VIAREGGIO – L’invito arriva per whatsapp, ma è un pro-forma. Il lancio del passaparola. “Non posso telefonare perché sto già cucinando”. Mica è vero.
L’unica che si mette ai fornelli, per il rione “Carrai” – terza domenica di Carnevale, di solito – è mamma Egidia: dalle 15 alle 19 bomboloni fritti, secondo la ricetta di famiglia. Non finiresti mai di mangiarli.
Tutto il resto arriva da botteghe, enoteche, norcinerie, pasticcerie, forni locali e anche qualche cucina di amici. Una quantità di cibo che è un pretesto per incontrarsi, prendersi in giro, godersi la sfilata dei carri in Passeggiata, ricordarsi il vero senso del Carnevale, come lo pensarono, ormai nell’Ottocento, una manciata di ragazzi ricchi di iniziativa e goliardia.
Dove assistere alla sfilata
Una riunione al Regio Caffè del Casinò di via Regia – strada principale di quel borgo (Viareggio) che stava per inventare il turismo balneare, la grande marineria e si affannava già a costruire le barche più belle del mondo. Un po’ di inventiva ed ecco nel 1873 la prima sfilata della carrozze, poi i carri, quindi il Carnevale, con una tradizione che va al di là della cartapesta, della satira: le case affacciate sul lungomare che si aprono agli amici e agli amici degli amici, non più solo il Martedì Grasso, ma anche la domenica, per tutte le sfilate.
Vino rosso e prosecco, barbera e champagne, per dirla con Gaber e Luporini, uno adottato e l’altro nato a Viareggio, guarda caso per anni frequentatori di una vecchia trattoria di via Regia e poi innamorati del Caffè Casablanca, che oggi ancora guarda sfilare i carri.
Dal professore
C’è chi li vede passare in mezzo alla folla, chi, invece, sperimenta l’esperienza della vista dall’alto. Delle case aperte. La tradizione è lunga, si perde nei decenni e porta con sé storie incredibili, incontri casuali con il destino. Negli anni Novanta, potevi avere la fortuna di ritrovarti nella casa e di Angelo Gianni, professore istrionico di letteratura italiana che con il fratello Iberico aveva curato un incredibile Vocabolario della lingua viareggina, citato perfino dalla Crusca.
Fra un getto di coriandoli e una battuta che non ti aspettavi da chi ti insegnava a leggere i “Promessi sposi”, scoprivi – fra una canzonetta, una frittella e un carro – che il padre di Angelo e Iberico, è stato l’inventore della camera iperbarica.
Ma senza alcun vanto. Perché chi è ammesso nelle case viareggine del lungomare per il Carnevale deve rispettare due regole non scritte: si entra senza titoli e solo con il nome di battesimo. Si dividono pane e companatico alla stessa tavola, senza spocchia. Il Carnevale è una livella sociale. Se ti va è così, se non ti va non sei adatto al rito della casa viareggina.

Casa Carrai
Non sembra, comunque, che si faccia fatica a capire il senso di questa anarchia che attraversa la storia e il tessuto della città. Da casa Carrai domenica 15 febbraio 2026 saranno passate da 400 a 500 persone, provenienti da mezza Italia: Roma, Milano, Arezzo, Piacenza ma anche paesi sperduti della pianura Padana o della Toscana più remota. Tutti insieme: manager, imprenditori, politici, operai, funzionari ministeriali o maestre. L’avvocato dello Stato accanto alla pensionata. La neonata di otto mesi di Camaiore e la super nonna di 94 anni da Pontedera che per la prima volta vede la sfilata dal vivo.
“Il senso vero del Carnevale”
“Quando nel 2012, con la mia famiglia, abbiamo deciso di aprire la nostra casa agli amici e ai loro amici per una sfilata – conferma Carlo Alberto Carrai, incidentalmente anche presidente del Consorzio turistico della Versilia – avevamo un obiettivo preciso in mente: far vivere alle persone il vero senso del Carnevale, la condivisione, lo stare insieme, in un’unica piazza, tutti uguali. Volevamo dare la possibilità alle persone di incontrarsi, agli amici che hanno difficoltà a ritrovarsi perché vivono lontani, di incrociarsi almeno una volta l’anno.
L’idea era, insomma, di dire: “Dai, almeno a Carnevale, ci si vede là, da Carlo Alberto”. E, visto che non abbiamo voglia, né io, né mia madre, mio fratello né mia sorella, di rispondere al citofono ogni momento, abbiamo risolto il problema del campanello lasciando la porta di casa aperta”. Chi è incluso nel giro del passaparola – “Ci vediamo là” – entra, insomma, senza formalità. Si può fermare per mangiare o anche solo per un caffè. Magari per fare quattro chiacchiere con sconosciuti, senza barriere né imbarazzi, agevolando nuove amicizie.
Ci si muove in libertà, dunque, più in libertà, come vorrebbe il Carnevale, ma senza bisogno di indossare maschere. E così funzionale per tutto il giorno. Dalla mattina a fine corso, senza interruzione.

