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Torre del Lago –  Siamo in una casa di commercianti di Pala, cittadina piccola piccola dell’Uruguay. Un pueblito, la chiamerebbero quelli del posto. Nel salotto, una bambina di quattro anni è intenta a distruggere un pianoforte-giocattolo.

Non è che non le piaccia quel gioco che con un’intuizione da artista le ha portato il papà, commerciante di professione, musicista nel cuore. Rogèlio si fabbrica da solo le chitarre con cui suona pezzi complicati che le dita veloci da autodidatta riescono a far correre sulle corde.

Maria Josè lo guarda, lo ascolta con ammirazione e poi chiede determinata, quando ha finito la sua minuziosa distruzione: “Bene papi, ora mi compri un pianoforte vero?”. Con la musica non si scherza. Soprattutto quando si è predestinati. E in un continente come l’America del Sud la predestinazione è vita quotidiana, prima ancora delle stelle, degli oroscopi, degli oracoli.  Così il pianoforte arriva e il destino si compie. A cinque anni Maria José Siri si incammina nel sentiero che la porterà dritta al centro della lirica, contesa dai grandi teatri europei. Innamorata (contraccambiata) di Verdi e Puccini, ma non solo. Capace di essere Aida e Butterfly, Mimì e Manon. Alcuni anni fa  il maestro Chailly volle il soprano uruguaiano alla Scala, come protagonista di Manon nella prima versione di Puccini: prima di morire, il compositore ritoccò l’opera  una trentina di volte.

Sabato sera, Maria Josè Siri ha cantato Manon a Torre del Lago (replica il 6 settembre, ore 21,15) diretta da Valerio Galli, maestro viareggino con particolare sensibilità per il repertorio italiano, circondata dalle scenografie di Igor Mitoraj. Bellezza su bellezza. E in questa recita, sotto lo stesso cielo di Puccini, Maria José Siri ha dimostrato quello che da sempre va professando: non esistono teatri o festival di seria A o B. Esiste l’arte e ovunque deve essere creata ai massimi livelli.

Sabato sera così è stato a Torre del Lago: prima dell’inizio del IV atto, nel deserto della Louisiana, palcoscenico al buio, si leva un grido e si vede volare la luce di una torcia elettrica. L’avviso dall’alto parlante: “Per un piccolo incidente, abbiamo bisogno di ulteriori 15 minuti di intervallo”. Corrono alcuni paramedici, la scena non si sblocca. Galli, già sul podio, rientra in camerino. Maria José Siri è inciampata nel buio. Ha un problema a una gamba, non è ancora chiaro di che cosa si tratti. In platea solo sussurri, qualche ipotesi, ma niente più. Fino all’annuncio: “Ci saranno alcune variazioni di regia, ma la signora Siri, malgrado l’incidente occorso, terminerà l’opera”. Galli torna sul podio. Maria Josè Siri entra in scena, sorretta. Si siede e canta, voce che risuona “sotto il gran ponte del cielo”. Poi, tutto è silenzio. Manon muore. Manon vive. É il momento della gratitudine del pubblico e degli applausi.

Che cosa sognava di diventare Maria José da bambina?

Io ho subito avuto un interesse particolarissimo per la musica, tant’è che quando avevo quattro anni mio padre mi regalò un pianoforte finto. E io lo distrussi subito, per averne uno nuovo. E quindi a cinque anni ebbi il mio primo pianoforte vero e iniziai a suonare. Ma sempre ci cantavo sopra le melodie. Poi ho seguito tutti gli studi per diventare una pianista. Dovevo essere una pianista solista, però non avevo la memoria. Avevo problemi per memorizzare i concerti e quindi niente da fare. Allora mi sono buttata sul jazz”.

Il jazz?

Sì mi piaceva molto. E così ho iniziato a studiare il sassofono tenore e l’ho studiato sei mesi: in particolare ho studiato la respirazione per suonarlo, perché è uno strumento di fiato. E questo è stato un vantaggio per il canto”.

Scusi, ma come arriva dal jazz al canto?

