FIRENZE – Sovraffollamento record e celle ancora più chiuse. È la fotografia del sistema penitenziario italiano, con pesanti ricadute anche nelle carceri toscane.
Secondo il XXII rapporto di Antigone, realizzato attraverso 102 visite di monitoraggio, nella sola regione si registrano strutture sotto pressione e pratiche di detenzione sempre più limitative. L’unico caso documentato in Toscana di stanza per i colloqui intimi prevista dalla Corte costituzionale è la casa di reclusione di Porto Azzurro, allestita all’inizio del 2026 in collaborazione con il Terzo settore.
Il bilancio nazionale
Al 30 aprile i detenuti in Italia erano 64.436 contro 46.318 posti disponibili: mancano 18.118 posti. Il tasso di sovraffollamento raggiunge il 139,1%, e il dato peggiora in molte sedi locali, con ripercussioni anche sugli istituti regionali e sul lavoro quotidiano degli operatori penitenziari.
I record peggiori
La mappa del sovraffollamento segnala otto istituti con percentuali superiori al 200%: Lucca guida la classifica con il 240%, seguita da Foggia (225%), Grosseto (213%), Lodi (212%), Milano San Vittore (210%), Brescia Canton Monbello (210%), Udine (210%) e Latina (204%). Altri 73 istituti superano il 150%. Solo 22 carceri, in tutta Italia, rispettano il rapporto previsto tra posti e reclusi.
Vite tra quattro mura: servizi e libertà di movimento ridotti
Le condizioni materiali della detenzione restano critiche: celle senza acqua calda o doccia, spazi in cui si cucina vicino al bagno e file di letti a castello che riducono gli spazi vitali. Oltre il 60% delle persone detenute trascorre la maggior parte della giornata in cella, limitato alle ore d’aria previste. Solo il 22,5% è collocato in sezioni a sorveglianza dinamica. Recenti circolari del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria (Dap) hanno poi ristretto ulteriormente le uscite, le attività e i contatti con l’esterno, con misure adottate — secondo il rapporto — «per presunte questioni di sicurezza».
La stretta riguarda anche oggetti di uso quotidiano: per prevenire occultamenti e possibile barricamento, l’uso di frigoriferi nei corridoi o nelle celle è vietato e limitato a stanze «destinate all’uopo», spesso difficili da trovare.
Aumenti di aggressioni, rivolte e suicidi
Le misure restrittive non avrebbero calmato la tensione: per Antigone, ne sono conseguite maggiore conflittualità e disagio. Le aggressioni contro la polizia penitenziaria sono salite del 12,4% (da 2.154 a 2.423), le aggressioni tra detenuti sono passate da 3.356 nel 2021 a 5.812 nel 2025 (+73%), e gli atti turbativi dell’ordine e della sicurezza sono aumentati del 27,6%.
Il dato sui decessi è particolarmente allarmante: nel 2025 si sono registrati 254 decessi complessivi e almeno 82 suicidi, il livello più alto da decenni. Dall’inizio del 2026 i suicidi sono già 24. Gli atti di autolesionismo rimangono oltre quota 2.000 ogni 10.000 detenuti, valore che indica una frequenza elevata di gesti autolesivi.
Cause strutturali: pene più lunghe e misure alternative in calo
L’aumento della popolazione detenuta non riflette un’impennata dei reati — i dati nazionali mostrano anzi una stabilità, con una flessione dell’8% nei primi mesi del 2025 — ma deriva da politiche punitive e da pene più lunghe. Dall’inizio della legislatura sono stati introdotti oltre 55 nuovi reati, più di 60 aggravanti e oltre 65 aumenti di pena. Conseguenza concreta: oggi solo il 40,8% dei detenuti è alla prima carcerazione.
Parallelamente, rallentano e in alcuni casi arretrano le misure alternative alla detenzione. Le prese in carico per l’affidamento in prova ai servizi sociali sono diminuite a 24.627 nel 2025 (da 26.151 nel 2024); la detenzione domiciliare è scesa da 14.247 nuovi casi nel 2024 a 13.519 nel 2025. Al termine del 2025, 24.348 detenuti avevano un residuo pena inferiore ai tre anni e avrebbero potuto accedere a misure alternative.
Scarso reinserimento e formazione
Gli indicatori sui percorsi di reinserimento restano critici: solo il 29,3% dei detenuti lavora, e di questi l’85,6% è impiegato alle dipendenze dell’amministrazione penitenziaria in mansioni poco spendibili all’esterno; solo il 4,9% lavora per soggetti esterni. La formazione è limitata: appena il 7,9% frequenta corsi professionali, il 31% segue percorsi scolastici e il 3% è iscritto all’università. Anche il personale educativo risulta insufficiente: alla casa circondariale di Como, per esempio, sono presenti solo 2 educatori rispetto ai 6 previsti per 367 detenuti.
Il diritto all’affettività applicato a macchia di leopardo
A due anni dalla sentenza della Corte Costituzionale che sancisce il diritto ai colloqui intimi, l’implementazione è frammentaria e disomogenea. In Italia si registrano aperture sporadiche: stanze attive o in via di attivazione a Terni, Padova, Parma, Torino, Napoli, Milano Bollate e Porto Azzurro — quest’ultima unica realtà attiva in Toscana al momento delle rilevazioni.
La richiesta di Antigone: riaprire il carcere
Per Antigone, «un carcere chiuso non è un carcere più sicuro». Il presidente Patrizio Gonnella chiede un «piano Marshall» per le carceri: più apertura verso il mondo esterno, volontariato, attività educative, sportive e formative, investimenti per potenziare corsi scolastici e professionalizzanti, semplificazione burocratica per attrarre aziende e incentivi al lavoro esterno. L’associazione reclama inoltre il ritiro delle circolari restrittive e misure urgenti per ridurre il sovraffollamento, a partire da un maggiore ricorso alle misure alternative.







