LIDO DI CAMAIORE – Mica è difficile immaginarselo Marino Bartoletti, a 9 anni, seduto vicino alla mamma Maria davanti al televisore di casa, l’oggetto del pane, prima che del divertimento.
La mamma osserva le dive della canzone italiana per copiare i modelli degli abiti per le sue clienti che, alla fine del festival, li vorranno tali e quali. Maria prova anche a indovinare i colori di bustini e gonne a ruota, perché i programmi sono ancora in bianco e nero (peccato) e il televisore è già tanto avercelo. Marino, invece, tende l’orecchio alle canzoni. Glielo ha trasmesso suo padre l’amore per la musica. Da quando è piccolo, gli strizza l’occhio dal palco dove si esibisce con la banda Città di Forlì: a filo di labbra gli sussurra se partono con Rossini, Verdi, Puccini, i futuri argomenti di conversazione con l’amico Lucio Dalla.
Il 1958, l’anno dell’arrivo del televisione in casa Bartoletti, per la musica leggera, è un anno sacro: il giorno del compleanno, di Marino – il 30 gennaio – Modugno (gli) canta dal palco di Sanremo “Volare” e nasce così nel bambino un amore per il festival che non finirà mai più. Fra calcio, motori, giornali, tv. Uno zig zag emotivo di incontri – campioni, artisti, allenatori – che creano bauli di ricordi. Se fosse in Argentina, Marino se li potrebbe giocare a dadi con Osvaldo Soriano. Ma i ricordi più cari, Bartoletti preferisce serbarli per sé. Molti altri – fra scienza e fantascienza – li condivide da anni in libri che vanno a ruba.
Uno – L’almanacco del Festival di Sanremo, scritto per celebrare il 75° anniversario della manifestazione – viene presentato mercoledì 12 agosto a Lido di Camaiore (ore 21,30 Lungomare Europa, palco all’altezza di Piazza Matteotti di fronte al Pontile, ingresso libero) nell’incontro “Tv di Stato: buono o cattivo esempio?” condotto da Massimo Cirri, con la partecipazione di Monica Guerritore e Roberto Zaccaria.
Quella sarà l’occasione per parlare degli incontri speciali fra Bartoletti e la musica. Fra gli altri, quelli con Francesco Guccini e Lucio Dalla.
L’amicizia con Guccini?
“Ho conosciuto Guccini, esattamente come ho conosciuto Dalla. Ho frequentato Guccini esattamente come ho frequentato Dalla. Per fortuna Guccini l’ho frequentato un po’ di più, perché Dalla non c’è più da 14 anni, mentre Francesco me lo sono goduto anche se non ci vedevamo moltissimo. Ma quando lo andavo a trovare a Pavana o quando ci si incontrava anche per altre per altre situazioni era sempre come se non ci fossimo visti dal giorno prima”.
Come nasce l’amicizia con Guccini?
“Nasce prima da una grande ammirazione, perché io ho proprio l’età per incrociare tutte le cose che lui inventa e che ci regala o tramite i Nomadi e l’Equipe 84 prima o lui direttamente. Quindi per quelli della mia generazione si apre un mondo e scopriamo che siamo molto fortunati ad avere contemporaneamente De André, Vecchioni che sta arrivando, Gaber che sta già cambiando tono (con la collaborazione e l’amicizia di Sandro Luporini, ndr), Jannacci, per non parlare di Endrigo e dei suoi predecessori. Guccini ha completato un bouquet di perle incredibili, aggiungendo qualcosa di inatteso, di inedito.
Lui è un poeta totale perché dotato di un uso unico della parola, che forse neanche gli altri che ho nominato, hanno mai sperimentato, non hanno mai toccato, mai avuto. Poi, Guccini cantava cose che io sentivo così vicine, le cose della provincia, le vicende di tutti i giorni. Ce le porgeva con una grazia, con un garbo, con una naturalezza che poi, quando l’ho conosciuto, ho toccato con mano nel vero senso della parola. Lui era esattamente quello che si poteva capire ascoltando le sue canzoni: un uomo di grande profondità, ma allo stesso tempo anche quello che scriveva della Gilera (e del ragazzino impomatato che con la sua motocicletta fa strage di cuori nelle balere, ndr), una persona che sapeva sorridere, essere ironica, sapeva divertirsi, sapeva pungere. Un uomo con il quale si stava bene, ma proprio bene, bene, bene”.
