La vittima dell'aggressione
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MASSA – Un insieme di concause ha portato alla morte di Giacomo Bongiorni, ucciso lo scorso 11 aprile a Massa durante una colluttazione con un gruppo di cinque giovani, tra cui un 17enne e due maggiorenni poi arrestati per omicidio.

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La vittima è caduta a terra davanti al figlio di 11 anni, che ha assistito all’aggressione e ha poi cercato a lungo di rianimare il padre.

I referti

Ieri è stata depositata la relazione del medico legale incaricato dell’autopsia. Secondo le prime informazioni, il referto non individua una causa predominante del decesso: emergono però elementi rilevanti sulle modalità dell’aggressione. Il perito segnala i pugni sferrati con tecnica da pugile da parte del 17enne, che ha alle spalle diversi incontri di boxe, e il calcio inferto da uno dei tre arrestati mentre la vittima era già a terra, seppur descritto come non particolarmente violento.

Durante l’esame necroscopico è stata riscontrata una «massiva emorragia», che potrebbe essere riconducibile anche alla rovinosa caduta e all’urto della testa sull’asfalto dopo il colpo. Per questo motivo il magistrato ritiene necessarie ulteriori indagini per attribuire con precisione le singole responsabilità.

Gli accertamenti hanno inoltre evidenziato che Bongiorni aveva consumato alcol durante la serata. L’ipotesi non sembra però influire sulle accuse nei confronti degli indagati, considerata la violenza dell’aggressione e il comportamento dei presenti dopo l’episodio. Nessuno, infatti, avrebbe chiamato i soccorsi né si sarebbe preoccupato delle condizioni della vittima.

Gli accusati

Sono in carcere Ionut Alexandru Miron, 23 anni, ed Eduard Alin Carutasu, 19 anni, difesi dagli avvocati Enzo Frediani e Diego Furlan, e il 17enne, assistito dall’avvocato Nicola Forcina. Secondo la ricostruzione dei carabinieri di Massa, la lite sarebbe nata dopo che Bongiorni e il cognato avrebbero rimproverato i giovani per una bottiglia di vetro caduta a terra. Dopo un primo parapiglia, la situazione è degenerata in modo drammatico nonostante la presenza del bambino.

La procura sta inoltre esaminando le conversazioni via chat scambiate dagli indagati subito dopo l’aggressione, per verificare eventuali commenti o accordi successivi all’evento che possano chiarire dinamiche e responsabilità.

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