PISA – Regolare il salario, introducendo dei limiti, può ridurre le disuguaglianze.
Non ne risultano però compromessi occupazione e crescita. È quanto emerge da un nuovo studio dell’Università di Pisa pubblicato sulla rivista internazionale Economic Modelling che ha aperto alla possibilità di un salario minimo nello Stivale.
La ricerca ha ricostruito in modo dettagliato il funzionamento dell’economia italiana a partire da dati reali e distinguendo 114 gruppi di lavoratori per settore, livello di qualificazione e genere.
Su questa base è stato costruito lo scenario di riferimento, che simula l’evoluzione dell’economia senza interventi. Successivamente, le politiche salariali sono state introdotte come scenari alternativi per osservare gli effetti diretti e la loro propagazione nel tempo su domanda, occupazione, produttività e prezzi.
Le simulazioni mostrano infatti che una soglia base fissata a 10 euro l’ora è particolarmente efficace nel ridurre il lavoro povero e le disuguaglianze diffuse, aumentando i redditi più bassi.
Il salario massimo, fissato nelle simulazioni a 40 euro l’ora, agisce invece sulla parte alta della distribuzione e contribuisce in modo significativo a ridurre il divario retributivo fra uomini e donne. Sul piano macroeconomico, i risultati indicano che occupazione e produttività restano sostanzialmente stabili nel medio periodo.
L’aumento dei salari più bassi tende a rafforzare la domanda interna, compensando gli effetti legati all’aumento dei costi del lavoro, mentre il contenimento dei redditi più elevati non produce impatti negativi rilevanti sull’attività economica complessiva.
“Il salario minimo e massimo funzionano bene insieme – spiega Simone D’Alessandro, professore del dipartimento di Economia dell’Università di Pisa – perché intervengono su due lati diversi della disuguaglianza: il primo sostiene i redditi più bassi e rafforza la domanda interna, il secondo limita la concentrazione dei salari al vertice. Combinati, permettono di ridurre le disparità in modo più efficace ed equilibrato, senza compromettere la stabilità dell’economia.
“Il dibattito pubblico spesso contrappone equità ed efficienza – continua D’Alessandro – Il nostro lavoro mostra che, se valutate in modo sistemico, politiche salariali ben calibrate possono ridurre le disuguaglianze salariali e di genere senza generare effetti macroeconomici destabilizzanti”.
Uno studio che, conclude d’Alessandro: “Si inserisce in un contesto particolarmente critico per il mercato del lavoro italiano. Negli ultimi trent’anni, infatti, l’Italia è l’unico Paese dell’Ocse in cui i salari reali medi sono diminuiti, a fronte di una crescita diffusa negli altri Paesi avanzati. A questo si aggiungono l’aumento del lavoro povero e il rafforzarsi delle disuguaglianze salariali tra settori, livelli di qualificazione e genere. In questo scenario, intervenire sulla distribuzione dei salari emerge non solo come una scelta di equità, ma come una leva economica necessaria per sostenere la domanda interna e rafforzare la coesione sociale”.
Il lavoro è firmato da Guilherme Spinato Morlin, David Cano Ortiz, Simone D’Alessandro e Pietro Guarnieri del Centro di Ricerca Ecohesion Collective del Dipartimento di Economia e Management dell’Università di Pisa, Marco Stamegna della Scuola Normale Superiore.
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