Insomma, non era solo l’uomo con le malinconie di “Amerigo” e le nostalgie da ricchi degli emigranti poveri della provincia.
“Ma no, figuriamoci. Fra l’altro lui si sentiva tutto fuorché ricco, anche perché non conduceva una vita da ricco. Questa è forse l’unica cosa che lo ha diviso da Dalla con il quale non si è amato moltissimo. Nel mio libro su Dalla (Caro Lucio ti scrivo, ndr) rivelo un po’ queste loro incomprensioni che pure esistevano, per quando Guccini e Dalla siano cresciuti insieme: c’erano solo tre anni di differenza. Si sono trovati all’Osteria delle Dame assieme (a Bologna, dove Guccini registrò anche il suo primo album dal vivo, ndr), in sala d’incisione insieme, hanno cantato insieme, hanno suonato insieme. Uno, però, era un topone di campagna, al quale certe abitudini di Dalla davano quasi fastidio, l’altro era un topino di città che non capiva perché uno doveva isolarsi in mezzo ai monti (Pavana è un paesino dell’Appenino tosco-emiliano a una trentina di chilometri da Pistoia, ndr). Guccini era uno che perfino non riconosceva il mare: il massimo dell’acqua per lui era il bacino idrico che passa vicino a Pavana.
Nel libro su Dalla racconto, appunto, di queste incomprensioni e a me dispiaceva, sinceramente che sentivo l’uno parlare non benissimo dell’altro e l’altro parlare non benissimo dell’uno e alla fine mi sembra di aver concluso dicendo, rispetto a loro due, che in fondo Bologna aveva avuto i suoi campioni alla Coppi e Bartali, peccato che non abbiano mai avuto l’occasione, in una corsa in bicicletta, per scambiarsi la borraccia. Se fosse stata piena di vino, il Maestrine Guccini l’avrebbe accettata sicuramente”.
Con Guccini dove vi capitava di incontrarvi?
“Francesco di solito riceveva a Pavana, ma mi è capitato di incontrarlo nel posti più strani. Ogni tanto scendeva a valle e mi chiedeva: ci vediamo lì? Una volta mi ricordo – già eravamo amici da molto tempo – chi chiese se volessi ad andare ad assistere alla sua lectio magistrali quando gli conferirono la laurea honoris causa in Scienze della formazione all’università di Modena. Ovunque lo vedessi, comunque, eravamo sempre Francesco e Marino.
Certamente le ultime volte che sono andato, mi faceva soffrire la sua sofferenza: avevo davanti un uomo che aveva conservato una lucidità inattaccabile e inattaccata, ma in un corpo che lo stava abbandonando. A cominciare dalla vista di fatto perduta, una ferita profonda per un uomo che aveva vissuto di lettura e di scrittura”.
Se dovesse dare una sua descrizione personale, da amico, di Guccini, come lo definirebbe?
“Raramente ho percepito la stessa genuinità nell’artista e nell’uomo. Uomo e artista si assomigliavano terribilmente. Bastava parlare con lui e capire perché aveva scritto le canzoni che aveva scritto. E bastava sentirlo cantare per riconoscere perfettamente l’amico che avevo davanti e che parlava con me. Sono mille gli episodi che potrei raccontare. Uno, abbastanza recente, di alcuni anni fa, riguarda anche Maurizio Sarri”.
Beh, sembra davvero l’inizio di una storia interessante: c’è Francesco Guccini, c’è Maurizio Sarri e c’è Marino Bartoletti. Che cosa è accaduto?
“Maurizio Sarri, che all’epoca allenava la Juventus, mi chiese: ma tu sei amico di Guccini? Senti Marino, io ho un sogno: lo vorrei conoscere. Allora ho organizzato e un giorno siamo andati a Pavana. Così ho messo a confronto i due orsi: l’orso di Figline Valdarno (nato a Napoli, ma cresciuto in Toscana da famiglia Toscana) e l’orso di Pavana. Per me testimone è stato un incontro divertentissimo perché Sarri voleva abbeverarsi al sapere di Guccini; Guccini invece voleva sapere da Sarri tutto di Ronaldo. Mi sembrava di essere capitato in una specie di film di fantascienza buffo. Poi, quando Guccini ha iniziato a raccontare dei trovadori del Duecento (i cantori dell’amor cortese, attivi soprattutto nonna Francia Medievale) aprimmo la bocca tutti e non ce ne fu più per nessuno”.
