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FIRENZE – Il Tribunale di prevenzione di Firenze ha disposto, su richiesta della Procura di Prato, l’amministrazione giudiziaria di Tessilform spa e Dixie srl, società titolari dei marchi Patrizia Pepe e Dixie.

La misura, della durata di un anno, non ferma l’attività delle due imprese, ma affida a commissari la gestione dei controlli sulle ditte fornitrici.

L’accusa: vigilanza mancante

Le due società non risultano indagate. Gli inquirenti però contestano loro di aver “colposamente agevolato l’attività di sfruttamento”, agendo con “colpevole inerzia” e senza verificare la reale capacità imprenditoriale delle aziende terziste cui affidavano le commesse.

Il provvedimento arriva dopo l’inchiesta che, a febbraio, aveva già portato in amministrazione giudiziaria il marchio Piazza Italia per lo sfruttamento dei lavoratori lungo la filiera. Per la Procura di Prato, la decisione di Firenze conferma la possibilità per una procura circondariale di attivare strumenti di prevenzione contro le storture della catena produttiva.

Il sistema dei subappalti

Le indagini ricostruiscono rapporti durati almeno tre anni tra le due società e un’organizzazione guidata da due coniugi albanesi, accusati di caporalato. L’organizzazione avrebbe ricevuto commesse per il confezionamento di decine di migliaia di capi attraverso una galassia di imprese.

Secondo la Procura, nei capannoni collegati ai due imprenditori lavoravano persone in stato di bisogno, anche senza documenti o in nero, con retribuzioni bassissime, buste paga irregolari e ritmi estenuanti. Gli inquirenti descrivono condizioni abitative e di sicurezza degradanti, oltre a un clima di intimidazioni e violenze.

Solo per le commesse legate a Patrizia Pepe, l’organizzazione avrebbe incassato circa mezzo milione di euro. La Procura censura inoltre l’opacità delle imprese coinvolte e il ricorso a società schermo.

Le indagini e le testimonianze

Le testimonianze di 18 lavoratori hanno avuto un peso decisivo: per loro la Procura ha chiesto il permesso di soggiorno per motivi di giustizia. Gli investigatori della Guardia di finanza e del gruppo anti sfruttamento della Asl hanno poi esaminato migliaia di documenti.

Il procuratore di Prato, Luca Tescaroli, ha definito il sistema produttivo come basato sulla “massimizzazione del profitto”, capace di garantire ampi margini di guadagno comprimendo il costo del lavoro e mantenendo la competitività. La strategia, spiega, punta a bonificare la filiera colpendo sia il soggetto sfruttatore sia la “vetta” della catena delle forniture.

Le proteste alla stireria Alba

Al centro della ricostruzione figura la stireria Alba, teatro nei mesi scorsi di proteste organizzate dal sindacato Sudd Cobas. Durante le manifestazioni, un cittadino pakistano ha subito un’aggressione: la titolare dell’azienda lo avrebbe colpito con calci e pugni.

Gli operai contestavano le condizioni di lavoro e le irregolarità contrattuali: risultavano infatti impiegati da un’altra azienda, con un contratto del settore “Pulizie e multiservizi”. Alcune azioni di protesta hanno avuto grande rilievo, tra cui l’occupazione per alcune ore della boutique Patrizia Pepe in piazza Duomo, a Firenze.

Un provvedimento non sanzionatorio

Il tribunale parla di una misura “non sanzionatoria”, orientata a sanare le criticità emerse nella catena delle forniture. Nella motivazione, i giudici esprimono una “prognosi positiva in ordine alla sanabilità delle società”.

Tescaroli chiede infine più risorse per contrastare un fenomeno che, secondo la Procura, avvelena il distretto pratese: “Se vi fosse una più consistente aliquota di appartenenti alla polizia giudiziaria e un organico di procura più adeguato alla realtà criminale in essere, la strategia potrebbe espandersi in modo capillare”. Le indagini hanno coinvolto solo una decina di investigatori tra Asl e Guardia di finanza, nonostante la complessità degli accertamenti.

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