“Ero alla Escuela Nacional  de arte lirico per la mia lezione di jazz, ma mi avevano dato l’orario sbagliato.  Così quando sono arrivata, invece della lezione di sassofono ho trovato a una classe di canto lirico. E lì cambiò la mia vita perché sentii cantare per la prima volta molto vicino a me un soprano, mi emozionai tantissimo, con i brividi fino alle unghie. Aspettai che tutti andassero via, mi avvicinai all’insegnante e le dissi: “Io voglio cantare così. Non so quanto mi potrà costare, ma io voglio cantare così”. E lei mi rispose: “Vuoi cantare l’opera?”. E io decisa replicai:  “Sì, io voglio cantare questo”. Così eccomi qui”.

Vorrei riportarla un momento alla sua infanzia. Non è comune che una bambina di 4 anni distrugga un pianoforte-giocattolo per farsene regalare uno vero. I suoi genitori come reagirono? Erano artisti anche loro?

“I miei genitori erano commercianti, ma mio padre Rogelio, suonava la chitarra. Era autodidatta, suonava in modo splendido anche pezzi molti difficili e di solito suonava le chitarre che si costruiva. Inoltre faceva parte di un coro della chiesa e cantava da contro-tenore, con una voce particolare. Aveva questa facilità: invece di cantare in voce di petto, da uomo, gli veniva molto meglio il falsetto. Allora nel coro aveva questo ruolo. E a me sembrava così strano, perché sentivo gli altri cantare in un certo modo ma mio padre si distingueva perché aveva questa voce così fine, alta. Quindi, sì, devo a lui la mia passione per la musica, per il canto. É stato il grande responsabile sia della motivazione, sia della passione per la musica. Mi ha seguito in ogni lezione di pianoforte: anche quando studiavo cinque o sei ore al giorno, era sempre al mio fianco. Quindi per me stato è il mio angelo musicale”.

Come ha reagito suo padre quando si è accorto che lei era appassionata di musica, sin da piccolissima?

“Si è emozionato tantissimo. E si è creato un legame particolare che non c’era con mia mamma, perché se mia mamma mi cantava qualche cosa era così stonata che mi faceva piangere da piccola. Mia mamma è tuttora stonatissima.  É Teresa la stonata (ride lo dice con affetto). Invece con mio padre c’era anche questo filo della musica a legarci. Io sono figlia unica e già ero la “piccola del papà”, poi sono diventata la figlia con cui vivere tutte queste avventure musicali”.

Le avventure musicali: le lezioni di pianoforte, la Escuela di musica a Montevideo, il jazz. Come stare su una giostra.

“Ho fatto anche l’università. Avevo molta facilità con il pianoforte: i primi anni, soprattutto, facevo due anni in uno, due anni in uno. Quindi a 13 anni avevo già finito il corso ordinario, considerando che avevo iniziato da piccola  privatamente a prendere lezioni. Ma quando mi dovevo iscrivere all’università, mi accorsi che dovevo presentare per  l’esame di l’ammissione un programma tutto a memoria. E io non riuscivo davvero a imparare tutti questi concerti a memoria. Io avevo bisogno dello spartito. I docenti mi spiegarono: il programma del I anno è questo; il programma del II anno è questo… Erano centomila spartiti da studiare , per quei dieci pezzi che mi chiedevano all’esame di ingresso ho lasciato  perdere. Allora ho pensato al jazz, perché mi piaceva tanto  come linguaggio musicale; poi il sassofono tenore era un suono che mi attraeva moltissimo. Poi successe che per un errore “del destino” ci fu lo scambio di orari con la lezione di canto lirico”.

Fu davvero un errore del destino. Se si fosse imbattuta in una lezione di violino, magari sarebbe andata diversamente.

In effetti. La lezione che mi trovai davanti era quella di canto lirico. Però, c’è da considerare anche un’altra coincidenza pazzesca: studiando jazz, avevo già fatto sei mesi di respirazione, perché per il sassofono tenore – che è abbastanza raro che lo suoni una donna – ci vuole una certa “forza” di polmoni, una certa potenza. E questi sei mesi sulla respirazione, nella tecnica per il canto mi hanno avvantaggiato tantissimo rispetto agli altri studenti. Inoltre ero avvantaggiata rispetto agli altri studenti perché mi accompagnavo al pianoforte quando cantavo. Ero considerata, anzi, una pianista di lusso. Infatti, spesso i docenti mi chiedevano di accompagnare i miei compagni”.