Dopo quello su Dalla, potrebbe arrivare un suo libro su Guccini?
“Già quattro libri fa (della serie La discesa degli dei: Il ritorno degli dei) La Cena degli dei, Il festival degli dei, La partita degli dei) avevo detto che il volume uscito sarebbe stato l’ultimo. Poi l’ho ripetuto tre libri fa, poi due, poi uno. Come ho scritto “Caro Lucio ti scrivo”, potrei scrivere tranquillamente anche “Caro Francesco ti scrivo”: questo è poco ma è sicuro. Al momento, però, i miei ricordi più privati preferisco tenerli per me”.

Lei è riconosciuto da molti un esperto di musica pop. Mai avuto la tentazione di incursioni nella lirica? Molti cantanti italiani l’hanno avuta: da Zucchero con Miserere, fino allo stesso Dalla che compose perfino una nuova Tosca.
“Io sono un melomane, un vero appassionato di opera. Io con Dalla parlavo del quartetto del Rigoletto o del doppio do di petto della “pira” del Trovatore. Difficilmente parlavamo di musica leggera e, tanto meno della sua musica, se non in casi eccezionali.
Noi avevamo soprattutto tre argomenti di conversazione che ci univano in modo particolare: la pallacanestro, nel senso di Virtus Bologna; il Bologna, nel senso di squadra di calcio; poi ci sfidavamo sui ricordi della musica lirica. E quando lui scrive “Caruso”, corona il sogno della sua vita perché un signore che si chiama Luciano Pavarotti, che per Lucio era un mostro irraggiungibile, lo chiama per chiedergli: “Signor Dalla, posso cantare la sua canzone”. In quell’occasione, io ho visto un bambino felice perché Pavarotti convocò Dalla per la primissima edizione di Pavarotti&Friends e volle duettare con Lucio in Caruso. E Caruso lo faceva meglio Dalla di Pavarotti”.
Come nasce, invece, la sua passione per la lirica, per Sanremo, il festival e come riesce, poi, a coniugarla con la carriera da giornalista sportivo, fra calcio e motori?
“Partiamo con la passione per la musica lirica, che è un po’ il principio di tutto. Mio padre suonava, era un ottimo poli-strumentista. Poi pensò che il figlio di un sarto – mio padre faceva il sarto come mestiere principale – avrebbe mangiato tutti i giorni, mentre il figlio di un musicista probabilmente avrebbe mangiato tanto in alcuni giorni, ma non avrebbe mangiato in altri. Perciò si ritirò e fece solo il sarto. Fino a che, non potendo più di non suonare, entrò con il suo sassofono nella celebre banda “Città di Forlì”. Tutte le volte che la banda si esibiva, io andavo ai piedi del palco, e lui ammiccando mi faceva: “Adesso facciamo l’ouverture di Semiramide” (di Rossini)”. Per cui io nasco musicalmente da bambino piccolo, ai piedi di un palco di provincia, nutrendomi di Rossini, di Verdi, di Puccini. Da lì nasce il mio amore per la musica in generale e per la lirica in particolare”.
Alla musica leggera come ci arriva?
“Io ho un’età per cui incrocio perfettamente l’esplosione di alcuni fenomeni social-culturali come Sanremo. La televisione arriva a casa mia nel 1957 perché mia mamma faceva la sarta come mio padre. E tutte le sue clienti, all’indomani del festival di Sanremo, le dicevano: “Signora Maria, noi vorremmo il vestito che aveva Nilla Pizzi a Sanremo”. Lei rispondeva: ma io come faccio a saperlo che c’ho la radio in casa non l’ho visto? Per cui, a un certo punto, investì sul televisore, e quindi il primo festival di Sanremo che io vidi fu quello del 1958, un’edizione che passò alla storia: fu il festival in cui Modugno spalancò le braccia e invitò l’Italia a volare. E, in effetti, l’Italia rispose.
