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Scozia al voto. Ecco come nasce la voglia di indipendenza dei nipoti di William Wallace

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scoziaCi sono dei luoghi che ami. Ma non sai perché. Li ami e basta, talvolta, anche senza esserci mai stato. Ho sempre avuto una passione per la Scozia. Per quella terra affascinante, ricca di storia e di cultura. Per quei paesaggi che alternano foreste, montagne brulle e coste dal sapore nordico. Per quei castelli stupendi e perfetti (anche troppo) ed incastonati fra laghi così belli da restare a bocca aperta. Della gente di Scozia ho conosciuto anche la simpatia e l’accoglienza: “In fatto di accoglienza – mi disse una volta un uomo in un paesino vicino a Fort William – siamo un po’ come i meridionali per l’Italia. Siamo più ‘caldi’ rispetto agli inglesi. Facendo un parallelo con l’Italia, la Scozia è capovolta”. Luoghi comuni a parte, non voglio dimenticare il cibo, le colazioni in agriturismo, ma soprattutto le birre scure che si possono bere alla spina nei pub in alcune località in cui i turisti (se non per sbaglio) non ci arriveranno mai.  E poi il whisky (non whiskey, quello è irlandese), che pur non essendo un conoscitore (in quanto non consumatore) mi affascina per il modo in cui si produce (quando è artigianale). Amo i colori della bandiera scozzese, tifo Rangers e non Celtic, e adoro l’inno cantato a squarciagola dai 68mila di Murrayfield quando gioca la nazionale di rugby, magari proprio contro l’Inghilterra. Da brividi.
Domani la Scozia è chiamata ad esprimersi: tornare indipendente o restare nel Regno Unito? Come nasce la voglia di indipendenza del popolo scozzese e quali le reali ragioni storiche? Qualche anno fa, a cavallo fra il 1997 e ’98 la mia passione per la Scozia mi portò anche a fare una ricerca sulla storia di questo paese, in particolare sul suo nazionalismo (fino a Tony Blair) e come questo è nato. E dopo essere stato chiamato a relazionare ad una conferenza organizzata da un’associazione scozzese in Italia, qualche anno più tardi trovo il mio lavoro online in un sito di un ente indipendentista veneto. Scrissi loro cercando di spiegare che lo Scottish National Party (il partito che ha portato al voto per l’indipendenza di domani) e la Lega (Nord-Veneta o come preferite) non hanno alcun punto in comune, in fatto di storia, di origini e di quant’altro. Ma tant’è; la mia sintesi sulla storia scozzese gli era piaciuta per davvero. In attesa di conoscere il futuro del Regno Unito e se la bandiera così come la conosciamo conserverà o meno la Croce di Sant’Andrea (ovvero la bandiera scozzese al suo interno), pubblico quel mio lavoro di 16 anni fa (come passa il tempo). Vincerà Cameron o Salmond? Il mio pronostico sul voto è che vince il “No” e la Scozia resta con la Regina Elisabetta II.

Storia della Scozia e del Nazionalismo

La Scozia, dai romani al XVIII secolo – I romani, al tempo dell’invasione nell’isola britannica, chiamavano gli scozzesi “Pitti”, il termine veniva usato per denominare genericamente le popolazioni che vivevano al di là del Forth, ed avevano linguaggio, tradizioni e costumi celtici. Nell’82 d.C. il generale romano Agricola, invase l’attuale Scozia meridionale, vi costruì accampamenti, ed in breve tempo attraversò il fiume Tay, arrivando fino ad 84 km a nord di Perth, sui monti Grampiani, dove vinse una battaglia nell’84. Dopo questa vittoria Agricola fu richiamato e con le sue truppe lasciò la Scozia. Successivamente, fra il 122 ed il 127, fu edificato il Vallo di Adriano che tagliava il territorio da Solvay a Tynemouth. Nel 143 fu quindi costruito il Vallo Antonino, sulla stessa linea tracciata da Agricola anni prima. Negli anni seguenti le armate di Settimio Severo furono costrette a retrocedere fino alla frontiera del Vallo di Adriano. Si può allora affermare che i romani occuparono i territori del sud della Scozia per circa un secolo, ma questa occupazione fu solamente militare, nel senso che le popolazioni che abitavano quelle terre non furono mai romanizzate, non vi arrivarono i metodi che usavano i romani per l’agricoltura, la vita urbana e il governo. Se il sud fu appena “toccato” dalla civiltà romana, il nord Scozia non ne fu neppure sfiorato. Andando avanti con i secoli troviamo nel 600 d.C. la Scozia abitata da cinque regni. Quello dei Pitti (o Caledonia), che si estendeva dal Forth al Pentland Firth ; il regno “scozzese” di Dalriada, fondato dagli Scoti gli invasori cristiani provenienti dal nord Irlanda ; il regno britannico di Strathclyde, che andava da Firth of Clyde fino all’Inghilterra settentrionale ; il regno dei Pitti di Galloway situato nella zona sud – occidentale ; ed infine la ricca regione del Lothian, esteso dal Tweed al Forth. Anche se la cristianità celta , ostile a Roma, cercò di isolare la Scozia, nella prima metà del 700 il re pitto Nechtan riconobbe le consuetudini e l’autorità romana. Nel corso del VII secolo fu respinta l’offensiva inglese, Etelfrido di Bernicia sconfisse i Britanni dello Strathclyde e Aidan di Dalriada, e li separò dai Gallesi meridionali ; il suo successore, Edvino