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FIRENZE – Dopo due settimane di forte tensione, mobilitazioni e indignazione diffusa, arriva una notizia attesa da settanta famiglie: la multinazionale svizzera Oerlikon ha ritirato la procedura di licenziamento collettivo che riguardava tutti i dipendenti dello stabilimento Amom di Badia al Pino, nel comune di Civitella in Val di Chiana (Arezzo).

L’accordo è stato siglato ieri, 14 gennaio 2026, al termine di un lungo vertice durato sette ore nella sede della Regione Toscana, alla presenza del delegato per le crisi aziendali Valerio Fabiani, dei rappresentanti di Fiom-Cgil e Uilm, del sindaco di Civitella Andrea Tavarnesi e ovviamente della delegazione aziendale.

Dal trauma del 31 dicembre alla mobilitazione

Tutto era iniziato in modo traumatico l’ultimo giorno del 2025: il 31 dicembre la proprietà aveva comunicato, tramite videochiamate individuali fredde e impersonali, la cessazione immediata dell’attività a partire dal 1° gennaio 2026 e il licenziamento di tutti i circa 70 lavoratori dello stabilimento specializzato nella produzione di accessori metallici per l’alta moda e la bigiotteria di qualità.

Licenziati con una videochiamata di Capodanno: la multinazionale svizzera chiude Amom e lascia a casa 70 famiglie. Caso in Parlamento

La modalità scelta – una conference call di Capodanno per comunicare la perdita del lavoro – aveva scatenato un’ondata di sdegno che aveva rapidamente superato i confini provinciali. Nei primi giorni di gennaio l’azienda aveva mantenuto una linea durissima: durante un primo confronto da remoto aveva respinto sia la richiesta di ritiro dei licenziamenti sia l’ipotesi di ammortizzatori sociali diversi dalla cassa integrazione per cessazione di attività.

La mobilitazione e il tavolo regionale

I lavoratori non si sono arresi. Hanno tenuto assemblee in fabbrica (ormai ferma), organizzato pullman per raggiungere Firenze e portato la loro voce sotto le finestre della Regione. La Fiom, guidata tra gli altri da Antonio Fascetto e Gianni Rialti, ha insistito sulla necessità di «togliere la pistola alla tempia del confronto», come ha efficacemente sintetizzato lo stesso Fascetto dopo la firma dell’accordo.

Il pressing congiunto di sindacati, istituzioni locali e Regione ha prodotto il risultato con il ritiro formale della procedura di licenziamento collettivo, l’apertura di un nuovo tavolo di confronto per cercare una soluzione definitiva alla crisi, l’impegno della Regione a sostenere un processo di reindustrializzazione dello stabilimento, l’attivazione di progetti specifici di politiche attive del lavoro e formazione per i dipendenti.

Uno spiraglio, non ancora la salvezza

Il ritiro della procedura rappresenta un successo importante e un segnale di rispetto verso i lavoratori dopo settimane di grande sofferenza. Tuttavia nessuno nasconde che la strada rimane in salita: lo stabilimento è fermo da metà dicembre, la proprietà ha più volte ribadito difficoltà economiche e strategiche (con ipotesi di delocalizzazione che aleggiano sullo sfondo), e il futuro produttivo dello stabilimento non è ancora garantito.