Per cui mentre mia madre prendeva appunti e faceva schizzi, cercando di indovinare di quale colore fosse il vestito di Nilla Pizza, di Flo Sandon’s (proprio nel 1958 vincitrice della prima edizione del Burlamacco d’oro, festival canoro di Viareggio, ndr), di Tonina Torrielli, io mi beavo di vedere il festival in televisione. Tanto più che il mio compleanno è il 30 gennaio e quasi sempre il festival di Sanremo coincideva con il mio compleanno. E “Volare (Nel blu dipinto di blu” ) Modugno me lo cantò proprio per il mio compleanno, il 30 gennaio 1958. Sono sempre rimasto convinto che quello lì sia stato un imprinting irrinunciabile. Da lì nasce il mio amore per Sanremo: nasce ascoltandolo e vedendolo finalmente in televisione; nasce acquistando il registratorino della Geloso per registrare tutte le canzoni; nasce con un adolescente che comincia anche a scoprire il vasto mondo della musica internazionale grazie a Sanremo dove cominciano ad arrivare i grandi cantanti stranieri: nel 1964, Paul Anka e Gene Pitney (che nell’occasione cantò “E se domani”, prima che la incidesse anche Mina, ndr) fino a Louis Armstrong, Steve Wonder e così via”.
Come si concilia, però, la passione con la musica con quella per lo sport?
“Le due passioni sono quasi contemporanee. Mentre mi innamoro del festival di Sanremo, mi appassiono anche di sport. Erano due passioni parallele e compatibili, con la differenza che una è diventata il mio mestiere (lo sport); l’altra – la musica – è rimasta, per molto tempo, una passione carsica, sotterranea. É emersa quando, partecipando alla trasmissione “Quelli che il calcio…” (un format fortunatissimo di Rai2, ndr) come giornalista sportivo si è capito che io ero malato della musica degli anni Sessanta perché con la scusa di attribuire a ogni artista una fede sportiva, tutte le settimane invitavo Little Tony, Bobby Solo, l’Equipe 84, i Dio Dik…Di fatto tutti quelli che sognavo di vedere da ragazzino e che, finalmente, a quarant’anni potevo toccare con mano. Lì è affiorata palesemente la percezione che di musica ne sapevo, al punto che per il 75° anniversario del festival di Sanremo si è dovuto scrivere l’almanacco, l’hanno dovuto chiedere a un povero giornalista sportivo, come me”.
In Italia c’è sempre stato il pregiudizio che il giornalista sportivo fosse un giornalista di serie B. Almeno fino a Gianni Brera. La sua qualità di scrittura da dove arriva?
“Non nascondo che quando io mi sentivo dire “Ah, ma lei è solo un giornalista sportivo” un po’ mi impermalosivo, ma tutto sommato chi lo diceva non aveva tutti i torti, perché quando mi approccio io al giornalismo sportivo non dimostrano grande confidenza con la grammatica. Il giornalista sportivo negli anni Cinquanta spesso ha la stessa compatibilità con la grammatica che aveva Guccini con il mare. Poi c’è Gianni Brera che la mutazione genetica: porta la cultura nel giornalismo sportivo. Io ho avuto la grande fortuna di essere allievo di Gianni Brera, perché è stato il mio primo direttore. Ho avuto anche la fortuna di avere una professoressa di lettere che alle superiori ho maledetto per cinque anni, senza capire che con la sua attenzione, la sua severità, mi stava facendo il regalo più grande del mondo: se ancora adesso azzecco una consecutio temporum e tre congiuntivi di fila probabilmente lo devo a lei. Oltre a questo, ho cercato di leggere, di informarmi, di tenermi aggiornato. E non mi è mai venuta male la passione per una scrittura decente. Sempre tenendo conto che scrittura decente vuol dire farsi capire, perché non sempre, poi, cultura e scrittura coincidono con la capacità divulgativa che invece dovrebbe avere un giornalista.
Io, nelle direzioni che ho avuto, tante, sia di carta stampata che televisive, ho sempre avuto dietro di me un cartello che recitava, più o meno, “Bisogna scrivere per gli altri e non per se stessi, ma soprattutto bisogna scrivere per l’ultimo della classe”. All’ultimo della classe è inutile che propini dei paroloni: cerca di parlare in italiano e, se proprio devi un pochino forzare la mano, cerca di farlo con garbo e nel rispetto di chi ti legge”.
C’è un episodio del festival di Sanremo che ricorda con particolare affetto?
“Il primo che mi viene in mente è quello di Lucio Dalla. Io diventai suo amico in un modo un po’ particolare. Quando avevo vent’anni mi ero messo in testa di fare il giornalista sportivo e quindi avevo creato un giornalino di pallacanestro che si chiamava “Pressing”. Non potevo farlo tutto io, per cui inseguivo tutti sperando che mi scrivessero un articolo. Capitai con Lucio Dalla che questo articolo me lo scrisse e in questo articolo sosteneva di essere un grande giocatore di pallacanestro mancato. E già questo era ai confini del surreale e anche oltre.