di Northumbria per render più sicuro il Lothian fece costruire la fortezza di Edimburgo. Nel 685 Egfrido di Northumbria invase con un ersercito poderoso la Caledonia, ma fu battuto ed ucciso nei pressi di Farfar, così la Caledonia, la Dalriada e lo Stratchlyde si liberarono dal dominio dei Northumbria. Nel 794 iniziarono le invasioni dei Vichinghi. Quest’ultimi in breve tempo, conquistarono e colonizzarono le isole Shetland, le Orcadi, Cithness, le Ebridi e le coste vicine, le coste della parte nord ovest e verso sud fondarono colonie sino alla foce del fiume Forth. Il regno dei Pitti distrutto dai Vichinghi, fu poi facilmente conquistato da Kenneth MacAlpin nell’844, che poté unire la Dalriada e la Caledonia. Questo nuovo territorio fu nominato Regno di Scotland, (“terra degli Scoti”) le città più importanti erano Forteviot (vicino a Perth) e Dunkeld. Il popolo dei Pitti (che adottò la lingua celtica) si fuse subito e senza difficoltà con quello degli Scoti. I due lottarono quindi per prendere anche le regioni dello Strachlyde e del Lothian, che i Danesi di York avevano isolato, dall’aiuto degli inglesi. Kenneth I attaccò varie volte il Lothian, ma suo figlio Costantino II minacciato ancora dai Vichinghi, nel 919, riconobbe Edoardo, re d’Inghilterra, come suo padre e signore. In seguito questo riconoscimento di supremazia fu interpretato come un regalo feudale. All’inizio del secolo XI la vittoria di Malcolm II contro la Northumbria, portò il confine meridionale scozzese al fiume Tweed. Intorno al 1040 il regno scozzese di Duncan I comprendeva tutta la regione con l’esclusione delle isole del nord e le coste limitrofe, in mano ai norvegesi. Con l’acquisizione del Lothian, iniziò un conflitto etnico e dinastico fra celti e angli. Duncan I fu ucciso da parte di Macbeth, interprete della tradizione celtica. Poco dopo nel 1057 Malcolm III, figlio di Duncan I, dopo aver sconfitto Macbeth grazie all’aiuto del re d’Inghilterra, si riprese il trono del Regno scozzese. In questo regno la Scozia subì un processo di anglicizzazione, che influì nei costumi e nella cultura del paese. Decisiva per questo processo fu la moglie dello stesso Malcolm III, regina di Scozia, ma figlia di Edoardo, l’esule e nipote del re d’Inghilterra Edmondo Ironside. La parte celtica della Scozia interruppe l’anglicizzazione di Malcolm III e Margherita. In seguito però con l’aiuto degli inglesi i loro figli, Edgardo prima, Alessandro e Davide poi, riconquistarono il trono scozzese e promossero la fondazione di molti monasteri. Nel corso del XII secolo i rapporti Scozia – Inghilterra furono sempre più frequenti, cosicché la struttura sociale scozzese, grazie anche all’introduzione del sistema feudale, divenne davvero simile a quella della società anglo – normanna. I normanni influenzarono molto la cultura scozzese, e la Chiesa di Scozia, costruendo grandi abbazie, alcuni fra i più grandi nomi della storia scozzese sono d’origine normanna, (compreso l’eroe nazionale Robert Bruce, che entrerà fra poco in scena). Nel 1286 morì Alessandro III di Scozia, che aveva come unica erede una nipote neonata che morì anch’essa poco dopo la nascita. La Scozia rimase così senza erede al trono, iniziò allora una nuova fase della storia fra Scozia ed Inghilterra. Edoardo I re d’Inghilterra andò a far da arbitro alla contesa fra alcuni pretendenti, con l’intento di estorcere un riconoscimento della sua sovranità a colui che avrebbe scelto, in pratica avrebbe voluto unire la Scozia al suo regno. La scelta cadde su Giovanni di Baliol, che però si oppose alle prepotenti richieste di unificazione di Edoardo I, ritenute umilianti. Edoardo I decise comunque di portare avanti il progetto, non tenendo in considerazione il sentimento nazionale scozzese. Ne venne fuori una guerra d’indipendenza nazionale. Nel 1295 la Scozia, firmò un trattato d’alleanza con la Francia, nemica storica degli inglesi. L’Inghilterra reagì pesantemente, a cui seguì una altrettanto violenta rivolta nazionale guidata dal cavaliere delle Lowlands, William Wallace. Wallace, con patriottici dell’alta borghesia e delle campagne, scatenò una guerriglia che portò alla vittoria nella battaglia di Stirling Bridge, nel settembre 1297, scacciò gli inglesi e si proclamò guardiano del regno. Ma nel 1305 fu catturato e condannato a morte, e così gli inglesi occuparono le Lowlands, abolirono le leggi e le consuetudini scozzesi. Ma nonostante questo fatto e la tragica fine dell’eroico “Braveheart”, l’ondata nazionalista scozzese andò avanti. La Scozia nel 1306 (in pieno conflitto con Edoardo I) incoronò re Robert Bruce. Nel 1314 Bruce sconfisse Edoardo II, successo al trono di Londra, nella battaglia di Bannockburn, decisiva per la storia del popolo scozzese. Sotto il regno di Edoardo I, nelle terre di Scozia c’era una fitta di presenza di guarnigioni inglesi, le tassazioni erano frequenti, in più i giovani venivano chiamati alle armi nel nome di un sovrano straniero. Così in vari ceti, ma maggiormente, nei piccoli proprietari terrieri e contadini, emerse una coscienza nazionale, si affermarono termini, fino ad allora sconosciuti, come “nazione” e “libertà”. Fra i ceti più alti, tipo i baroni, c’era sempre però, chi rinunciava senza tante difficoltà al sentimento nazionale in cambio di possedimenti terrieri. Nel 1320 fu espresso il sentimento nazionale attraverso la dichiarazione di Arbroath, dove si sottolineava che gli scozzesi lottavano “non per la ricchezza, o per l’onore, ma per la sola libertà, che un vero uomo non perde se non con la vita”. Nel 1328 si ebbe il riconoscimento ufficiale dell’indipendenza scozzese da parte inglese. Dopodiché il figlio di Bruce, Davide II, salì al trono, ma dovette combattere per imporsi contro il pretendente Edoardo di Baliol, perché appoggiato dall’Inghilterra e da parte della nobiltà scozzese. Da qui iniziarono le lotte fra le fazioni nobiliari, che proseguirono con la dinastia degli Stuart (cominciata con Roberto II, nel 1371), lotte che furono favorite dal succedersi di re deboli e inetti. Durante il secolo XIV prese forma il Parlamento scozzese, che ostacolò la creazione di un vasto potere monarchico, dal momento che ai baroni furono riconosciuti larghi diritti giurisdizionali. Giacomo I, regnante dal 1406 al 1437, cercò di ristabilire l’autorità del regno scozzese, ma senza risultato perché fermato da una congiura ad opera di nobili. Con i suoi successori (Giacomo II e Giacomo III) aumentò la tensione sociale, mentre Giacomo IV, grazie alle propria intraprendenza e capacità, promosse lo sviluppo economico del paese, riducendo la distanza fra le Highlands, dove si parlava gaelico, e le Lowlands. Giacomo IV si sposò con Margaret Tudor, figlia del re inglese Enrico VII. Il re di Scozia però tornò alla tradizionale alleanza con la Francia, nel 1513 intraprese il tentativo di invadere l’Inghilterra, che si concluse a Floddenfield, con la sconfitta scozzese, e la sua morte. A lui successe Giacomo V, che continuò la politica filofrancese, sposò Maria di Guisa, e pochi giorni prima della sua morte, nacque la figlia chiamata come la madre, Maria. Quando quest’ultima divenne regina, iniziò una lunga lotta fra i nobili sostenitori dell’alleanza con la Francia (dove era stata educata), e quelli che preferivano l’alleanza con l’Inghilterra. Quindi sposa Francesco II, re di Francia che morirà nel 1560. A questo punto la vedova torna in Scozia a riprendere il trono. Ma al suo ritorno il calvinista John Knox, ha già ottenuto consensi da parte della nobiltà e del popolo, e pur essendo francese e cattolica , Maria cercò di mantenere un equilibrio difficoltoso tra le due parti. Per colpa del suo temperamento impulsivo e dei suoi movimentati matrimoni, la situazione precipitò in una guerra civile. Nel 1568 Maria perse la battaglia, e dovette consegnarsi alla rivale regina Elisabetta, che nel 1587, dopo un periodo di detenzione, la farà decapitare con l’accusa di complotto. Nel 1560 la Chiesa di Scozia, per decisione parlamentare, venne riorganizzata da John Knox su base presbiteriana. La nuova organizzazione prevedeva un sistema di concistori, presbiterii e sinodi, che faceva capo ad una assemblea generale formata da pastori e laici anziani. Questa riforma improntata sul calvinismo, segnò la vita sociale del paese anche per il futuro. Nel 1603, morì Elisabetta, e gli successe il figlio di Maria Stuart, Giacomo VI, cresciuto nella fede protestante. Per un fatto puramente dinastico, era contemporaneamente re di Scozia (Giacomo VI), e re d’Inghilterra (Giacomo I), ma fissò la sua residenza a Londra. Nel corso del secolo XVII la Scozia rimase coinvolta nei conflitti politico – religiosi che colpirono l’Inghilterra. Nel 1639 andò a compimento il tentativo di Carlo I e dell’arcivescovo Laud di unificare la chiesa scozzese e la chiesa anglicana. Questo fatto dette luogo ad una sollevazione generale terminata con il “lungo parlamento” e la guerra civile inglese. I presbiteriani scozzesi, inizialmente, appoggiarono il parlamento inglese contro il re, ma con il proseguo della situazione politica e l’emergere degli indipendenti di Cromwell, si riavvicinarono al re Carlo I, e dopo la sua morte elessero al trono suo figlio, col nome di Carlo II. Ma nel 1650 la corona scozzese fu sconfitta a Dunbar da Cromwell, ed a Worcester un anno dopo. La Scozia venne così, per la prima volta, inglobata in unico Commonwealth con l’Inghilterra. Di fronte alle differenti tassazioni, a scapito degli scozzesi, e dei dissidi religiosi, Carlo II nel 1660, riuscì a ridare alla Scozia la propria autonomia, anche se sottoposto al monarca inglese. Quando Giacomo II, che successe a Carlo, fu spodestato da Guglielmo III d’Orange, la Scozia di nuovo, rimase economicamente svantaggiata, con l’esclusione in particolare verso i commerci delle Indie Orientali e le colonie americane. Si formò un nuovo partito che voleva la separazione delle corone. Allora l’Inghilterra cercò di chiudere la partita, e ci riuscì attraverso inganni, lusinghe, e corruzioni varie, tanto da convincere il parlamento scozzese ad accettare l’unificazione amministrativa e parlamentare. Nel 1707 il parlamento scozzese cessò di esistere, e la Scozia divenne per i più solo una regione all’estremo nord dell’isola britannica.

