell’elettore.