Lo studio, però, a un certo punto finisce. Che cosa accade dopo? Non è semplice il passaggio dall’aula al palcoscenico.

“Piano piano iniziai a vincere concorsi. Prima in Uruguay, poi in Argentina. In seguito ho fatto il grande passo di venire in Europa a fare concorsi e alcuni all’inizio li ho persi. Poi, però, ho iniziato a vincere e lì è stata lanciata un po’ la mia carriera. All’ultimo concorso che ho vinto, a Dresda, infatti, c’erano 47 direttori artistici e agenti teatrali provenienti da tutta Europa. In quell’occasione ho vinto il primo premio e anche il premio del pubblico e da lì iniziai a fare audizioni nei teatri. Era il 2006”.

Una vetrina importante a Dresda. Dopo la vittoria di questo concorso, qual è il primo direttore artistico che la contatta?

“Vengo contattata da Luca Targetti, agente musicale di grande esperienza e poi responsabile del cast della Scala.  Mi fece fare l’audizione per Musetta per La Bohème, ma quando mi ascoltò in questo ruolo mi disse: “No, no, no. Come possiamo far cantare te come Musetta? Che Mimì dobbiamo avere con una Musetta del tuo livello?” E allora mi hanno chiesto di cantare arie da “Il trovatore” e da “Aida” di Verdi. La stessa sera dell’audizione, tornando a casa, verso mezzanotte mi chiama la mia agente dell’epoca e mi dice: “Il maestro Barenboim ha visto la tua audizione in video e vuole ascoltarti domani”. Così iniziò”.

Quindi lei inizia la carriera con un’audizione alla Scala e con il maestro Barenboim che chiede di sentirla di persona. Le premesse non erano delle peggiori.

“Ma non ho subito cantato alla Scala. Prima ci sono state Le Villi di Puccini  al teatro Coccia di Novara e anche “Il trovatore” di Verdi con il maestro Bruno Bartoletti sul podio del  Carlo Felice a Genova. Il mio terzo contratto  contratto è stato Aida alla Scala”.

E chi la diresse nel suo debutto alla Scala, con Aida?

Barenboim”

Lei ha vinto concorsi prestigiosi, ha subito cantato in  teatri importanti: nel 2005, venti anni fa, è già Mimì nella Bohème di Puccini al teatro Colòn di Buenos Aires.   Quando ha pensato, per la prima volta, che avrebbe davvero potuto diventare un soprano? Quando si è esibita al Colòn o prima? 

“Da quando ho sentito quel soprano cantare alla Escuela di Montevideo, entrando palla lezione di canto lirico, credendo di assistere alla lezione di jass. Come l’ho ascoltata, ho detto a me stessa: “Farò il possibile e l’impossibile per diventare una cantante”. In quel momento, infatti, avevo provato una felicità, un senso di pienezza, di pace, di gioia che non avevo mai sentito prima. É stato un colpo di fulmine che mi ha proprio segnato quel giorno lì.

Io sono stata anche nel coro lirico in Uruguay ed ero felicissima di cantare nel coro e di ascoltare i solisti quando venivano. Mi facevo ascoltare da tutti, mi facevo dare consigli. Sono stata una persona sempre molto curiosa, sempre avevo questa  grande fame di conoscenza della tecnica, di repertorio, ma anche di esperienze di vita, umane, consigli. Ero sempre quella che aspettava la fine delle prove per parlare con il soprano”.

Ha sempre incontrato artisti e artiste disponibili ad aiutarla?