Dall’unificazione del 1707, al SNP – La storia culturale e sociale della Scozia degli ultimi tre secoli, è stata condizionata in maniera decisiva dall’unificazione del 1707. Nel XIII secolo la regione che andò ad unirsi, era molto diversa dalla ricca e potente Inghilterra. La Scozia aveva poche risorse naturali, era povera ed arretrata, la sua popolazione non arrivava al milione di abitanti, inoltre l’ultima unione, che la mezza unione del 1603 gli avevano già fatto perdere parte dell’identità nazionale e linguistica, presente ai tempi di Bruce. L’unione aprì i mercati coloniali britannici ai commercianti scozzesi, si diffusero gli avanzati mezzi agricoli inglesi, così in poco tempo la parte delle Lowlands, la bassa Scozia, migliorò notevolmente la situazione economica. Per esempio il bacino del fiume Clyde, già nella seconda metà del secolo, diventò una delle maggiori aree industriali dell’intera Gran Bretagna, nei settori della siderurgia, cantieristica, meccanica e dell’estrazione dei metalli. A cavallo del 1750 Glasgow aveva circa 20000 abitanti, nel 1811 oltre 100000. Miglioramenti significativi si ebbero anche in altri campi, nei trasporti, nell’assetto urbanistico e architettonico. Da tutto questo nuovo benessere, rimasero invece, completamente esentate, le Highlands. Così le terre del nord divennero sempre più isolate, a livello culturale, economico e sociale non solo da Londra ma anche dagli scozzesi del sud. Nel corso del secolo il malcontento si tradusse in rivolte interne, spesso sanguinose, da parte dei clan Highlanders. Con il passare dei decenni la parte del nord è stata sempre meno abitata, perché ha subito una fortissima emigrazione verso i posti di lavoro ed il benessere del sud. Le Highlands sono rimaste marginali, culturalmente povere, dipendenti economicamente dai turisti in cerca di leggende romantiche e bei paesaggi. Dopo la già accennata perdita di una coscienza scozzese (1707) vi furono due reazioni. La prima di tipo nazionalistico, tendeva alla riscoperta, alla pubblicazione e all’imitazione delle opere letterarie tradizionali e popolari scozzesi, era piena di nostalgia e patriottismo. La seconda reazione invece, cercava di sconfiggere gli inglesi sul loro stesso terreno, furono prodotte opere letterarie e scientifiche scritte in inglese corrente, da parte di intellettuali scozzesi. Facendo ciò, Edimburgo acquistò importanza a livello europeo, nel campo culturale e librario ; il sistema universitario e scolastico è stato, ad esempio, fino a pochi anni fa (XX secolo) molto più avanzato dell’equivalente inglese. C’è da ricordare inoltre che il trattato d’unione aveva lasciato la Chiesa di Scozia, ed un sistema giudiziario autonomo. Le due istituzioni, maggiormente la chiesa però, assorbirono il nazionalismo del paese. L’illuminismo di Edimburgo e di altre città attenuò la severità calvinista, ma il fanatismo religioso, rimase comunque, pronto a venire fuori quando poteva unirsi al sentimento nazionalistico. La rivoluzione industriale, aumentò le differenze fra Highlands e Lowlands. Nel 1801 la popolazione scozzese era di 1 milione e mezzo, alla fine del secolo arrivò a oltre 3 milioni, anche se gran parte risiedeva a Glasgow, Dundee, Edimburgo e Aberdeen. Le campagne del nord sempre meno popolate. Quando l’economia generale della Gran Bretagna andava bene, anche quella della bassa Scozia non aveva particolari problemi. La situazione cambiava però nei periodi di crisi economiche. In quei momenti la Scozia ne risentiva prima ed in maniera maggiore rispetto alle grandi città industriali dell’Inghilterra. Fu questo il caso del 1930, quando ci fu la grave crisi che colpì tutto il mondo occidentale. In quel periodo la disoccupazione colpì circa un terzo dei lavoratori scozzesi. Proprio allora a livello non più storico, in Scozia si vide l’affermarsi di politiche di estrema sinistra (in particolare nelle zone del Clyde), per contrapposizione con i Conservatori di Londra, e il sorgere di movimenti nazionalisti. I ceti più bassi, come gli immigrati dalle Highlands, che lavoravano a Glasgow, si identificavano nella sinistra della classe operaia, mentre i ricchi imprenditori della stessa Glasgow con i professionisti e funzionari di Edimburgo, portarono avanti un sentimento nazionalistico scozzese. Anche se la Scozia è culturalmente divisa fra chi si richiama ai Celti, chi ad una pura cultura scozzese, chi è felice dell’unione con l’Inghilterra, ha comunque conservato tradizioni nazionali, (perché l’unione non è avvenuta molto presto), e autonomia nel campo religioso, dell’istruzione e finanziario.