Porchetta a colazione
Dai Carrai, si comincia alle 10 la mattina “perché offriamo la colazione alla squadra corsi, il gruppo di volontari che fa girare la sfilata. Sono persone che gratuitamente fanno la scorta ai carri, garantiscono il passaggio in sicurezza delle costruzioni e noi li ringraziamo con la nostra colazione”. Attenzione, non una colazione qualunque: si parte subito con il botto, porchetta, salumi, lasagne. Tutti prodotti dell’entroterra e della produzione del territorio perché, insomma, mica fa male far vedere che in Versilia sia mangia bene e da sempre: “Noi puntiamo sui prodotti di terra perché è la nostra tradizione più antica.
La cucina di mare è più giovane: risale a circa 200 anni fa. Quindi, come tutti gli anni, con alcune settimane di anticipo, allertiamo una delle migliori norcinerie e gastronomie del territorio (Bonuccelli di Camaiore) e partono le ordinazioni”. Che, per l’ultima domenica di porte aperte, ha significato – tanto per quantificare – 200 porzioni di lasagne, una porchetta di 28 chili finita in poche ore, salame nostrano, biroldo (il sanguinaggio o mallegato), formaggio.
I dolci
Poi ci sono dolci vari, con le immancabili frittelle alla crema della Fauzia, pasticceria della Passeggiata ormai diventata leggenda pasticcera anche per le sue bombe alla crema. Ma poi ci sono le “chiacchiere”, i dolci tipici di carnevale, le torte, fino ai bomboloni dell’Egidia, 80 anni e non sentirli. Tutto annaffiato da champagne e prosecco: centinaia di bottiglie (per soli maggiorenni, ovvio), rimpiazzate poi dal vino rosso non appena le scorte sono finite al rione Carrai.
In verità le scorte non finiscono mai. C’è sempre qualche cosa che spunta per accogliere, per sfamare, rifocillare, coccolare. “É il nostro modo per incoraggiare le persone a non perdersi il Carnevale. Vogliamo offrire un punto di appoggio, in modo che anche chi può avere difficoltà a muoversi, a camminare, a gestire bambini piccoli, trovi un luogo dove fermarsi e trovare quello di cui ha bisogno”. Accoglienza, soprattutto, senza sovrastrutture. Trasversale.

Che assomiglia molto a Carrai, l’uomo dalla vita “larga”: “Luciano De Crescenzo diceva che noi possiamo avere una vita lunga o una vita larga. Chi ha una vita lunga, vive in modo lineare, secondo una stessa direzione; chi ha una vita larga, si muove in tante direzioni, sperimenta, fa tante cose, conosce persone diverse, indipendentemente dai ruoli. Ecco, io cerco di avere una vita larga. E quando apro la nostra casa, mi propongo questo: dare a tutti il Carnevale, non importa chi sei, da dove vieni, cosa fai. Importa se hai un certo spirito. Forse è per questo che mia madre mi dice, non senza una certa meraviglia, che ogni volta riesco a mettere insieme il sacro e il profano. Ma, in fondo, non è questo il Carnevale?”.