“Sempre.  Poi la prima volta che sono arrivata in Europa, per partecipare al concorso di Monserrat Caballé ad Andorra, in giuria c’era il soprano Ileana Cotrubas. Dopo avermi ascoltata nella prova del concorso, mi disse: “Lei canta un repertorio completamente sbagliato”. Io all’epoca cantavo Lucia di Lammermoor, Traviata.  Ma lei insistette: “Lei è un’Aida, una Tosca”. Quando mi disse così, pensai: “Che strano che cantando Lucia, c’è un orecchio  che sente in questa Lucia c’è un’Aida e una Tosca”. A quel punto, ho cercato di viaggiare il  più possibile per studiare con lei (a Nizza e Vienna). Fino a che, in effetti, abbiamo cambiato completamente la tecnica e il repertorio. Da lì in poi, mi sono sentita “a posto”. Ho sentito veramente di aver trovato la tecnica e il repertorio giusti per me. Ero molto felice.

Fare la cantante è un percorso di grandissima umiltà, di errori e di capacità di rialzarsi. Bisogna vivere le esperienze negative: perdere i concorsi, cantare anche se non stai molto bene. A ogni esperienza che fai, piano piano acquisisci il controllo del fiato o dell’adrenalina”.

A questo proposito, la prima volta che ha messo piede alla Scala, che cosa ha provato? Proprio un attimo prima di entrare?

“Gioia. Entravo alla mia prima prova con tutto da fare, con tutto il futuro da vivere. Avevo il sorriso sulle labbra. Non l’ho vissuto con stress quel momento, ma con grande gioia”.

Lei  ha già cantato in molti teatri prestigiosi. Ce n’è uno nel quale le piacerebbe debuttare, quanto prima?

“Sono felice di aver cantato nei teatri che finora mi hanno invitata. Secondo me l’arte deve essere fatta bene ovunque, in un festival di lunga tradizione come in un festival nuovo. Io canto con la stessa gioia e con la stessa disciplina.

Amo particolarmente cantare all’Arena di Verona perché è un posto speciale per il mio cuore: poter cantare guardando le stelle mi ha sempre colpito. E prima di cantare all’Arena ho partecipato ad alcuni festival all’aperto in Austria e in Germania: sono diversi perché loro hanno l’orchestra coperta e mi sono trovata in situazioni dove ho cantato davvero sotto la pioggia. Ma tutto serve per costruirsi il proprio bagaglio”.

Lei al festival Puccini, interpreta Manon Lescaut, ruolo che La Scala  le affida nel 2019,  nella prima versione dell’opera diretta da Riccardo Chailly ed allestita da David Pountney. Che significato ha cantare a Torre del Lago, luogo di ispirazione e di elezione per Puccini?

“Quando mi hanno detto che avrei dovuto debuttare al festival Puccini  mi sono emozionata profondamente perché sono legata davvero al Maestro. Ho cantato tanto Puccini e ho preso parte a tante produzioni di Manon: oltre 15 produzioni. Quindi è un ruolo che mi piace in modo particolare”.

Perché?

“Perché trovo che Puccini le abbia dedicato tutti i colori musicali possibili. Puccini fa crescere Manon durante l’opera: inizia nel primo atto con lei bambina, innocente e le dà tutte queste frasi semplici da cantare. Poi già la fa cambiare nel secondo atto: qui Manon è una donna che sa quello che vuole, capricciosa, che ama solo se stessa, che ama il potere, la ricchezza e ama il dio oro. Poi la trasforma in una donna diversa, in una donna che inizia a capire l’amore, che cosa sia il sentimento profondo, lasciare la vita agiata per un’altra persona, o un’altra persona che dà la vita per te. Poi la fa morire con note struggenti”.

Quanto è diversa la sua Manon di oggi a Torre del Lago da quella interpretata alcuni anni fa alla Scala?

“Io alla Scala avevo interpretato Manon nella prima versione dell’opera di Puccini e, con il maestro Riccardo Chailly  e la BBC di Londra, abbiamo fatto un’intervista nell’archivio Ricordi a Milano (l’editore di tutte le opere del compositore lucchese, eccetto La Rondine, ndr). In quella occasione abbiamo avuto la possibilità di sfogliare, indossando guanti e mascherina, lo spartito originale, con tutti gli appunti originali di Puccini. Sullo spartito c’erano anche i pensieri, le considerazioni di Puccini che scriveva frasi che traducevano le sue emozioni anche nei confronti del personaggio.