Lo Scottish National Party – La crisi economica a cavallo del 1930, come detto, portò a nuovi nazionalismi in Scozia. Nel 1928 fu fondato il National Party of Scotland, più estremista, e nel 1932 lo Scottish Party, più moderato. Due partiti simili, tanto da fondersi nel 1934, per formare lo Scottish National Party, il Partito nazionalista scozzese. Questo nuovo partito fin dalla fondazione, ha un programma dove non mancano toni nazionalistici, ma che accetta il sistema democratico inglese, per questo ripudia ufficialmente, senza eccezioni, qualunque tipo di atti violenti, portati avanti da gruppi estremisti scozzesi come quelli studenteschi o i nostalgici del Club 1320. La linea politica che adotta l’SNP, simile ai nazionalisti gallesi, è mirata a sfruttare tutte le possibilità del sistema politico inglese, con la partecipazione a tutte le elezioni (parziali, generali, politiche, amministrative, europee), in modo da poter ottenere a livello locale la maggioranza dei seggi, e costituire un parlamento regionale, larga autonomia o meglio ancora l’indipendenza completa. Il partito non ebbe fino agli anni ’60 molte soddisfazioni, registrò il punto più basso allo scoppio della seconda guerra mondiale. Nel 1937 l’SNP approvò un documento dove si diceva che : “Il Partito nazionale scozzese rifiuta fermamente che le risorse umane della Scozia vengano usate per difendere un impero in cui essa non ha voce; pertanto tutti gli uomini del partito in età di leva giurano di rifiutarsi di servire a qualunque titolo nelle forze armate del Regno finché il programma del Partito nazionale scozzese non sia stato realizzato”. Tanto per far notare la rilevanza dell’SNP c’è da dire che la maggioranza dei giovani iscritti al partito, andarono nell’esercito del Regno, come i loro coetanei inglesi. Programmi del partito scozzese saranno approfonditi più avanti.

Elezioni nel XX secolo – Le elezioni del 1924 sono le ultime senza la presenza di partiti nazionalisti scozzesi. Nel Regno Unito vincono, come nel passato, i conservatori, con il 46.8 %, contro il 33.3% dei laburisti ; la Scozia è già in controtendenza, visto che il Labour Party ottiene 41.1% contro il 40.7 del Partito Conservatore. La maggioranza generale, in Scozia è minoranza, anche se di poco, i voti degli scontenti del governo centrale di Londra vanno ai laburisti. Fra loro ci sono gli scontenti per motivi economici, e probabilmente i nazionalisti. Se un individuo si sente scozzese, quindi nazionalista, prima di dare il voto ad una forza che è sempre nazionalista ma inglese, e quindi che rappresenta il “nemico” della propria patria, è preferibile votare chi è contro quel sistema, anche se non è nazionalista, ma di sinistra come i Labour Party. Passiamo poi alle prime elezioni dove si presenta un partito scozzese. Nelle elezioni generali del 1929, l’esordiente National Party of Scotland, nato un anno prima, raccoglie in patria appena 3314 voti, fra 2242941 elettori. La sua percentuale è dello 0.2, che a livello generale rappresentano lo 0%. Ancora una volta in Scozia vince la sinistra (42.3% ,contro il 35.9% dei conservatori), mentre nel Regno la destra vince per poche migliaia di voti. Nel 1931 nel trionfo delle forze nazionaliste, 67.2%, il Conservative Party raccoglie il 55%, contro il 30.9% dei Lab. Anche in Scozia, questa volta vincono i Cons. con il 49.5%, i Lab. Il 32.6%23. L’SNP fa un piccolo passo in avanti arrivando a 20954 voti pari però solo all’1%, e dei 5 candidati non viene eletto chiaramente nessuno. Arriviamo quindi alle ultime elezioni prima della seconda guerra mondiale, quelle del 1935. Nel Regno i Cons. ottengono il 47.8%, il Lab. 38%, mentre in Scozia il Cons. prende il 42%, il Lab. Il 36.8%, l’SNP l’1.1 (25652 voti), mentre l’Indipendent Labour Party il 5%. Lo scenario politico dell’isola cambia completamente dopo la Grande Guerra,1945, quando evidentemente i partiti nazionalisti sono visti in altro modo rispetto ai periodi di tranquillità sociale. Sia nel Regno Unito (Lab.48%, Cons.36.2%), che in Scozia (Lab.47.6%, Cons. 37.4), la situazione viene ribaltata, i laburisti vincono nettamente. L’SNP esce dal conflitto, in pratica, invariato, raccogliendo infatti l’1.2%, con 30595 in Scozia. Gli anni ’50 vedono nel Regno Unito subito due elezioni generali, nel 1950 e nel 1951. In entrambe vince il Lab. anche se la distanza con il Cons. è minore rispetto al 1945, essendosi allontanata la guerra. Nel ’50 il Lab.46.1% – Cons. 40% ; nel ’51 Lab. 48.8% – Cons.44.3%. In Scozia la differenza è invece più accentuata ( 1950 : Lab.46.2% – Cons. 37.2% ; 1951 : Lab.47.9% – Cons. 39.9%) dal momento che qui i laburisti vincevano anche prima del conflitto. Sempre in Scozia il partito di “casa”, cala sensibilmente allo 0.4% nel’50, e allo 0.3% nel’51. Nel 1955 a livello totale, vince di misura il Cons. 46.6% – Lab.46.4%. La Scozia continua invece ad essere la roccaforte dei laburisti 46.7% -Cons.41.5%. Altra umiliazione elettorale per il Partito scozzese, che prende lo 0.5%, grazie ai 12112 scozzesi che gli hanno dato fiducia. Nel 1959 i conservatori prendono il 46.6% nel Regno ed il 39.7% in Scozia, i