Comunque, io pubblicai questo articolo, diventammo amici e proprio in quel periodo – siamo nell’ottobre/novembre 1970 – Lucio ruminava sul fatto che ormai da quattro festival non andava più a Sanremo. L’ultimo che aveva fatto era stato quello tragico della morte di Luigi Tenco nel 1967 e Luigi era uno dei suoi due o tre amici più cari. Quindi per quella tragedia, Lucio soffrì al punto da non voler più sapere nulla di Sanremo.
Però in quel periodo tornare a festival era una mossa che poteva tornargli utile per la carriera. Lucio ricevette una poesia da una poetessa romana, Paola Pallottino, e capì che in questo testo c’era qualcosa che, se rielaborato, in maniera anche dolce, poteva diventare una canzone simile a una specie di autobiografia. Quindi rimuginò questo Gesù bambino, eliminò i ladri, le puttane e le bestemmie, mettendoci parole un pochino più delicate: ad esempio i ladri e le puttane, ad esempio, diventarono la gente del porto (nella versione sanremese). Insomma nacque “4 marzo” che mi fece sentire in anteprima, un brano al quale predissi, con grande facilità, un grande successo. Questo è un episodio di cui vado orgoglioso, anche se non ho alcun merito, se non la gioia di aver verificato una volta di più la sua amicizia e l’orgoglio e la fortuna di poter dire che quella canzone l’ho sentita prima degli altri”.
E che cosa è successo quando ha visto, ascoltato questa canzone in televisione?
“Ho provato una grande emozione. Il 25 gennaio 1971 sentii dire la presentatrice, che era Elsa Martinelli: “E adesso di Paola Pallottino e Lucio Dalla, ecco “4 marzo 1943”. E lì Dalla decollò definitivamente; entrò nel decennale che lo avrebbe consacrato definitivamente con i tre album scritti da lui. Poi è diventato quello che è diventato. Ma non è tutto”.
Un altro episodio?
“All’indomani della sua vittoria, io andai a trovare mamma Jole (la madre di Dalla, alla quale mi univa il fatto che faceva la sarta come la mia mamma. Le chiesi se le era piaciuta la canzone di Lucio (4 marzo, appunto). E m rispose: “Ma insomma, questa cosa dell’uomo venuto dal mare che rese l’ora più dolce prima di essere ammazzato…con Giuseppe non è andata proprio così”. Poi aggiunse: “Hai visto com’era bella la camicia che ho fatto per li mio Lucio”. Le foto sono diventate iconiche: Dalla aveva la coppola nera e questa camicia bianca con una specie di merlatura, abbastanza originale per l’epoca. E quindi sua madre mi disse, appunto, “Hai visto com’era bella quella camicia. Peccato che Lucio sia così brutto”.
Una mamma italiana che dice “brutto” al suo bambino?
“Una mamma che semplicemente aveva trasmesso il dono dell’ironia al figlio”.
C’è un articolo che avrebbe potuto/voluto scrivere e non ci è mai riuscito?
“In realtà io mi ritengo molto fortunato. Tutte le persone che, poi, sono nei miei libri, sono personaggi che un po’ ho vissuto, si chiamino Enzo Ferrari o Marco Pantani, Luciano Pavarotti o Ayrton Senna, Lucio Dalla o Francesco Guccini, Giorgio Gaber o Diego Maradona, Paolo Rossi o Gaetano Scirea. In tutta onestà mi sento così fortunato di appartenere a una generazione che ha toccato questi personaggi, da cui ho tratto un arricchimento incredibile, che dire che mi è mancato qualcosa sarebbe un piccolo insulto alla fortuna che ho avuto”.
A un collega o a una collega giovane oggi che cosa diresti, visto che, in generale, siamo una categoria che si batte molto meno di quello che faceva una volta?
“Direi di cercare sempre l’originalità di quello che si scrive. Saltando a piè pari il consiglio (ovvio) di documentarsi, di studiare, di scrivere in italiano, di scrivere la verità. La dico in maniera un po’ volgare, ma diretta: c’era un mio caro amico che ha diretto un giornale importante che diceva che uno, quando apre il giornale e vede un titolo, deve esclamare con un’espressione un po’ forte: “Oh ca… che bello”. Ecco, vorrei che quando una persona finisce di leggere un mio pezzo, un pezzo, esclami: “Bello. Sì, bello!”.







