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Uniti nel nome di Astori. Ma solo il tempo dirà se è la volta buona

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«Se io posso cambiare, se voi potete cambiare, tutto il mondo può cambiare» recitava Rocky dopo aver sbancato il ring di Mosca, in tempi di piena Guerra fredda. E in questo caso l’analogia ci può stare. Ma per Agatha Christie «Un indizio è un indizio, due indizi sono una coincidenza, ma tre indizi fanno una prova». Ecco, nella tregua nel nome di Astori della storica rivalità fra Fiorentina e Juventus, siamo soltanto al primo indizio per dirla alla Agatha Christie. Le prossime sfide fra i viola e i bianconeri ci diranno se avremo gli altri due indizi e quindi una prova, quella che forse ci vuole dire che è arrivato il momento di darsi una calmata con l’odio fine a se stesso. Anche perché il calcio è uno sport, niente di più, un piccolo momento di svago fra i vari pensieri che la vita quotidiana ci mette davanti. Certo, arrivare secondi di un solo punto brucia, anche se stiamo parlando del 1982 (36 anni fa!), tanto più per chi secondo non ci arriva praticamente mai. Così come veder traslocare il proprio beniamino (Roberto Baggio) agli odiati rivali, pochi giorni dopo averci giocato contro (e perso) una finale di Coppa Uefa. Una rivalità che si è alimentata per decenni; così l’ultimo a farne le spese è stato quel bravo ragazzo tutto calcio, chiesa e rock n’roll di Federico Bernardeschi, che nell’estate scorsa ha lasciato la 10 che fu di Antognoni per la 33 (come gli anni di Cristo) a strisce bianco e nere. E non più tardi di due settimane fa il Berna è tornato al Franchi di Firenze, e segna il gol che ha deciso la sfida, prima e dopo di essere stato stramaledetto con ogni sorta di malaugurio per lui e famiglia.

L’arrivo della delegazione juventina a Santa Croce

Ma arriviamo al punto. Domenica scorsa se ne è andato Davide Astori, che della Fiorentina ne era il capitano. Subito un toccante intervento di Buffon, ma per chi conosce il Gigi nazionale, niente di strano. Poi la solidarietà trasversale sui social, ma anche qui non poteva essere altrimenti. Quindi un “Rip Astori” nello spicchio bianconero di Wembley. E subito dopo il passaggio del turno in Champions, le parole affettuose di un commosso Giorgio Chiellini, verso l’ex compagno di nazionale. Nel giorno dei funerali, la mattina seguente, una delegazione della Juventus vola da Londra direttamente a Firenze per l’ultimo saluto a Davide. L’applauso scrosciante della gente di Firenze radunata in piazza Santa Croce ha colpito un po’ tutti. Perché non era dovuto. In fondo erano presenti tutte le squadre, ma quell’applauso ai rivali di sempre è stato qualcosa di diverso. Sui social e sui media va in scena una sorta di ”vogliamoci tutti bene nel nome di Astori”, “grazie Juve”, e molto altro. Per uno juventino di Toscana è un fatto nuovo, seppur davanti ad un lutto che ha colpito tutti. Buffon che saluta la piazza con gli occhi gonfi di lacrime; Chiellini non proprio il più amato da queste parti, che si ferma a parlare con la tifoseria viola.

La Primavera della Juve oggi sabato 10 marzo al ‘muro del pianto’

Sinceramente non mi sarei stupito, della presenza degli juventini arrivati direttamente da Londra. E’ normale così, non c’è niente di strano. Perché Davide Astori era un ragazzo in gamba, era e rimarrà il capitano della Fiorentina, era un idolo per ognuno che ama il calcio, qualunque sia la sciarpa che si porta al collo. Non se non doveva andare così a 31 anni. Ma questo vale per tanta gente comune, ci mancherebbe. Per Max Allegri, Gigi, Chiello, Barza, Miralem Pjanic (insieme alla Roma), Berna, Marchisio, era un compagno, un collega, un amico. Le loro lacrime sono state quelle di ognuno che ama lo sport, e che si immedesima nell’idolo di turno, lo vede allo stadio ed in tv, fino ad essere uno di famiglia.

La memoria degli angeli dell’Heysel troppe volte infangata a Firenze

L’applauso di Santa Croce al passaggio degli odiati gobbi è stato molto bello, commovente. Leggere una marea di commenti ina una certa direzione provoca una strana e nuova sensazione, forse un desiderio nascosto di mettere in soffitta una rivalità troppo accesa, un sentimento di odio vissuto troppe volte in uno stadio di calcio. Si può essere rivali, ci si può sfottere per una finale di coppa persa o per una partita ribaltata, ma poi ricordiamoci sempre che ci sono cose più importanti. La strada per una tregua definitiva, per un passaggio dall’odio alla rivalità, è ancora lunga. Ricordare Davide Astori è stato un primo indizio, un primo passo. Adesso se l’intenzione è quella da più parti auspicata, devono sparire tutti i “-39” da ogni adesivo, da ogni maglietta, bisogna che si ritorni ad amare Liverpool per i Beatles e non per la carneficina dell’Heysel. Bisogna che ci sia rispetto per la memoria di Gaetano Scirea e di Andrea Fortunato, così come basta infangare la memoria di Ale e Ricky, perché quella maledetta sera del 2006, Riccardo Neri e Alessio Ferramosca, entrambi di 17 anni, sono morti per davvero. Come se fossero uno dei tanti Astori. Perchè la civilità deve essere reciproca. Triste, senza alcuna polemica ma nemmeno ipocrisia, pensare che ci sia bisogno di ‘un morto proprio’ per iniziare a rispettare i morti altrui.

Il calcio è un gioco. I Davide Astori, gli Andrea Fortunato e i 39 angeli dell’Heysel, i cari defunti di ognuno di noi, sono la vita vera, un’altra cosa! Ciao Davide!