MARINA DI PIETRASANTA – “Con la tecnologie di oggi? Il caso del mostro di Firenze sarebbe stato risolto”. Più indagini scientifiche, meno “profiling”, una “tecnica oggi superata”. Meno chiacchiere, meno “spettacolarizzazione” e più fatti.
Stefano Nazzi li chiama “dati oggettivi”. Se invece di essere un giornalista e scrittore, fosse un investigatore li chiamerebbe prove. Ma la sostanza non cambia. Da anni racconta con ogni mezzo possibile i casi di cronaca nera – e relativi processi – che sono le radici del male in Italia. Il male quotidiano.
Ne parla in tv, ne parla sul Post, ha creato un podcast – “Indagini” – fra i più ascoltati a livello nazionale. Perché il suo stile è asciutto e chiaro: arriva a tutti. La storia scorre, si acchiappa il filo e si segue, senza perdersi fra personaggi e cavilli da azzeccagarbugli.
Ogni tanto, rinfresca la memoria collettiva con casi noti, ogni tanto sorprende con casi quasi sconosciuti o dimenticati. Fra pochi giorni – il 30 luglio alle 21,30 – arriva a Marina di Pietrasanta La Versiliana con una tappa del tour “Indagini 2026”, le storie narrate a teatro. Un triennio passato anche in palcoscenico: un caso diverso per ogni anno.
Nel 2025, ad esempio, la ricostruzione della vicenda del mostro di Firenze; quest’anno la storia incredibile di un rapimento/omicidio di mezzo secolo fa che diventa all’improvviso attuale: Cristina Mazzotti, 18enne lombarda, viene rapida a giugno del 1975 mentre sta ritornando a casa da una cena con amici. Festeggiava la maggiore età e la promozione in III liceo classico, l’ultimo anno, secondo il vecchio ordinamento. Un commando la blocca vicino al cancello della villa di famiglia: muore di stenti e maltrattamenti dopo 27 giorni di prigionia in una buca profonda un metro e 45 centimetri, lunga 2 metri e 65, larga un metro e 55.
Per respirare, aveva un tubo di 5 centimetri che usciva dal terreno. Il padre di Cristina muore pochi mesi dopo la figlia di infarto; la madre le sopravviverà fino a pochi anni fa. Abbastanza per vedere subito condannati i carcerieri della figlia, non abbastanza per vedere condannati all’ergastolo i mandanti del sequestro e dell’omicidio Cristina. Solo il 4 febbraio 2026 sono state emesse le condanne all’ergastolo.
Nazzi, perché ha deciso di portare a teatro il caso di Cristina Mazzotti?
“Perché è un caso particolare: il primo caso di sequestro in Italia di una ragazza; Cristina è morta di stenti durante la prigionia e i mandanti del rapimento/omicidio sono stati condannati solo pochi mesi fa, a 51 anni dal reato”.
Che cosa successe a Cristina Mazzotti?
“Venne sequestrata in Lombardia e tenuta in condizioni terribili per circa un mese: rimase per circa un mese in una buca (con pareti di cemento) profonda meno di un metro e mezzo. Veniva nutrita con due panini al (e sedata con valium, ndr). In questo senso è una storia simbolica di come venivano spesso trattate le persone vittime di sequestro di persona in un’epoca che abbiamo probabilmente dimenticato, visto che di crimini di questo tipo non ce ne sono più in Italia. Ma per noi è stata un’epoca veramente importante, difficile, e numericamente terribile: nel nostro Paese, nell’arco di venti anni ci furono quasi 700 sequestri di persona, una media angosciante. Organizzavano sequestri di persona tutte le bande criminali, ma soprattutto le organizzazioni come l’ndrangheta e l’Anonima sarda”.
Che cosa ti ha colpito del sequestro Mazzotti?
“Intanto che questa ragazza diciottenne morì durante il sequestro di persona e poi, appunto, perché questo caso ha trovato una soluzione definitiva solo ora. In realtà già all’epoca vennero catturati e condannati i carcerieri che hanno scontato la pena (fra loro anche una donna, ndr), ma le quattro persone che la notte del 30 giugno 1975 presero materialmente Cristina e che poi coordinarono il sequestro non erano mai stati individuati. Gli uomini che avevano pianificato il crimine sono stati individuati grazie a una corrispondenza di un’impronta digitale individuata attraverso tecnologie oggi disponibili”.
