penna-e-calamaioLa letteratura è conoscenza, viaggio, emozioni, scoperta di se stessi, degli altri e del mondo. Ne troveremo conferme anche in questa rubrica che, settimanalmente, proporrà frammenti d’autore. Un piccolo “manuale d’uso” per i nostri giorni comuni e, soprattutto, per i sentimenti che dentro quei giorni abitano.

E’ morto all’età di 87 anni Günter Grass, premio Nobel per la letteratura, personaggio contraddittorio, ammirato, denigrato. Si era definito ‘il guastafeste’ e, coerente fino all’ultimo in questa funzione, ha scritto in una delle sue ultime poesie: «Voglio essere sepolto insieme a un sacco di noci e con denti nuovi di zecca: se poi c’è gran rumore là dove starò giacendo, si potrà dire: è lui, è sempre lui».

I romanzi della cosiddetta ‘trilogia di Danzica’ dettero conto delle contraddizioni della coscienza tedesca e del Novecento post bellico. Il più celebre dei tre è “Il tamburo di latta”, opera d’esordio del 1959, provocatoria, umoristica, grottesca; poi “Gatto e topo” (1961), pagine che, disse l’autore, attingono alle zone turpi e oscene della vita; quindi “Anni di cani” (1963), romanzo ambizioso e potente che ancora più degli altri interpella le coscienze.

«Dopodiché, crepuscolo dell’universo. Sopra le macerie del mondo strumentale, si arrampica il tempo universale. […] Dopodiché l’essere-alla-mano taglia i tubi nell’inafferrabilità dell’inutilizzabile e suscita il problema segreto del comando. […] Dopodiché, le ultime emissioni trasmettono il crepuscolo degli dèi. In virtù di se stesso. Dopodiché non c’è più tempo per un minuto di silenzio, in virtù di se stesso. […] Dopodiché, nella zona governativa della capitale del Reich le emissioni radio si interrompono. La totalità territoriale, la nientificazione, inclini all’angoscia e da ricomporre pezzo per pezzo. La finalizzazione. La fine. Ma dopo tutto questo, sulla struttura finale il cielo non si oscurò».

 

[da Anni di cane di Günter Grass]

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