Tra i passeggeri rimasti dopo i primi bombardamenti sull’Iran di sabato scorso e la conseguente chiusura dello spazio aereo degli Emirati Arabi, c’è anche Arti Ahluwalia, professoressa di bioingegneria dell’Università di Pisa.
La docente, di rientro in Italia dopo un viaggio tra i parchi dell’Uganda e il Kenya, ha assistito da Abu Dhabi alle drammatiche conseguenze degli attacchi missilistici che hanno interessato l’intera area.
«Eravamo nell’ultima tratta verso casa – racconta – quando abbiamo sentito dei boati ed è arrivata la notizia degli attacchi missilistici. Da un momento all’altro ci siamo ritrovati fermi qui e siamo stati informati della chiusura dello spazio aereo».
In quei primi istanti la paura è stata inevitabile, seguita dal desiderio più semplice e umano: tornare a casa. «Noi – continua Ahluwalia – come tutti gli altri viaggiatori, vogliamo soltanto riuscire a tornare a casa sani e salvi».
E mentre aumentano le ore di attesa, la colonna sonora è una sola: i rumori della guerra. «Abbiamo visto e sentito i bombardamenti in lontananza, e ogni tanto passano anche aerei da caccia, con il rombo assordante».
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Ma ciò che pesa più dei timori è l’incertezza di non sapere quanto durerà il tutto. «L’app dei voli indica che fino a oggi alle 14 non ci saranno partenze, ma non abbiamo ricevuto comunicazioni precise, e non sappiamo se ne riceveremo». Attorno a lei, però, tutto sembra straniante.
«Qui sembra tutto tranquillo. Le persone del posto non appaiono preoccupate, gli unici davvero tesi siamo noi viaggiatori. Anche quando in lontananza si avvertono esplosioni, non c’è panico».
Per non affrontare l’attesa in aeroporto, i passeggeri bloccati sono stati sistemati in un hotel dalla compagnia aerea. «Per ora siamo al sicuro, ospitati in un albergo molto elegante messo a disposizione da Etihad finché non potremo partire». Ma la protezione non cancella l’ansia di voler tornare a casa, al sicuro.