laburisti il 43.8% ed il 46.7%. In Scozia altra disfatta per l’SNP che raccoglie ancora le briciole, con l’0.8%. Ma arrivano gli anni sessanta, decennio di netta crescita per lo Scottish National Party, decennio che porterà il partito ai trionfi dei primi anni ’70. Elezioni 1964, in Gran Bretagna vincono i laburisti (44.1%, Cons.42.2%) e naturalmente anche in Scozia con il 48.7% contro il 37.3% Cons. L’SNP raccoglie in patria il 2.4%, che si traduce a livello generale nello 0.2%. Per la prima volta quindi questo Partito ha una pur minima rilevanza, anche se dei suoi 15 candidati nemmeno uno passa. Nelle elezioni del 1966 quando nel Regno, Lab. ottiene il 48% e il Cons. il 41.3%, in Scozia i Lab.49.9%, Cons. 37.7%. L’SNP migliora ancora, presenta 23 candidati, raccogliendo nel proprio territorio 128474 voti, pari al 5%, che diventa lo 0.5% in generale. Andando in avanti si arriva alle elezioni del 1970. I Cons. con il 46.4% ritornano al governo, contro il 43.1% Lab., in Scozia resta i Lab. restano ancora il gruppo più forte con il 44.5%, il 38% va ai conservatori. Ma c’è una nuova forza che avanza, è lo Scottish National Party, che raccoglie 306802 voti, pari all’11.4% locale, che si trasforma nell’1.1% generale. Questo risultato gli da 1 seggio alla Camera dei Comuni. Quattro anni dopo, nel 1974 si svolgono due elezioni, nel febbraio e nell’ottobre. A febbraio, ancora una volta la vittoria dei Cons. 37.9%, è ottenuta per pochissimi voti, i Lab. ottengono il 37.2%. In Scozia c’è un vistoso calo dei due maggiori partiti, nessuno arriva al 40%. Ai Lab. va il 36.6%, al Cons. il 32.9%. L’SNP, almeno localmente, comincia a farsi minaccioso ; ottiene infatti il 21.9% (2% generale), grazie a 633180 voti. A Londra a rappresentare l’SNP vanno in 7. Ancora meglio è andata ad ottobre per i nazionalisti scozzesi. In Gran Bretagna vincono i Lab.39.2%, calano ancora i Cons.35.8% (il loro risultato più basso). Nella regione scozzese, vincano ancora i laburisti (36.3%), ma i conservatori (24.7%) non sono il secondo partito, a tallonare i Lab. c’è infatti l’SNP che ottiene il 30.4%, (il 2.9% generale), con 839617 preferenze, con 11 seggi conquistati, un vero successo, che in questi termini non si ripeterà più. Nel 1979, la situazione generale cambia di nuovo, perché i Cons. (43,9%) tornano ad essere i preferiti dai britannici, ai Lab. va il 36.9%. Più a nord, in Scozia sia i Lab., 41.6%, sia i Cons. 31.9%, migliorano l’ultimo risultato. Più voti loro, meno voti l’SNP, che prende il 17.3%, pari ad una perdita del 13.1% rispetto a cinque anni prima. La tendenza viene rispettata anche nel 1983, quando in Scozia l’SNP cala ancora arrivando all’11.8% (ancora 2 seggi), vince il Lab. con il 37.5%, perde anche il Cons. 28.4%, la novità è rappresentata dalla coalizione, fra il Liberal Party (12.1%) e il Social Democratic Party (11.1%) nato nel 1981, che ottiene il 23.2%. Nel Regno Unito stravincono i Cons.42.4%, dal momento che la nuova coalizione Lib.Par. – SDP ottenendo il 25.4%, sottrae elettori al Lab. 27.6%, che rappresenta il loro minimo storico. Nel 1987 si confermano i Cons. 42.3 e i Lab.30.8%. La Scozia, ancora una volta, non tradisce i laburisti, che ottengono il 42.4%, i Cons. il 24%. Miglioramento di quasi 3 punti percentuali, per l’SNP che va al 14%, con 416473 elettori, e 3 seggi ottenuti. Quindi arriviamo alle elezioni del 9 aprile 1992, quando il Conservative Party ottiene il 41.9%, il Labour Party il 34.9%, i Liberal Democratics il 17.8%, e quarto partito del Regno Unito è lo Scottish National Party con l’1.9%. Questo ulteriore miglioramento è commentato da James Newell, nell’articolo “The Scotish National Party and the Italian Lega Nord “4. L’autore paragona il successo nelle elezioni, svolte entrambe nel mese di aprile, di Italia ed Inghilterra, ottenuto da partiti regionalisti. Italia ed Inghilterra sono paesi dell’Europa occidentale, appartenenti alla Comunità Europea. Le previsioni elettorali facevano pensare che sia la Lega che l’SNP potessero raddoppiare i loro voti del 1987, nelle regioni che rappresentano. Ma mentre la Lega è avanzata del 15% (dal 2.6% al 17.3%), l’SNP è aumentato del 7.5% (dal 14% al 21.5%). I motivi dei due successi sono dovuti al calo dei grandi partiti nazionali. In Italia è avvenuto il crollo totale del primo partito italiano e della zona dove la Lega è forte (nord e Veneto in particolare), la Democrazia Cristiana. Un calo anche del PCI, che nel 1970, unito (per ipotesi) con la DC otteneva il 73.1%, mentre nel 1992 il 45.8%. Anche in Gran Bretagna Cons. e Lab. sommavano nel 1970 l’89.4%, e nel 1992 il 76.3%. Questi due partiti hanno avuto una crisi generale, per motivi soprattutto sociali, tanto da far diminuire la fiducia da parte dei loro elettori. Infine le ultime elezioni parlamentari, quelle del 1 maggio 1997. Storica vittoria per i laburisti di Tony Blair, che sconfiggono i conservatori al governo da diciotto anni. Il Labour Party vince a larghissima maggioranza (43.3% , contro il 30.6% di John Major), ed ottiene 419 seggi alla Camera dei Comuni, contro i 165 degli avversari. L’SNP conquista il 2% generale con due seggi.