Com’è saltata fuori questa corrispondenza fra impronte digitali?
“Dal confronto fra l’impronta digitale di uno degli accusati e le impronte già inserite (di solito per altri reati, ndr) nella banca dati nazionale delle impronte digitali (Afis, acronimo inglese), come esiste una banca dati del Dna, In questa banca dati confluiscono tutte le impronte digitali e periodicamente si fanno controlli e aggiornamenti. É accaduto che da un confronto con un’impronta sia saltato fuori il nome di uno dei mandanti e da lì gli investigatori sono risaliti agli altri. Esiste anche una banca del dna in Italia da una decina di anni: l’elemento importante è che questi archivi immensi di impronte e di profili genetici sono accessibili anche da altri Paesi. Lo scambio di informazioni è costante”.
Certo che la condanna intervenuta 51 anni dopo, non può essere certo peri sequestro di persona che, come reato, sarà caduto in prescrizione. E nemmeno per il reato di tortura – per le condizioni inumane di prigionia – visto che è stato istituito solo di recente.
“Esatto. Il sequestro di persona è caduto in prescrizione. Ma già all’epoca del rapimento venne contestato anche l’omicidio, reato che non si estingue mai. Eppure, già nel primo processo – quello ai carcerieri – la contestazione dell’omicidio suscitò un enorme dibattito. I difensori degli imputati contestarono che la ragazza era morta non per colpa dei carcerieri. Fu invece provato che proprio il trattamento a cui era stata sottoposta fosse la causa del decesso e che quindi si fosse di fronte a un omicidio. E l’omicidio, come tutti i reati per i quali si prevede la pena dell’ergastolo, non va in prescrizione: perciò si è potuto celebrare il processo a mezzo secolo di distanza dal rapimento e dalla morte di Cristina”.
Il rapimento che davvero divise l’Italia fu, però, quello di Ermanno Lavorini, dodicenne sequestrato a Viareggio il 31 gennaio 1969 e ritrovato morto sulla spiaggia di Marina di Vecchiano il 9 marzo. Si creò la pista del rapimento a scopo omosessuale, per occultare il vero scopo del sequestro: il finanziamento dell’eversione nera. Che idea si è fatto di questa vicenda, ancora viva nell’opinione pubblica?
“Mi sono occupato del caso Lavorini in una puntata del podcast “Indagini”. Si tratta di una storia terribile sia per quello che capitò ad Ermanno Lavorini sia per le persone che vennero coinvolte ingiustamente a Viareggio in quegli anni. Si parlò di un rapimento e omicidio in ambito omosessuale, si arrivò anche al suicidio in carcere di uno degli accusati ingiustamente del reato. Chi venne coinvolto fu massacrato dalla stampa che rilanciò la versione dei pedofili e dei frequentatori gay della pineta viareggina, quando la matrice del rapimento era un’altra, politica, eversiva.
Purtroppo, però, l’idea del movente maturato in ambito omosessuale è rimasta nell’opinione pubblica diffusa. Ancora oggi c’è chi dice: “Ah sì, Ermanno Lavorini…quello che fu ucciso durante un festino”. Mentre la storia era di questi ragazzotti monarchici, vicini al partito monarchico, che volevano finanziare l’eversione di destra. É una storia che davvero ha segnato tutta l’Italia che all’epoca fu seguita in maniera spasmodica”.
Anche il caso Lavorini ci offre lo spunto per analizzare come i media siano capace di creare il mostro (oltre che di sbatterlo in prima pagina).
“Questo è un problema grave che, a mio avviso, esiste ancora di più oggi perché l’informazione non è più solo quella tradizionale – giornali, tv – ma si è ampliata ai social, ai canali you tube. Spesso è una rincorsa a seguire qualsiasi mezza informazione che spesso neppure è stata verificata, che nasce chissà come, chissà dove, chissà da chi. Però, quando diamo un’informazione dobbiamo ricordarci che resta, anche se il giorno dopo quella notizia non è più un’informazione perché è basata sul nulla, ma resta nell’opinione pubblica, ha già attecchito, crea un clima.
