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Migranti, non dobbiamo avere paura dei numeri. Il problema sta nelle cause

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Dario Fo 1-maggio
Dario Fo (2010)

Si fa presto a dire immigrazione. Si fa presto a dire profughi, rifugiati, esodo biblico. E si fa presto a dire che “anche se non sono razzista non possiamo accoglierli tutti ed è necessario trovare il sistema per controllare – se non chiudere – le frontiere”. Negli ultimi mesi, in effetti, non si parla d’altro: l’Africa, i barconi, le fughe, i morti ma soprattutto quella paura più o meno dichiarata dell’invasione, della necessità di difendersi, di prendere provvedimenti, di Europa assente e di Germania distante. Vale la pena fare un po’ di chiarezza, riflettere su qualche numero e, soprattutto, usare un po’ di più la testa e, semmai, il cuore e un po’ meno la pancia nel riflettere su quello che è senza dubbio uno dei fenomeni sociali più importanti di questa epoca.

Contrariamente ad altri paesi europei come Francia, Gran Bretagna e Germania, l’Italia diventa paese di immigrazione a cavallo tra gli anni ’80 e gli anni ’90 dopo essere stata per quasi un secolo, con alterne vicende, paese di emigrazione. Dopo quasi 30 anni di storia migratoria, oggi in Italia risiedono in modo regolare circa 5.000.000 di stranieri in prevalenza extracomunitari; a questi si devono aggiungere gli irregolari di cui, inevitabilmente, è difficile dare conto. In ogni modo tutte le stime fatte da enti e istituti autorevoli, come la Fondazione Ismu, parlano di numeri ben lontani da quelli percepiti dal senso comune e sbandierati da certa politica disposta a strumentalizzare l’inverosimile. Proprio la Fondazione Ismu nel 2013, prima delle conseguenze della primavera araba, della guerra in Siria e di tutta una serie di vicende che stanno sconvolgendo pezzi di Africa, parlava di poco più di 300.000 irregolari o, se preferiamo, di clandestini. Si tratta del 6% del totale, non molti, per la verità, specie se confrontiamo con gli anni passati quando gli irregolari sono arrivati ad essere quasi il 50% del totale.

In effetti, contrariamente a quanto si pensa, a fronte di una situazione in cui venti anni fa era irregolare nel soggiorno quasi un immigrato su due, oggi le quote di irregolari sono alquanto basse. La drastica diminuzione si spiega negli ultimi anni dapprima con i decreti flussi che hanno agito da “sanatorie mascherate” e poi con la “sanatoria per colf e badanti” (2009), i “click days” (2011), il provvedimento di “emersione dal lavoro nero” (2012). Nel 2013 tra regolari e irregolari in Italia erano presenti circa 5 milioni e mezzo di immigrati che, anche come conseguenza della crisi economica, erano dati in lieve diminuzione; molti quelli che decidevano di rientrare nel loro paese, in Albania, in Romania, in Cina, pochi quelli che continuavano ad entrare per motivi di lavoro: la maggior parte dei nuovi ingressi erano dovuti a ricongiungimenti familiari.

Eppure oggi non facciamo altro che parlare dei nuovi ingressi e si diffonde la paura dell’invasione. Quanti, però, sanno di quante persone stiamo parlando e sanno collocarle nel quadro d’insieme appena descritto? Da questo punto di vista i dati non lasciano adito a dubbi: attualmente (settembre 2015) secondo il Ministero dell’Interno il sistema d’accoglienza italiano ospita 93.608 profughi, tra centri governativi e strutture temporanee regionali, che vanno ad aggiungersi alle poco più di 50.000 persone che hanno già ottenuto lo status di rifugiato. Non molti, se paragonati agli oltre 5milioni di immigrati né tanto meno se confrontati con la situazione di altri Paesi in Europa e nel mondo, come ci ricorda l’Unhcr, l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati: in media, infatti, l’Italia accoglie un rifugiato ogni mille persone, ben al di sotto della Svezia (con più di 11 rifugiati ogni mille) e della Francia (3,5 ogni mille) per citare i due casi esemplari, ai quali potremmo aggiungere 571.000 rifugiati che vivono in Germania o i 193.500 in che vivono nel Regno Unito.

Insomma, il problema non è “quanti” sono ma, dal mio punto di vista “per quanto” ancora e, soprattutto, “perché”; solo dopo potremo provare a rispondere anche alle domande “cosa fare”, “come gestire” e a lodare i diversi modelli di accoglienza a partire da quello toscano che indubbiamente rimane una delle migliori risposte alla situazione dei profughi e dei richiedenti asilo.

Il problema vero, infatti, non è trovare le risposte immediate alle difficoltà quotidiane, che comunque vanno risolte e affrontate nel migliore dei modi possibili, ma ricominciare a parlare delle disuguaglianze, delle forbici tra ricchi e poveri che si allargano invece di restringersi, delle politiche estere fatte dai paesi occidentali, fallimentari sotto molti punti di vista. Se non parliamo – e interveniamo – di questo allora potrà diventare un problema anche la questione del “quanti” se è vero che solo sulle coste libiche ci sarebbe un milione di persone pronte a partire.

In effetti, negli ultimi anni non solo si è destabilizzato una buona fetta del nord Africa, una parte importante dell’Africa sub sahariana e dell’Africa orientale oltre alla Siria e ad altre zone densamente popolate del Medio Oriente, ma si sono ridotti drasticamente i contributi destinati alla cooperazione internazionale. Osservando i dati dell’Ocse emerge che l’andamento dei fondi destinati agli Aiuti Pubblici allo Sviluppo ha subito un rallentamento generalizzato negli ultimi anni: mentre negli anni precedenti alla crisi iniziata nel 2008 l’orientamento era crescente, nel periodo successivo le riduzioni del 2009 e del 2012 inducono un trend più simile ad una parabola discendente. Sappiamo bene che la cooperazione allo sviluppo non ha quasi mai dato i frutti attesi ma in ogni modo ha rappresentato una sorta di “salvagente” per molti Paesi.

Vogliamo parlare di queste cose? O vogliamo aspettare che passata questa ondata (mediatica) i fenomeni migratori e quello dei profughi, come va di moda dire oggi, tornino ad occupare le seconde o le terze pagine dei giornali? E’ una grande sfida che non possiamo permetterci di perdere se non vogliamo mettere in crisi la tenuta delle nostre società già duramente messe alla prova.