TORRE DEL LAGO – Eccola Floria Tosca (Ewa Plonka, nella recita del 31 luglio). Indossa il vestito di velluto rosso, creato per la Callas. Si avvicina al barone Scarpia, la mano assassina della Chiesa, con movenze agiate. É una fiamma d’amore, d’ira, d’odio, di vendetta.
Il suo Mario Cavaradossi, pittore rivoluzionario, volterriano, è stato torturato e mandato a morte dal mellifluo sgherro di Stato che promette una falsa grazia in cambio di uno stupro. Passo incerto, angoscia, un coltello afferrato per disperazione sulla tavola apparecchiata per la cena a palazzo Farnese. Ancora qualche nota e poi, eccola, eccola Tosca artista gelosa che si avventa su Scarpia (il baritono Gevorg Hakobyan). Lo accoltella con furia cieca. Un colpo all’occhio, non al cuore – come vorrebbe il libretto dell’opera – e poi ancora. Ma non basta. Dalla tavola imbandita Tosca afferra una corda e lo strangola, mentre urla e implora: “Muori, maledetto, muori”. Poi gli lasca cadere una catenina con un crocifisso sul petto, gli accosta una candela pietosa accanto al cadavere e se ne va.
In questi momenti, scopriamo che Maria Todaro, regista di Tosca in scena al festival Puccini di Torre del Lago (72esima edizione) ci propone un’opera sospesa tra psicologia e storia. Un ponte fra il personale e l’universale, la vicenda del singolo e della collettività che si muovono insieme. Con una singolarità che Maria Todaro spiega nelle note di regia:
la vicenda personale di Tosca, Mario Cavaradossi (Vittorio Grigolo nella recita del 31 luglio) e Scarpia e la storia dell’Europa che sta cambiando, si consuma in un giorno che ruota attorno al 14 giugno 1800, quello della battaglia di Marengo. Napoleone, nemico della Chiesa (intesa come stato temporale) sta perdendo contro gli austriaci, alleati del Papa.
In chiesa infatti si intona il Te Deum. C’è aria di giubilo. Ma poche ore dopo, le sorti della battaglia si rovesciano: mentre Cavaradossi viene torturato dagli sgherri di Scarpia arriva la notizia della vittoria dei francesi che avranno il predominio nel nord Italia. In parallelo si rovescia anche la vita di Tosca che solo poche ore prima aveva organizzato un convegno d’amore serale con il suo Mario: Scarpia condanna a morte Cavaradossi, inganna Tosca con la finta grazia per poterla sedurre con la forza. Ma viene assassinato.

IL DETTAGLIO FUORI LIBRETTO
Qui subentra la scena del delitto fuori libretto. Non la pugnalata al cuore, come ci si aspetterebbe. Del resto, proprio al festival Puccini, anni fa, con la regia di Del Monaco, la pugnalata era stata all’inguine per sottolineare lo stupro architettato da Scarpia. In questo caso, invece, Maria Todaro si sofferma più sul comportamento della donna – potremmo dire della persona – che mai ha ucciso nella sua vita, le cui mani, lo stesso Puccini, definisce “dolci mani, mansuete e pure”, in una bellissima aria del tenore Cavaradossi imprigionato a Castel Sant’Angelo.
La domanda è: ma come uccide chi non ha mai assassinato nessuno? E si trova nella condizione di dover uccidere per salvare una persona che ama? Non può essere un delitto pianificato, soprattutto se le circostanze precipitano all’improvviso, come quando la storia generale incrocia quella personale. E allora? E allora si uccide come si può, con quello che si ha. Con un coltello da tavolo, tirando colpi a caso, con una forza incalcolata e incalcolabile. E si afferra pure una corda, se ci capita a tiro, per strangolare il vero sgherro, il cattivo della storia. Anche se nel libretto non c’è.
Un po’ di sorpresa lascia questo finale del secondo atto. Ma la regista punta molto sul senso di smarrimento, disorganizzazione (direbbero i criminologi) del killer improvvisato. Perciò ogni soprano nella Tosca di Maria Todaro – anche nelle prossime recite dell’8 e 21 agosto – potrà uccidere Scarpia come vuole, come emozione detta, a patto di usare il pugnale della tavola e la corda. Perché è proprio l’agire umano che deve essere in primo piano: un’opera vera, ma già con i dubbi e le inquietudini del Novecento.

MODERNA, ANZI ATTUALE
Non a caso, nelle note di regia Maria Todaro esordisce: “Ogni volta che mi avvicino a Tosca resto colpita dalla sua straordinaria modernità. A più di un secolo dalla sua creazione (Tosca debutta a Roma, il 14 gennaio 1900, con una prima turbolenta, ndr) quest’opera continua a parlare direttamente al pubblico perché racconta di passioni ed emozioni che appartengono a ogni epoca: amore, gelosia, fede, desiderio, coraggio, abuso di potere, sacrificio.
Per questa produzione il mio desiderio è di raccontare la storia nel modo più autentico e immediato possibile, affinché il pubblico di oggi possa riconoscersi nei suoi personaggi”.
GLI ARTISTI DI TOSCA
A cimentarsi nel ruolo di Tosca, nelle prossime recite, saranno Saida Hernandèz (8 agosto) e Chiara Isotton (21 agosto); per restare in Italia, da segnalare l’8 agosto il baritono Luca Salsi come barone Scarpia (ruolo interpretato con grande successo nella Tosca diretta alla Scala dal Maestro Chailly in apertura di stagione alcuni anni fa) e il tenore Francesco Meli come Cavaradossi (21 agosto) protagonista insieme a Salsi della stessa indimenticata produzione scaligera.
A dirigere tutte le recite di questa produzione di Tosca, invece, è il maestro Carlo Montanaro che per la prima della stagione ha avuto il soprano Eleonora Buratto (Tosca) e il tenore Adam Smith. Tutti artisti di caratura internazionale, con impegni nei più importanti teatri italiani e stranieri. La stessa Ewa Plonka è nel cast del Nabucco di Verdi diretto all’Arena di Verona da Daniel Oren e andato in onda sabato 1° agosto su Rai5.
VITTORIO GRIGOLO ORGOGLIO TOSCANO
Vittorio Grigolo è un orgoglio nazionale e anche un po’ toscano: è cresciuto a Roma, ma è nato ad Arezzo. E con un balzo (di voce) diventa il tenore più giovane ad aver mai debuttato alla Scala: a 23 anni sotto la direzione di Muti. Poi arrivano tutti gli altri grandi teatri e il Metropolitan di New York, dove diventa amatissimo. Proprio qui viene scelto da Franco Zeffirelli per La Bohème trasmessa in diretta dal Lincoln center. Viene scelto Come Cavaradossi per il centenario dell’opera e diventa perfino un ambasciatore senza frontiere della lirica perché è il tenore coinvolto in un progetto di modernità assoluta: cantare l’opera fuori dai teatri, nelle zone simbolo delle grandi città europee e non: Alfredo Germont ne La Traviata alla stazione centrale di Zurigo e Nemorino ne L’Elisir d’amore di Donizetti all’aeroporto di Malpensa.







