PISA – Prima donna a diventare sindaco di Pisa (1968-1970) e presidente della Provincia (1981-1985), è alla memoria di Fausta Giani Cecchini che oggi vengono dedicate le celebrazioni per l’8lesimo anniversario della Liberazione.
Classe ’22, partigiana, socialista ma anche professoressa al liceo classico Galilei, il figlio Maurizio Cecchini, cardiologo in pensione e fondatore della onlus Cecchini Cuore, la ricorda come una donna seria, acculturata – «a casa mia c’erano più libri che mattoni» – e di un rigore votato al bene del prossimo: «Una mentalità d’altri tempi, che faceva politica per le donne pretendendo però di essere chiamata sindaco». E che, secondo il figlio, oggi «probabilmente nutrirebbe simpatia per Giorgia Meloni».

Cecchini, come è nata la scelta di impegnarsi in politica?
«Penso quando, a circa 22 anni, diventò partigiana in Piemonte: un giorno alcuni soldati nazisti le fecero un controllo mentre era in bicicletta, aveva nascoste nel cestino tre bombe a mano ma riuscì a non farsi scoprire. L’esperienza sulle montagne le è rimasta talmente impressa che il mio nome, Maurizio, deriva dal nome di battaglia di Ferruccio Parri».
Che donna era?
«Una professoressa del liceo classico Galilei intransigente e rigorosa. Non c’era modo di farla franca con lei. Per farle capire il carattere: andava sempre in bici e una volta si tagliò seriamente la gamba, si mise un foulard e andò al pronto soccorso. Dopo circa un’ora in sala d’aspetto usci una dottoressa, una sua ex allieva, che le chiese perché non si facesse visitare». Cosa rispose? «’Ho visto passare le barelle quindi c’è chi aveva più bisogno’. Le misero 18 punti, non proprio un graffietto».
Quel rigore da dove veniva?
«Era una socialista nel vero senso del termine, ma anche una donna profondamente rispettosa delle istituzioni e del lavoro. Consideri che aveva cinque amici di famiglia che facevano esami a medicina: io sono stato bocciato cinque volte. Non serve che le dica con chi. Era fatta così». Come viveva il fatto di essere la prima sindaca di Pisa? «Con grande senso del dovere e dello Stato. Era molto attenta a farsi chiamare sindaco e odiava il termine quote rosa: se una persona è in gamba merita».
Non sembra una femminista.
«Lei era una vera femminista, non si fermava alle parole o agli articoli o ai pronomi. Eppure fu una pioniera per le politiche rivolte alle donne».
Quali?
«Fu tra le fondatrici della Casa della Donna e volle il primo asilo nido dentro una fabbrica, la Marzotto, per consentire alle operaie di lavorare senza problemi. Era avanti, ma senza proclami».
Oggi cosa penserebbe di una donna a Palazzo Chigi?
«Non ho dubbi che vedrebbe Giorgia Meloni con simpatia».
Nonostante le visioni diverse?
«Si, perché vedrebbe una donna che viene da una famiglia semplice e che si è costruita il suo percorso. Mia madre non ha mai avuto timore di riconoscere il merito, a prescindere dal colore politico».
Come trattava gli avversari?
«Le racconto questa: quando mori l’onorevole Beppe Niccolai, esponente del Movimento Sociale, prese la bicicletta e andò al funerale. La polizia la fermò: era strano che una socialista fosse li. Lei rispose: ‘vengo a rendere onore a un uomo onesto e un grande avversario’. Per lei non era un nemico».
Che eredità le ha lasciato?
«Due cose. La prima è l’esempio: l’idea di dare il possibile agli altri, che mi ha portato a fondare l’associazione Cecchini Cuore. La seconda è più concreta: quando mori, nel 2004, sul conto c’erano pochi soldi. Con quelli comprai il primo defibrillatore che donai come associazione».
II ricordo più forte?
«Le parole dei suoi allievi. La definivano severissima, pretendeva il massimo, ma era anche leale e rispettata. Mi hanno detto che ha insegnato a molti a diventare persone di spicco».