C’è, come c’è sempre stata, la rincorsa a cercare un colpevole, solo che oggi, più di prima, i tempi televisivi, i tempi di Internet non sono i tempi della giustizia che sono molto più lenti e che, giustamente, devono essere basati sulle prove, sugli elementi confermati. Tutto questo crea anche una pressione su chi deve indagare e su chi deve giudicare”.
Ma come si può conciliare l’informazione corretta con un’informazione più veloce?
“Si può fare, magari, prendendosi magari un attimo in più prima di dare la notizia e cercando le verifiche delle informazioni. Si potrebbe intanto cominciare a non spacciare per verità accertate quelle che sono ipotesi o anche solo illazioni. Giusto dibattere di casi di pubblico interesse ma tenendo conto di questi paletti. Come è stato raccontato il caso di Garlasco in questi mesi è un esempio”.
Cosa non va o non è andato nella narrazione del caso di Garlasco?
“Sono state dette tante cose, poi al momento della conclusione delle indagini, le ipotesi sono crollate. Alcuni elementi erano addirittura inesistenti. Penso, ad esempio, all’ipotesi del complotto, alle gemelle Cappa (cugine della vittima, Chiara Poggi) e tante altre. Poi tutto sgonfiato, ma nella gente quanto ascoltato resta. C’è sempre qualcuno che dice: “Ma se quelle cose sono state dette, qualcosa di vero ci deve essere. Invece, abbiamo visto che i pubblici ministeri sono orientati verso un’ipotesi molto più semplice: un potenziale unico assassino, che avrebbe agito per un movente di tipo sessuale”.
Il caso di Garlasco di apre una riflessione sulla valutazione delle prove. A suo giudizio, quanto nei casi italiani irrisolti o anche negli errori giudiziari più clamorosi ha influito la mancanza di una tecnologia avanzata (di cui oggi disponiamo) e quanto invece l’imperizia nella valutazione degli elementi, della scena del crimine?
“Oggi i nostri laboratori e i nostri scienziati – perché prima che operatori di polizia, investigatori sono scienziati – sono di primissimo livello. Strumentazione avanzata, conoscenza approfondita, una formazione di altissimo livello. Ma non è stato sempre così.
A Garlasco, nello specifico, furono commessi errori proprio sulla scena del crimine, nelle ore immediatamente successive al ritrovamento del corpo di Chiara Poggi. Parlo di errori grossolani, ma perché non c’era ancora una cultura dell’isolamento e analisi della scena del crimine che stava arrivando. Sono intervenuti i carabinieri della stazione locale che, probabilmente, non erano formati, all’epoca, per gestire al meglio le scene dei crimini e tutto quello che veniva trovato. Oggi, con i passi avanti della scienza e con la formazione specifica delle forze dell’ordine, è molto più facile venire a capo di casi questa gravità.
Del resto non esiste oggi indagine che non sia anche indagine scientifica. E come indagine scientifica intendo pure il tracciamento dei cellulari, l’analisi delle videocamere e così via, non solo la profilazione del Dna. Per citare un esempio, oggi, il mostro di Firenze, non sarebbe più un mistero”.

Perché oggi il “mostro di Firenze” non sarebbe più un mistero?
“Se all’epoca degli omicidi del mostro di Firenze (espressione coniata per indicare 8 duplici omicidi commessi nelle campagne intorno al capoluogo toscano fra il 1968 e il 1985, ndr) si fossero potuti analizzare i Dna, se ci fossero state le videocamere che ci sono oggi lungo le strade anche dei paesi, se ci fosse stato il tracciamento dei cellulari tramite gps, è probabile che di questo mistero si sarebbe venuti a capo.
Ma allora queste cose non c’erano, molti elementi non c’erano; perfino le foto delle scene dei crimini non erano neppure “sigillate” si comprende perché tutto sia avvolto ancora da mistero. Dobbiamo considerare, però, che non c’erano gli strumenti per agire in un determinato modo. Questo ha fatto sì che tanti dubbi, tante domande restassero. Oggi, a mio avviso, non succederebbe più”.
Nel caso del mostro di Firenze, quali sono, secondo lei, i punti rimasti più in ombra nelle indagini?