Dalla rinascita celtica a Tony Blair – Osservando la carrellata di risultati elettorali, si può vedere che lo Scottish National Party, l’unico partito nazionalista di quella regione, sia stato praticamente insignificante dalla sua nascita ai primi anni sessanta. Da allora è andato in crescendo, fino al clou del 1974, per poi calare sensibilmente a cavallo degli anni ottanta, per avere di nuovo un buon elettorato nelle ultime due elezioni. Per quanto riguarda gli anni sessanta, si può dire che c’è stato un risveglio etnico un po’ in tutto il mondo occidentale. Secondo il politologo Arend Lijpart :”Bisogna chiedersi non come mai il conflitto etnico è improvvisamente riapparso, ma come mai è rimasto alla stato latente per tanto tempo. La risposta è che è stato temporaneamente dislocato da conflitti più salienti”, riferendosi al conflitto di classe. Max Weber distingueva le coesistenze etniche, dalle strutture di casta. Le prime implicano “una separazione fra le comunità, ma permettono a ciascuna di considerarsi la più degna di onore, mentre la struttura di casta implica un rapporto un rapporto di subordinazione sociale e di deferenza nei confronti della comunità privilegiata”. Questi due tipi ideali, spiega Hechter, possono essere definiti verticali o orizzontali, nel rapporto con le dimensioni sociali dello status, delle risorse economiche e del potere. In queste dimensioni le coesistenze etniche sono proprio uguali, le caste sono invece caratterizzate dalla massima diversità. Quando un gruppo verticale cerca di diventare orizzontale, secondo Lijphart, inizia un processo di riaffermazione conflittuale dell’identità del gruppo. Per questo, tornando al punto di partenza, il processo di sviluppo industriale, (è spiegato con il modello di colonialismo interno da Hechter) è un momento di orizzontalizzazione, visto che richiede una distribuzione differenziata delle risorse economiche e di potere, che reca svantaggio alle regioni periferiche, dove generalmente risiedono i gruppi etnici minoritari. Il gruppo etnico infatti, proprio perché gruppo di minoranza, è svantaggiato rispetto alla massa, e tende a schierarsi per le autonomie. Dentro a questi gruppi, si rinforzano ideologie, e vengono spesso sfruttati simboli tradizionali, ripescati dal passato. Successivamente all’unificazione Scozia – Inghilterra, ad esempio furono praticamente realizzate, spesso inventate, leggende, simboli nazionali (kilt, cornamusa), utili per identificarsi in qualcosa che non sia il centro dello Stato. La rinascita celtica avvenuta dalla metà degli anni ’60, sfociata nei successi elettorali, interessa sia lo Scottish National Party, sia il Plaid Cymru, il partito nazionalista gallese. La Scozia, a differenza dell’Irlanda del Nord, ha subito un processo di integrazione politica, infatti fino a circa il 1930 le medie del regno non si discostavano di molto da quelle scozzesi. Poi invece la Scozia è divenuta, come abbiamo visto, una roccaforte laburista, mentre in Gran Bretagna fino al 1964 ha governato il Conservative Party. I tory riguardo ai problemi sollecitati dalle regioni periferiche, si erano sempre limitati ad una politica di laissez faire. Nei primi anni sessanta, qualcosa si mosse, venne prodotto il rapporto Toothill (una serie di relazioni che sembrava promettere grandi cose per la Scozia). Questo rapporto, datato 1960-61, era rivolto allo Scottish Council, (il Consiglio scozzese per lo sviluppo e per l’industria). Ma i programmi non vennero quasi mai rispettati, gli scozzesi in quel periodo si aspettavano prosperità, fu grande il divario che separava le aspettative dalla realtà. Il grande ponte di Forth (quello che porta ad Edimburgo venendo da nord), venne iniziato nel 1958 e concluso nel 1964 ; venivano progettate nuove industrie, e anni dopo venivano iniziate, come la nuova industria automobilistica scozzese. In poco tempo chiusero vecchie industrie (miniere, cantieri), e nello stesso tempo non c’erano nuovi lavori. In alcune parti della Scozia furono chiusi tratti di ferrovia, questo portava ancora di più al degrado delle zone agricole più periferiche. Quando i laburisti erano all’opposizione prevedevano nei loro programmi politici lo sviluppo di Scozia e di Galles. Ma quando nel 1964, gli stessi, andarono al governo, i nazionalisti scozzesi si accorsero, che neanche loro avevano la soluzione. Da qui, nel 1966, i nazionalisti cominciarono a far sentire la loro voce, sostenendo che né i laburisti né i conservatori, essendo partiti inglesi, non avevano a cuore i problemi della Scozia, ma i problemi dell’Inghilterra. Un testo del SNP, del 1968, dice : “I partiti unionisti parlano, progettano, fanno discorsi, nel governo e fuori, ma le nostre esigenze non trovano mai ascolto. Perché ? Perché i partiti unionisti (tory o laburisti), che hanno avuto la possibilità di agire a favore della Scozia, sono