Multiculturalità, incontro, confine. Il dialogo tra due donne e due terre apparentemente lontane, tra la memoria e l’indagine dell’umana complessità: è questo il nucleo di “Dacia, vita mia. Dialoghi giapponesi”, il film che indaga la connessione tra la scrittrice Dacia Maraini e il Giappone, primo lungometraggio dell’artista visiva Izumi Chiaraluce.
Il film ha debuttato lo scorso ottobre alla festa del cinema di Roma, e sarà proiettato, con la presenza in sala della regista e di Dacia Maraini in collegamento, mercoledì 18 febbraio alle ore 18, al Cineclub Arsenale di Pisa.
Il film
Dacia Maraini arriva in Giappone nel 1938, grazie al lavoro del padre, l’antropologo Fosco Maraini. Là vivrà otto anni, imparando la lingua e la cultura nipponica, che diventeranno ispirazione fondante del suo pensiero e delle sue opere. In Giappone Maraini vivrà anche la prigionia e gli orrori della guerra: nel 1943 sarà rinchiusa nel campo di concentramento di Nagoya, e a Tokyo vivrà il dopoguerra, prima di tornare in Italia.
La regista Izumi Chiaraluce ha da sempre indagato, nella sua ricerca artistica, le sfaccettature e gli strati dell’umana complessità. Di origini italo-giapponesi, il lavoro di Chiaraluce è fatto di dialoghi, sia tra culture che tra discipline e media diversi, passando dall’animazione all’architettura, fino alla scienza e al cinema. Ed è proprio dall’unione di questi linguaggi che è nato “Dacia, vita mia”.
Già dalla Festa del Cinema di Roma, il pubblico ha accolto il film con calore, tornando in sala numeroso anche per le proiezioni itineranti. La prima tappa è stata Bologna, lunedì 16 febbraio, al Cinema Modernissimo: la protagonista e la regista hanno dialogato con Gianluca Farinelli, direttore della Cineteca di Bologna, e con il pubblico numeroso.
Continua adesso il giro d’Italia, e le prossime tappe saranno proprio in Toscana: mercoledì 18 ottobre a Pisa, e giovedì 19 a Livorno, al Cinema Quattro Mori, alle ore 18.30.
In occasione del tour nelle sale e delle proiezioni toscane del film, abbiamo intervistato la regista Izumi Chiaraluce.
Dacia Maraini è una scrittrice italiana cresciuta in Giappone, lei una regista italo-giapponese: era un incontro destinato o è stato cercato? In che modo è avvenuto?
Sicuramente, avendo vissuto fin dall’infanzia questo dialogo tra Italia e Giappone, ho sempre guardato con grande ammirazione alle figure di Fosco e Dacia Maraini. Avevo letto i suoi libri, in particolare “La nave per Kobe”, che racconta la sua infanzia in Giappone. Ho sentito dell’affinità con l’infanzia che ho avuto in Giappone, paese dove anche io ho passato molto tempo.
Con Dacia ci conoscevamo da molti anni, grazie ad alcuni amici in comune. Ci siamo ritrovate quando ho realizzato delle opere per un’azienda giapponese sulla capacità di innovazione delle donne nel campo della tecnologia: invitarono Dacia a parlare, e abbiamo avuto così modo di conoscerci meglio. Mi disse di scriverle, e da quel momento abbiamo iniziato a frequentarci, a coltivare un dialogo e una bella amicizia.
Ci piace molto andare a vedere mostre d’arte: Dacia ha un colpo d’occhio notevole, è sempre un gran piacere vedere le mostre d’arte assieme a lei. Abbiamo tante affinità in comune: l’arte, il cinema, la letteratura e questo incredibile dialogo tra Italia e Giappone. Il nostro è stato un dialogo nato con naturalezza e coltivato negli anni.
Siete tornate in Giappone insieme?
L’ho accompagnata mentre presentava il suo libro, Vita Mia: mentre La nave per Kobe narra il lato più gioioso dell’infanzia in Giappone, Vita Mia racconta i due terribili anni di prigionia. E’ un libro molto forte, sono molte le scuole che lo hanno adottato come libro di testo. Ho accompagnato Dacia in varie parti d’Italia per presentarlo: vedere lo sguardo di meraviglia dei ragazzi nei confronti di questa infanzia straordinaria, bella ma anche molto difficile, è stato estremamente interessante per me.
Ho pensato allora che fosse necessario fare un approfondimento su come il Giappone fosse entrato nella sua vita, nelle sue opere, ma non solo nella sua infanzia, anche nella sua età adulta. Mi sembrava importante mostrare quanto questo legame parta dell’infanzia, ma si sviluppi per tutta la sua vita, cosa che invece non è spesso raccontata.
