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Rogo di Prato un anno dopo, la città ricorda le vittime e riflette su integrazione e lavoro

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prato_incendioDormivano nei loculi in cartongesso, in pochi attimi il fuoco ha spazzato via le loro vite ‘anonime’ di clandestini sfruttati dai connazionali. E’ trascorso esattamente un anno dal rogo nella ditta cinese ‘Teresa Moda’ nel Macrolotto di Prato, una brutta storia di morte e sfruttamento che ha alzato il velo sulle condizioni in cui lavorano gli immigrati cinesi nei laboratori di cucito del ‘pronto moda’. Prato ricorda oggi le sette vittime, cinque uomini e due donne, quasi tutti senza permesso di soggiorno in Italia.

Per una manciata di euro L’incendio, hanno stabilito i Vigili del Fuoco, si è sviluppato in una zona in fondo al capannone, adibita alla cucina e al riposo: a innescare il fuoco potrebbe essere stata una stufa mal funzionante oppure lo scoppio della bombola di gas dei fornelli. Erano le 7 del mattino e i lavoratori di Teresa Moda’ – una decina – si preparano ad una nuova giornata di lavoro, dalle 13 alle 17 ore al giorno per una cifra che oscillava tra i due ed i tre euro all’ora, mangiando e dormendo laddove cucivano. Fumo e fiamme non hanno lasciato scampo alla maggioranza di loro. I finestroni del capannone erano dotati di sbarre, si è salvato solo chi è riuscito a raggiungere la porta e aprirla. E’ certo che uno di loro ha cercato la salvezza mentre le fragili pareti ardevano e il soppalco su cui erano allestite le stanzette stava per crollare. Un uomo. Ha tentato di fuggire rompendo il vetro, è riuscito a tirare fuori il braccio mentre il fumo denso e scuro aveva già avvolto tutto. Lo troveranno così i Vigili del Fuoco che per portar fuori il cadavere hanno dovuto segare l’inferriata.

Il processo E’ una «morte annunciata o perlomeno non ‘sorprendente’», dirà poco dopo l’assessore alla sicurezza pratese. Le indagini procedono ma faticano a rompere il muro di silenzio con cui da sempre la comunità cinese si protegge. E’ il marito di una delle vittime che lavorava lì da anni a infrangerlo indicando gli effettivi proprietari di ‘Teresa Moda’. Sono tre, arrestati e attualmente a processo: due sorelle e il marito di una di esse. L’inchiesta chiarirà che la coppia era nel capannone quando all’alba del primo dicembre scoppiò l’incendio, riuscendo a salvarsi. Le ipotesi di reato sono omissione dolosa di cautele contro gli infortuni sul lavoro aggravata dal disastro, incendio colposo aggravato, omicidio colposo aggravato plurimo, favoreggiamento aggravato, a fini di profitto, della permanenza sul territorio dello Stato di clandestini. Il sostituto procuratore di Prato Lorenzo Gestri ha chiesto dieci anni e otto mesi di carcere per Lin Youlan, otto anni per sua sorella Lin Youli e per il marito di questa, Hu Xiaoping. Ma alla sbarra sono anche i due proprietari italiani dell’immobile, i fratelli Giacomo e Massimo Pellegrini che, secondo l’accusa, erano al corrente degli abusi edilizi realizzati nel capannone. L’accusa è di omicidio plurimo colposo.

L’appello del Vescovo Ieri, alla vigilia delle commemorazioni odierne, è stato il Vescovo Franco Agostinelli a intervenire anche con un appello alle istituzioni a non dimenticare. «Primo dicembre 2013, un giorno funesto per la storia di Prato – ha sottolineato il Vescovo -, che ha segnato il sacrificio di sette cittadini cinesi morti nel rogo del Macrolotto. Ancora una volta il mondo del lavoro ha pagato un caro prezzo. L’inchiesta è in corso, ma la memoria di coloro che hanno perso la vita sul posto di lavoro chiede ancora di più. Forse ci chiede, come prima cosa, di non alzare la voce e puntare il dito solo contro chi è direttamente coinvolto nell’evento, perché la responsabilità potrebbe raggiungere tutti, per quello che abbiamo fatto o non abbiamo fatto. Non limitiamoci allora a commemorazioni, che rischiano di avere un sapore di circostanza, ma facciamo di tutto perché fatti di questo genere non abbiano a ripetersi. Non sembri di chiedere troppo, perché è impensabile che una persona debba rischiare la vita là dove si guadagna il pane per vivere. Diamo atto allo sforzo delle istituzioni che s’impegnano per far sì che la legalità prenda il sopravvento nei posti di lavoro come altrove, contro l’arbitrio e la furbizia di pochi; ma non abbassiamo la guardia perché lo scoraggiamento di fronte al compito impegnativo che ci aspetta potrebbe prenderci la mano. Non possiamo commemorare fatti gravi e ogni anno tornare a farlo, senza che a questo segua un impegno di fattivo cambiamento; faremmo solo della demagogia sulla pelle della gente e questo non ci sarebbe lecito».

In regola un’azienda su tre Oltre 80 dormitori e 63 cucine abusive individuate nel corso dei controlli, durante i quali sono state trovati anche 17 depositi di bombole a gas, 184 impianti elettrici fatiscenti e più di 200 macchinari non in regola. Nella sala consiliare del palazzo comunale di Prato, questo pomeriggio, sono stati presentati dal presidente della Regione Enrico Rossi i numeri dei primi tre mesi di ispezioni – da settembre a novembre – messe in atto dai nuovi 63 tecnici per la sicurezza assunti dalla Regione. Il progetto “Lavoro sicuro” ha permesso sino ad oggi di controllare 859 ditte: 77 hanno ricevuto solo qualche prescrizione, mentre per 396 alla prescrizioni si sono sommate informative di reato. Sessantadue aziende sono state chiuse o sequestrate. Novantatre ditte non esistevano più e all’arrivo degli ispettori sono state trovate chiuse. Circa 240 aziende, praticamente una su tre di quelle dove gli ispettori della Asl sono entrati, erano in regola. E questo secondo il presidente Rossi «lascia ben sperare per il futuro».

Un patto per il lavoro sicuro Secondo quanto riferisce la Regione in una nota «molte aziende si stanno mettendo in regola e in 160 hanno sottoscritto o stanno sottoscrivendo il patto per il lavoro sicuro». Su 859 imprese cinesi controllate sino ad oggi in tutta l’area metropolitana – che va da Firenze a Pistoia passando per Prato ed Empoli – oltre un terzo di queste (316) sono pratesi. «E’ evidente che Prato vive la situazione più grave e complicata» ha sottolineato Rossi. Su sessantadue ditte chiuse o sequestrate, 48 sono infatti pratesi. Solo 58, un po’ meno di una su cinque, sono risultate perfettamente in regola. Da novembre il progetto è entrato a regime ed ha iniziato a funzionare a pieno ritmo: in questo mese sono state circa dieci al giorno le aziende controllate: si proseguirà a questo ritmo fino alla fine del 2016, quando tutte e 7700 le imprese a rischio censite – circa quattromila solo a Prato – saranno controllate secondo i piani della Regione. Il progetto ha un costo complessivo che supera i 13 milioni di euro ma oggi Rossi ha spiegato che si tratta «di un progetto a costo zero, di un investimento il cui ritorno ci farà guadagnare».