Home imblog L’arte di raccontare. Storie di pallone come romanzi nelle mani di Buffa

L’arte di raccontare. Storie di pallone come romanzi nelle mani di Buffa

705
0
SHARE
Ferenc Puskas
Ferenc Puskas

«Ohè, Avucatt… fa minga el fenomeno…».

D’altronde, c’è sempre qualcuno che alza il ditino e trova qualche magagna alla Trasfigurazione di Raffaello o a una Madonna del Caravaggio… Sono gli invidiosi in servizio effettivo permanente: quelli che dopo l’entusiasmo iniziale hanno cominciato ad eccepire: «Eeeh, ma non sarà che ‘sto Buffa gigioneggia un po’ troppo…».  «Uff… Troppo istrione, per essere un giornalista».
Purtroppo per loro, le “Storie di Campioni” (in onda su Sky Sport e su Sky Arte) sono dei capolavori; e Federico Buffa (“l’Avvocato”) continua a dimostrarsi il più bravo. Come sempre.

La puntata dedicata a Ferenc Puskas l’ho trovata semplicemente perfetta. Addirittura emozionante, in molti passaggi. Regala sempre l’impressione che si possa raccontare la Storia (con la esse maiuscola) attraverso dei sentieri inesplorati e apparentemente secondari, come può esserlo la carriera di un calciatore, per quanto grande.
E servirsi di quella per raccontare l’essenza di un Paese (il Portogallo, con Cristiano Ronaldo), l’atmosfera di un’epoca  (gli anni 70, con Johan Crujff) o anche tutti e due (l’Irlanda del Nord e le sue lotte politico-religiose con George Best).
Il risultato è invariabilmente lo stesso: qualità assoluta.
Si nota, in queste operazioni, un lavoro autoriale addirittura poderoso. Anche “Sfide” (RaiTre) è un signor programma, per rimanere nello stesso recinto: ma rimane un prodotto più “facile”, meno impegnativo insomma… Se si parla dei Mondiali del 70, per esempio, si prendono Rivera e Burgnich, Domenghini e Riva: poi si intervistano e sui loro ricordi ci si mettono sopra quelle immagini che rubano sempre l’occhio (e sempre ce lo ruberanno).

Nel lavoro di  Buffa, invece, si parte sempre dal foglio bianco. O almeno questa è la mia sensazione… C’è un lavoro di scrittura originalissimo e un affabulatore sul quale modellare quei testi (che quasi sempre sono teatro puro). Poi ci sono le immagini, le musiche da scegliere (selezionate sempre con una cura e una raffinatezza magistrale) ed anche un rigore storico nient’affatto banale.
Aneddoti sul personaggio che sono sconosciuti a tutti ed episodi talmente irresistibili che alla fine ti viene quasi il dubbio che siano fin troppo tirati per i capelli, come le famose brioches di Maria Antonietta. Ma il bello è proprio quello: raccontare una storia come fosse un romanzo, alla maniera di Indro Montanelli. E se poi qualcosa non torna, pazienza… D’altronde, come diceva Anatole France, «se  i libri di storia non contenessero qualche inesattezza, sarebbero di una noia mortale» (anche se lui si riferiva ad altre inesattezze).

Mi domando, talvolta, quanto Buffa possa essere paragonabile al nostro, magnifico, GioanBrerafuCarlo (che lui spesso cita, con ossequiosa reverenza). E mi convinco che l’accostamento ci sta tutto… Brera era uno scrittore pazzesco (tra i più grandi del Novecento italiano), aveva una grande arte affabulatoria e non lo prendevi mai in castagna su niente: sapeva di  ciclismo e di vini rossi, di atletica leggera e di etnos… Ricordo un pezzo su Gibì Baronchelli dove scrisse un vero e proprio saggio sui Bergamaschi, e sulle loro origini storiche (e quasi niente di Gibì Baronchelli). Una volta prese spunto da Maspes, che aveva appena vinto una corsa su pista, per spiegare come funzionava la caccia alle anatre nella Bassa Padana.
Ma Brera non aveva la televisione. O meglio, ce l’aveva, ma era una televisione ancora troppo bambina.
Ma con Buffa si sarebbe trovato a meraviglia. Primo, perché sarebbe stato un “pais” (e Brera a certe cose ci stava attento), poi perché lo avrebbe riconosciuto come il suo figlioccio: che con quell’oggetto (la televisione) finisce sempre per meravigliarti, e regalarti un’emozione forte… Esattamente come faceva Brera, servendosi penna e l’inchiostro.
Perché Buffa ci sa fare, perché tocca le corde giuste e riesce a non far sembrar niente banale.. E quando snocciola la formazione della grande Ungheria, lo fa con la dizione di uno che è nato a Budapest.
E siccome a queste cose ci faccio caso, da telespettatore mi sento gratificato. E rispettato, anche.

Chapeau, Avvocato…
Tu (e Carlo Pizzigoni) rimanete i migliori.
Averli avuti, a scuola, dei professori così….