Poi noi ritroviamo queste frasi, queste emozioni nelle parole del libretto sul quale Puccini è intervenuto in modo netto, si può dire che (quasi) lo abbia scritto lui. Per questo a me piace moltissimo Manon: è un’opera pensata, realizzata, scritta completamente da Puccini anche nei testi. Ed è di una teatralità straordinaria, considerando che è la sua terza opera. Ha uno svolgimento quasi da film. Ed è moderna”.

Eppure siamo ancora nell’Ottocento. Manon Lescaut debutta al Regio di Torino nel 1893. Arriva dopo le Villi e l’Edgar. La Bohème, Tosca, Butterfly ancora non ci sono.

“Non c’entra quando è stata composta. É un’opera moderna. Che rivela uno dei grandi doni di Puccini: la capacità di interpretare la donna, di conoscerla così profondamente. É raro che un uomo possa capire, comprendere tante sfumature dell’animo umano femminile,  eppure lui ci è riuscito. Puccini riesce a farle  ha trasparire, ha fatto trasparire  queste piccole e grandi cose della femminilità che una donna. Puccini o aveva un grande osservatorio, o conosceva tanto le donne che ci ha regalato in questo ruolo una  figura femminile così complessa, articolata da sembrare quattro donne diverse. Ecco perché, per me, è molto importante interpretare Manon”.

Valerio Galli, il maestro che l’ha già diretta a Torre del Lago per la prima,  dichiara di essere molto felice di poter lavorare con lei:  le attribuisce il merito di averlo aiutato a comprendere molti aspetti del carattere di Manon.  Ma cosa dice Manon Lescaut alla donna Maria José Siri?

“Mi dice tante cose perché, come ho accennato, nell’opera, il personaggio evolve di atto in atto. É un’evoluzione in positivo, verso l’amore. Arriva a comprendere che l’amore è l’unica cosa importante nella vita.

Però, Manon, compie tanti passi anche sbagliati per arrivare a comprendere questo. É una giovane donna travagliata, un personaggio che soffre molto perché nella sua innocenza iniziale e poi anche nella sua condizione di mantenuta consapevole, sale gradini sempre più alti che la porteranno a una caduta sempre più rovinosa. Quindi, dal terzo e quarto atto – dopo l’intermezzo straordinario che spande una patina velata, colora diversamente quello che verrà dopo – si entra nel mondo del sacrificio, dell’amore e della morte. Questa è anche la mia esperienza di vita: come tutti ho avuto, nella mia vita, vicissitudini personali, familiari, professionali. E ho compreso che l’unica cosa importante, anche in teatro, è l’amore:  l’amore che ricevi per come ti porgi nei confronti degli altri, per il rispetto che trovi per quello che stai facendo e per quello che fanno gli altri. Essere generosi.

Oggi l’artista si esibisce in teatro non più tanto per una retribuzione che, a differenza di quello che si possa pensare, non è alta come una volta: no, noi ci esibiamo perché abbiamo un ritorno emotivo e di felicità”.

Quindi che cosa succede quando lei canta?

In quei momenti, quando noi stiamo cantando, io sono connessa con Dio, perché sto respirando e sono concentrata su parole bellissime, su frasi d’amore d’amore. Quindi io sono concentrata sulla bellezza e dietro, sopra, dentro quella bellezza solo spirituale. É una situazione  istantanea, irripetibile, preziosa, unica. Per questo l’opera è così viva e non finirà mai. L’emozione che può portare la voce dell’essere  umano, capace di comunicare con gli altri che stanno lì ad ascoltare,  a cuore spalancato (nella maggioranza dei casi) è un regalo che noi facciamo ad altri, ma gli altri regalano noi. Creiamo una connessione, una comunicazione fra le persone”.

Dopo le recite di Manon a Torre del Lago, dopo potremmo ascoltare?

“Fra una recita e l’altra di Manon a Torre del Lago (ultima replica il 6 settembre) devo prepararmi per l’ultima replica di Aida all’Arena di Verona, il 4 settembre. Per iniziare la stagione ancora Puccini: sarò Tosca a Sofia, in una produzione che molto tradizionale del teatro. E poi molto altro”.