CIVITELLA IN VAL DI CHIANA – Il 31 dicembre 2025, ultimo giorno dell’anno, circa 70 dipendenti dell’azienda Amom S.p.A. di Badia al Pino (comune di Civitella in Val di Chiana, provincia di Arezzo) hanno ricevuto una notizia improvvisa: il licenziamento collettivo, comunicato uno per uno tramite videochiamata direttamente dalla Svizzera, sede della multinazionale proprietaria.
L’azienda, specializzata nella produzione di bigiotteria e accessori metallici di alta qualità per il settore moda, ha cessato ufficialmente l’attività produttiva dal 1° gennaio 2026. La procedura di licenziamento collettivo è stata avviata in modo repentino, senza preavviso significativo e – secondo quanto denunciano sindacati e istituzioni – in violazione di elementari regole di rispetto e confronto.
Una storia che parte da lontano
Fondata negli anni Sessanta come realtà locale di eccellenza nel distretto orafo-aretino, Amom era diventata negli anni un punto di riferimento per la bigiotteria di qualità. Nel 2021 l’azienda era stata acquisita dal gruppo svizzero Riri, a sua volta controllato dalla holding Oerlikon. Da quel momento la proprietà è diventata multinazionale. La crisi si è manifestata gradualmente nel 2024 i primi periodi di cassa integrazione poi nel maggio 2025 il ricorso ai contratti di solidarietà, con pesanti riduzioni salariali accettate dai lavoratori pur di mantenere i posti di lavoro. Nonostante queste misure di contenimento, alla fine del 2025 la proprietà ha deciso per la chiusura totale dello stabilimento, senza accettare nessuna delle soluzioni alternative proposte nei tavoli tecnici.
Le modalità del licenziamento: lo sdegno generale
Il metodo scelto per comunicare i licenziamenti ha scatenato indignazione diffusa. La Fiom-Cgil, attraverso il dirigente Gianni Rialti, ha parlato di «totale mancanza di rispetto nei confronti di 70 persone», sottolineando come fino a poche settimane prima l’azienda avesse rassicurato: “Non abbiamo intenzione di adottare soluzioni emergenziali e drastiche”. Il sindaco di Civitella in Val di Chiana, Andrea Tavarnesi, ha definito la scelta “irresponsabile e inaccettabile”, chiedendo il ritiro immediato della procedura.
Anche la Regione Toscana è rimasta sorpresa e irritata: l’annuncio è arrivato mentre era aperto un tavolo di crisi e pochi giorni dopo un incontro in cui era stato chiesto un piano industriale. Il consigliere speciale Valerio Fabiani ha più volte ribadito che “esistono strade alternative praticabili anche in un settore in difficoltà come la moda”.
Il caso è arrivato addirittura in Parlamento con un’interrogazione depositata dai senatori del Partito democratico Franceschelli, Parrini, Zambito ai Ministri delle imprese e del Made in Italy e del lavoro e delle politiche sociali.
La posizione della multinazionale e le reazioni
Nei primi giorni del 2026 gli incontri tra sindacati (RSU e Fiom-Cgil) e vertici Oerlikon-Riri si sono svolti in modalità remota. L’azienda ha mantenuto una linea durissima: no al ritiro dei licenziamenti, no ad ammortizzatori sociali diversi dalla cassa integrazione per cessazione di attività. I lavoratori hanno risposto con assemblee in fabbrica (ormai ferma), scioperi e l’organizzazione di pullman per partecipare al tavolo regionale convocato per il 14 gennaio 2026 a Firenze. Il sindacato ha anche lanciato un appello alle grandi griffe della moda che utilizzano i componenti prodotti da Amom, invitandole a far valere i propri codici etici sul rispetto dei diritti dei lavoratori lungo tutta la filiera.
Un simbolo di un problema più ampio
La vicenda Amom non sembra legata solo alla congiuntura difficile del settore moda (crisi degli ordini, competizione internazionale, costi energetici), ma appare come una scelta strategica di razionalizzazione e probabile delocalizzazione da parte di una multinazionale che privilegia il massimo profitto alla tenuta sociale del territorio.
Settanta famiglie attendono risposte concrete. Settanta persone che, fino al 31 dicembre 2025, credevano ancora che il proprio futuro lavorativo potesse continuare nella stessa fabbrica in cui, per molti, avevano investito decenni di vita.







