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Cinque anni per togliere un semaforo. Val d’Orcia, terra di tutti quando tutto va bene

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Ci sono quei luoghi talmente belli che quando tutto va bene sono patrimonio di tutti, ma proprio di tutti. Come la Val d’Orcia, terra unica, meravigliosa, tanto che nel 2004, il 2 luglio, l’Unesco l’ha proclamata patrimonio dell’umanità. E così viene utilizzata e sfruttata, anche, da case e brand privati di tutto il mondo e da enti di qualunque grandezza, anche da chi non ne avrebbe il titolo per farlo, ma questa è un’altra storia che ci porterebbe fuori strada in questo caso.

Questo è quello che succede quando tutto va bene. Ma basta che qualcosa vada storto ed ecco che sempre quella terra bella ed invidiata non è più di nessuno. Così basta un’ondata di maltempo più intensa che frane e smottamenti sono all’ordine del giorno. Si ma chi se ne deve occupare? Le Province sono state praticamente abolite – o comunque svuotate – da quattro anni; Palazzo Strozzi Sacrati, sede della Regione, è lontano più di cento chilometri, e poi questo non è uno dei casi di quando “le cose vanno bene”, oppure c’è l’Anas. I comuni (l’ultimo baluardo rimasto nelle periferie del Granducato, e c’è anche chi vorrebbe farli morire) in molti di questi casi non hanno competenza se non poter fare pressione verso i piani più alti.

Il ponte sull’Orcia fra Pienza e Gallina

E allora, dicevamo, basta una piccola frana, per mettere in tilt un territorio intero. Proprio come quella di metà febbraio 2014 quando – in provincia di Siena – fra Buonconvento e Torrenieri, al km 195+700 della Cassia nel comune di Montalcino, il maltempo provoca un avvallamento del manto stradale. Viene chiusa una parte della carreggiata, viene installato un bel semaforo e la circolazione va a senso alternato. “Vedrai che adesso la metteranno a posto” “Sarà un lavoro da poco” erano i commenti dei giorni e delle settimane successive. Inguaribili ottimisti. I tempi in cui le risorse in provincia di Siena c’erano, bastava chiederle, sono finiti. Non è andata così, infatti, nessuno che si prende la briga di rimetterci le mani, fino ad oggi, quando si apprende che a breve inizieranno “i lavori di consolidamento della strada ed il ripristino della sede viaria alla ordinarie condizioni di transitabilità e sicurezza per l’utenza stradale”. Lavori che per un costo di 130mila euro, termineranno entro febbraio 2019. Cinque anni dopo esatti, per un avvallamento di una corsia, che è niente rispetto ad altri dissesti idrogeologici o frane che si trovano nella stessa provincia di Siena (basti pensare ai ponti crollati da anni sempre in Val d’Orcia), per non parlare di vere e proprie tragedie nazionali di crolli e alluvioni varie. I lavori al semaforo della Cassia prevedono la “paratia di pali trivellati di medio diametro posti longitudinalmente alla strada a bordo carreggiata per una lunghezza di circa 60 mt”, e anche il “drenaggio sul lato a monte della strada (in sinistra ettometrica), longitudinalmente alla strada e a margine della carreggiata per una lunghezza di circa 55 mt”. E anche altre opere minori.

Ma intanto il danno c’è stato. Se pensiamo che la Cassia è la stessa di cinquanta anni fa, ad eccezione di alcuni tratti, ma oggi in Italia ci sono 62,4 auto ogni cento abitanti (in Toscana 65), mentre nel 1969 c’erano poco più di 9 milioni di automobili per 53 milioni di abitanti. E da queste parti altre infrastrutture non ce ne sono: altre strade e treni, neanche l’ombra, e bus che vanno ad esempio al capoluogo (Siena) solo in alcune fasce orarie.

«Il nostro territorio senese è discriminato, rispetto al passato – racconta un viticoltore di queste zone – anche per quanto riguarda i servizi e le infrastrutture. Con il taglio della Provincia non abbiamo più strade adeguate, nessuno fa più manutenzione alle infrastrutture, ma nei luoghi rurali del territorio senese dobbiamo lavorare e accogliere chi viene a trovarci. La politica dovrà abituarsi a mantenere le promesse fatte». Insomma, bene i lavori che inizieranno nelle prossime settimane, ma visti i precedenti, e soprattutto i tempi, sarà il caso di sperare (o pregare per chi vuole) che non succeda mai niente in futuro.