“Qui siamo nel campo delle opinioni. Spesso si tende a dire che il processo contro cosiddetti “compagni di merende” – Vanni, Lotti, Pacciani, – non fosse basato su prove. Leggendo gli atti processuali, a mio avviso elementi per andare in quella direzione c’erano. Non è che l’inchiesta che coinvolse Vanni, Lotti e Pacciani fosse basata sul nulla: gli elementi c’erano, eccome se c’erano. Poi c’erano altre persone coinvolte? Probabilmente sì. Ci sono persone (oggi scomparse) su cui si sarebbe potuto indagare di più? Probabilmente sì: ad esempio, la figura di Giampiero Vigilanti (pratese, ex legionario, indagato e scagionato nell’inchiesta, originario di Vicchio, stesso paese di Pacciani) è molto ambigua e inquietante. Ma il lavoro che è stato fatto e si continua a fare è molto importante.
Poi c’è tutta la pista Narducci, il medico di Perugia scomparso misteriosamente nel lago Trasimeno nel 1985: anche qui, siamo di fronte a una figura ambigua, sospetta, ma ci vogliono le prove per poter andare avanti. E le prove a distanza di tanti anni sono difficile da trovare”.
Il mostro di Firenze può essere definito un serial killer. Tuttavia in Italia, il fenomeno degli assassini seriali risulta assai inferiore a quello di altri Paesi, dagli Usa alla ex Unione Sovietica. Perché?
“Prima di tutto noi siamo un Paese molto meno violento degli Usa, dell’ex Unione Sovietica. Inoltre il numero di omicidi commesso in Italia, per quanto possa sembrare strano, è uno dei più bassi in Europa, il più basso insieme a Malta. E questo è già un dato importante. Comunque anche l’Italia ha avuto i suoi serial killer: Gianfranco Stevanin, Donato Bilancia, il mostro di Firenze, appunto. Ma la nostra storia criminale diversa da quella degli Usa, ad esempio. Abbiamo avuto organizzazioni criminali così potenti come in altri Paesi non sono state – come la mafia – con altri tipi di omicidi.
Poi dobbiamo aggiungere una considerazione diversa: sempre grazie all’evoluzione tecnologica, oramai anche in altri Paesi, Stati Uniti compresi, i serial killer praticamente non esistono quasi più perché li prendono quasi subito. Quando agiscono vengono ripresi dalle videocamere, lasciano sempre qualche traccia sulla scena del crimine (ad esempio il Dna che porta subito a dei sospetti); i cellulari poi sono tracciati. Quindi quel fenomeno è quasi scomparso. Poi ne nascono altri.
Ad esempio negli Usa ci sono gli omicidi di massa, difficilmente affrontabili in un Paese dove procurarsi un’arma è così facile. Uno arriva in un luogo, uccide trenta persone, poi lo possono anche prendere o ammazzare: però, intanto, il massacro l’ha commesso. E in questi casi la tecnologia, purtroppo, non riesce a prevenire”.

E il profiling (la ricostruzione del profilo psicologico di un sospetto ignoto utilizzando elementi della scena del crimine) quanto può aiutare anche nella prevenzione dei reati? In Italia è una tecnica poco affermata.
“Ha aiutato molto quando nacque negli Usa negli anni Settanta e Ottanta. Ma oggi le indagini sono prevalentemente scientifiche e quindi, diciamo, che la profilazione è passata in secondo piano”.
Stefano Nazzi come sceglie i casi di cui parlare?
“Li scelgo in base a quanto secondo me possono essere rimessi in ordine. Mi interessano i casi di cui si è parlato molto, anche con molti dettagli, magari poco significativi e che a distanza di tempo si sono pure rivelati inesistenti. Così, a un certo punto voglio mettere tutto in fila, tutto in ordine. E mi dico: vediamo quali erano davvero i dati oggettivi e cosa è rimasto di tutta la storia”.
E perché pensa che i casi che lei seleziona piacciano alle persone?
“Forse perché cerco di rimetterli in ordine, cercando di stare lontano da tutto quello che è spettacolarizzazione, dalla narrazione in stile “soap crime”. Punto quasi tutto sui dati oggettivi, sulla storia, appunto”.







