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L’impresa di un Toro impavido nel segno di Giampiero Ventura

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torinoNon è una coppa per «straccioni», come sibilò Zamparini dopo che il suo Palermo uscì in settembre con una squadra svizzera.
La compagnia non sarà qualificatissima, ma andatelo a dire alla Fiorentina, per esempio, che ieri sera ha riempito lo stadio, ha fatto felice la sua gente e si è messa in tasca un milione e centomila euro di incasso.
Poco?
Anche se alla Fiorentina certe lezioni non si possono dare, perché è un club che si è sempre vestito con l’abito migliore e l’Europa l’ha sempre onorata… Quando non ce la fatta è perché gli altri erano più forti e perché talvolta gli hanno impacchettato arbitraggi killer, tipo il pelatone norvegese o quel genio che fischiò il primo tempo proprio mentre Robbiati stava facendo rete.

Il Toro è stato impavido ed emozionante. Come dovrebbe esserlo sempre, almeno nei nostri sogni. A me ha ricordato un’impresa lontana, inizio anni 80, ad Atene contro il Panathinaikos: ambiente ostile, greci che menavano forte e partita monumentale di Martina in porta e di Zaccarelli. Che giocò libero, e giocò talmente bene che dagli spalti, per il dispetto, gli tirarono un petardo nelle orecchie, fracassandogli il timpano.
In quella mattanza, che mi indignò, si distinse uno zozzone brasiliano (non ricordo il nome) che si rese protagonista di entrate da brivido. Lo stesso brasiliano fece visita, alcuni anni più tardi, ad un altro Toro (quello di Mondonico, con Bruno, Annoni e compagnia). E stavolta, gli fecero passare la voglia.

Riconosco, nell’attuale buon momento granata (la squadra non è eccelsa, ma non è un’offesa) il valore del cosiddetto “manico”. Nel senso che Ventura è davvero un tipo in gamba, e sa tirare fuori qualcosa di buono da ognuno dei suoi giocatori (c’è riuscito, unico nell’universo, persino con Cerci).
Debbo ricredermi.
Primo, sul valore dell’allenatore, al quale non dò mai tutto il credito che ci vorrebbero far credere.
Secondo, su Giampiero Ventura. E sorrido ripensando a quando mi feci 400 chilometri per andare a dirgliene quattro ai tempi della serie B, che facemmo quinti e buttammo via la promozione.
Era un Sampdoria-Savoia (?) ormai inutile, e Sportsera fece all’epoca un servizio su quei venti idioti che gli urlavano di tutto e battevano minacciosamente le mani sul plexiglass dietro la panchina.
Uno di quei venti idioti, ero io.

Quella di ieri è stata una signora impresa. Non passa, stavolta, il «Eh, ma il Bilbao non era poi tutta ‘sta gran cosa….». Tanti anni di trasmissioni televisive (e frequentazioni di gente che se ne intende) mi hanno convinto che va prima di tutto applaudito il tenore che canta bene. E non sminuirne il trionfo, andando a cercare il baritono che ha steccato.

Ora sotto con lo Zenit. E non sarà una passeggiata.