Dacia è molto conosciuta in Giappone, anche se non quanto in Italia. La sua opera teatrale Maria Stuarda è stata messa in scena con continuità per decenni sui palchi nipponici: il suo è un caso unico nella storia della letteratura. Molte sue opere sono state tradotte in giapponese, per questo Dacia è tornata spesso in Giappone. Io l’ho accompagnata nel 2024, a un incontro su Fosco Maraini all’Istituto Italiano di Cultura a Tokyo.
Nella sua carriera si è già confrontata con il linguaggio del cortometraggio, in particolare di animazione, ma questo è il suo primo lungometraggio. Il passaggio tra l’arte visiva e il cinema è stato un passaggio naturale? Ne ha sentito il bisogno oppure è capitato?
Sono un’appassionata di cinema: avevo fatto già un corto su Louise Brooks, grande attrice del cinema muto.
Il passaggio è stato abbastanza naturale, anche se è stato un lavoro veramente molto complesso. Si è trattato di una naturale evoluzione, ma il cinema è un lavoro collettivo, e per questo estremamente complesso, perché nasce dal dialogo tra persone diverse, e quindi memorie diverse. Cosa che ovviamente arricchisce il lavoro, ma che porta con sé anche delle tempistiche molto diverse rispetto ad altre arti, con le quali mi sono confrontata per la prima volta.
Siamo abituati, comunemente, ad associare il genere del documentario alle riprese “dal vero”, raramente all’animazione, quando invece non è raro trovare il linguaggio del cinema di animazione coniugato a quello del cinema del reale. Qual è, secondo lei, la forza dell’unione di queste due arti, apparentemente in contraddizione?
No, non credo che siano in contraddizione: penso che siano due linguaggi che si intrecciano, e che la loro unione sia in grado di dare una nuova forza al racconto cinematografico.
Nel mio caso, l’animazione è arrivata in supporto di momenti che volevo rendere più onirici, rispetto ad una cornice più drammatica.
Il suo lavoro sull’identità, attraverso il ritratto, è, volendo, un’ulteriore e solo apparente ossimoro tra ciò che è reale e ciò che va oltre il reale: il ritratto è considerato intima e tangibile presenza, per quanto interpretata, di una persona, mentre il suo lavoro lo astrae dalla sua accezione e lo fa diventare un’anomalia, come lo definisce lei. Anche con il “ritratto” di Maraini c’è stato lo stesso intento e lo stesso processo?
Essendo figlia di una mamma giapponese e di un papà italiano, ho vissuto fin dall’infanzia cosa volesse dire vivere tra culture e lingue diverse. Oltre alle mie origini, ho viaggiato molto, abitando anche in Francia e negli Stati Uniti.
Il racconto della famiglia di Dacia, così multiculturale, mi ha fatto subito percepire una forte affinità. Il film è frutto di anni di osservazione: per anni ho osservato Dacia, che andava per le scuole, ai suoi incontri, ma soprattutto l’ho osservata trasmettere la sua memoria. Nelle mie opere spesso, in qualche modo, ho raccolto memorie. Memorie di vissuti e memorie di luoghi che spesso non ho neanche mai vissuto, ma che sono un prolungamento della mia ricerca.
In quanto tempo ha raccolto il girato per il film?
E’ stata una lunga osservazione: molto del materiale raccolto per il film proviene dall’archivio fotografico di Dacia. Alcune delle foto sono di Fosco Maraini, che è di fatto il più importante antropologo di studi giapponesi in Italia.
Si può dire che il lavoro più “intenso” sia durato un anno e mezzo, ma in realtà la ricerca si è estesa per quasi dieci anni, in cui ho raccolto il materiale e il girato.
Più o meno da quando ha conosciuto Dacia Maraini?
Poco dopo. Io e Dacia ci frequentiamo da tanti anni, ma abbiamo cominciato a frequentarci più assiduamente dalla pandemia. Lei non poteva viaggiare, quindi aveva molto più tempo per vedere mostre, per dialogare. Ora è molto più difficile continuare il rapporto perché è sempre in viaggio. Ho avuto la fortuna di poter passare il tempo con lei quando non era oberata dai suoi mille impegni.
Invece l’idea di fare un film sulla sua vita quando è nata?
L’idea di raccontarlo c’è sempre stata, però il pensiero concreto si è manifestato nel 2024, quando è tornata in Giappone e io l’ho accompagnata.
Infatti ci terrei, nell’occasione, a ringraziare la produzione Michelangelo Film, Rai Documentari e l’Istituto Luce, la coproduzione di Aura Film e il patrocinio della Fondazione Italia-Giappone, grazie alle quali è stato possibile realizzare questo film.
Pensa che il lavoro con Maraini rimarrà un unicum? Oppure pensa di proseguire con altri “ritratti cinematografici”?
Sto lavorando su altri ritratti. Quindi no, spero che non rimanga un unicum e che sia solo un inizio. Nel frattempo, sicuramente, continuerò a fare cortometraggi.