partiti del Regno Unito, che mai affronteranno i problemi scozzesi se non in quel modo che piace a Londra e all’Inghilterra, che costituiscono il 90% del Regno Unito. Siamo stati ingannati per intere generazioni dalla propaganda dei partiti unionisti angloscozzesi e dei loro portavoce. Invece di chiederci di mettere il nostro paese al primo posto, liberali, tory e laburisti cercano di dividerci, chiedendoci di appoggiare innanzitutto i loro anacronistici interessi settoriali anglo – scozzesi e classisti. Elettore, metti la Scozia al primo posto, vota SNP”. Molto spesso nei comunicati dell’SNP ricorre il tema del tradimento del Labour Party : “L’atteggiamento dei laburisti verso una ragionevole autonomia legislativa della Scozia rivela come il partito abbia svenduto le sue origini radicali : prima e durante la seconda guerra mondiale i laburisti propugnavano l’autogoverno per la Scozia. Ma dopo la decisiva vittoria laburista alla fine della guerra, la questione fu tacitamente lasciata cadere, probabilmente per il semplice motivo che, a conti fatti, il partito ha bisogno del voto scozzese. Le mezzemaniche in età di pensione che formano la maggioranza dei parlamentari laburisti scozzesi sono il prodotto naturale dell’involuzione di un movimento che pure fu a suo tempo autenticamente radicale e scozzese. Il sistema bipartitico agisce, e deve agire, con lo scopo di dividere gli interessi della Scozia per sostituirvi le beghe politiche tra destra e sinistra che sono ormai la ragion d’essere dei partiti inglesi”. Per i partiti nazionalisti il problema non è se sia meglio il capitalismo o il socialismo, interessa solo il raggiungimento dello sviluppo economico, da raggiungersi con qualunque mezzo. Sia l’SNP che il Plaid Cymru, basano la loro propaganda sui problemi della disoccupazione, sulla emigrazione forzata in terre straniere, sul deterioramento dell’ambiente industriale, sulla crisi del settore agricolo. Secondo loro, a differenza di quanto affermano gli economisti laburisti, il gettito fiscale netto dalla Scozia supera le spese del governo in favore della regione. Inoltre le scelte di politica estera del Regno non gli interessano (come l’appoggio all’Usa in Indocina), dicono che sarebbe meglio investire le tasse assorbite dalle forze armate per la sanità e l’assistenza. Un economista dell’SNP, spiega che i vantaggi di una indipendenza politica, sarebbero molti dal punto di vista economico, nel poter decidere le proprie politiche economiche, anziché subire quelle preparate per l’Inghilterra, la Scozia avrebbe enormi benefici. C’è da far notare come l’SNP basi nel programma il bisogno di un’indipendenza politica, quasi esclusivamente su statistiche del prodotto lordo regionale, su motivi economici e non culturali, basta quindi che il governo di Londra attui anche minime politiche economiche per la Scozia, per eliminare il principale argomento del programma SNP, e spiegare gli improvvisi cali elettorali. Lo Scottish National Party non si è mai battuto nel sostenere la propria cultura e le proprie tradizioni, troverebbe difficoltà a sostenere che la Scozia sia un’unica “nazione”, visto che per secoli ha ospitato tre gruppi culturali distinti, i Celti nelle Highlands, i norvegesi nel nord – est, ed i gruppi anglofoni nelle Lowlands. Senza una campagna di propaganda senza riferimenti culturali, sembra difficile che un partito nazionalista possa affermarsi nel tempo. Tornando all’attualità, abbiamo visto il trionfo dei laburisti di Blair, nel 1997. Tony Blair, scozzese è andato ad occupare la residenza di 10 Downing Street, all’età di 44 anni, il più giovane premier dopo Lord Liverpool eletto nel 1812. Nel 1970, nel periodo delle lamentele scozzesi verso i laburisti, Blair aveva 17 anni, chissà se questo fatto ha influito nel programma che lo ha portato alla vittoria ? Il programma vincente, prevedeva riforme costituzionali, con delega di poteri alla Scozia ed al Galles per venire incontro alle istanze di autonomia politica dei due Paesi. L’11settembre 1997 la Scozia approva (il 18 lo farà il Galles) il progetto di autonomia proposto dal governo laburista. Gli elettori si pronunciano con due referendum a favore del progetto. Il testo, che viene approvato con il 74.3% dei voti favorevoli, prevede la costituzione di un Parlamento autonomo, eletto per due terzi con il sistema maggioritario e per un terzo con il sistema proporzionale, dotato di poteri propri in molti settori, fra cui la sanità, l’istruzione, la giustizia, l’ordine pubblico, il decentramento e lo sviluppo economico. In un referendum separato veniva chiesto agli scozzesi, se dare al Parlamento di Edimburgo, anche un limitato potere di imposizione fiscale, con una percentuale inferiore, 63.5%, vincono i voti favorevoli. Questa riforma era un punto principale nel programma di Blair, per lui quindi una grande vittoria.