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Politica e giustizia. I boomerang di Mps tra sentenze-choc e la capacità di dialogare sul futuro

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I processi non finiscono mai. Riservano a iosa sorprese e colpi di scena. Il capitolo sulla cosiddetta banda del 5% era uno dei più piccanti del romanzaccio sulle vicende del Monte dei Paschi. Chi era stato individuato come protagonista s’è fatto pure qualche mese di carcerazione preventiva e di arresti domiciliari. Ed ecco che il Tribunale di Siena in primo grado di giudizio ha smontato il teorema e assolto tutti gli imputati. La banda semplicemente non sarebbe esistita, né le creste o gli illeciti profitti che l’esecrata associazione a delinquere si sospettava avesse incassato.

5 anni in fumo? Un’inchiesta durata più di cinque anni in fumo? Il castello accusatorio sembra  crollare di botto. La Procura valuterà il da farsi dopo aver letto le motivazioni e non è escluso che muova appello. Non è il caso di riaprire un dossier rovistato in ogni dettaglio, ma è difficile trattenersi da qualche non marginale riflessione. Oltretutto la Cassazione ha già tolto di mezzo con pronuncia definitiva un’altra delle presunte colpe, la più grave: l’ostacolo frapposto agli organi di vigilanza per occultare la realtà della banca a seguito di spregiudicate operazioni con derivati ad alto rischio. Il contratto con la banca giapponese Nomura non era stato tenuto segreto e, dunque, chi aveva il compito di verificare come stessero le cose era in grado di capirlo sulla base di una documentazione o di induzioni non misteriose. Rimangono in piedi sul fronte milanese – per limitarsi agli aspetti finanziari e alla strutturazione dei bilanci – due processi roventi: quello relativo alle modalità di ricorso ai derivati ritenuto necessario in conseguenza della sballata acquisizione di parte di Antonveneta (prossima udienza a settembre) e quello promosso dai piccoli risparmiatori, danneggiati da falsi inscritti a bilancio e dagli aumenti di capitali di 5 e 3 miliardi fatti senza denunciare la consistenza di crediti deteriorati non restituiti per una decina di miliardi. Sarebbe azzardato predire che cosa si deciderà in merito alle opposizioni alle archiviazioni relative a questo secondo troncone: la pronuncia del giudice dovrebbe aversi entro luglio.

Le sentenze vanno rispettate, ma non sono esenti da critiche anche severe Un’inchiesta durata più di cinque anni in fumo? Il castello accusatorio sembra  crollare di botto. La Procura valuterà il da farsi dopo aver letto le motivazioni e non è escluso che muova appello. Non è il caso di riaprire un dossierrovistato in ogni dettaglio, ma è difficile trattenersi da qualche non marginale riflessione. Oltretutto la Cassazione ha già tolto di mezzo con pronuncia definitiva un’altra delle presunte colpe, la più grave: l’ostacolo frapposto agli organi di vigilanza per occultare la realtà della banca a seguito di spregiudicate operazioni con derivati ad alto rischio. Il contratto con la banca giapponese Nomura non era stato tenuto segreto e, dunque, chi aveva il compito di verificare come stessero le cose era in grado di capirlo sulla base di una documentazione o di induzioni non misteriose. Rimangono in piedi sul fronte milanese – per limitarsi agli aspetti finanziari e alla strutturazione dei bilanci – due processi roventi: quello relativo alle modalità di ricorso ai derivati ritenuto necessario in conseguenza della sballata acquisizione di parte di Antonveneta (prossima udienza a settembre) e quello promosso dai piccoli risparmiatori, danneggiati da falsi inscritti a bilancio e dagli aumenti di capitali di 5 e 3 miliardi fatti senza denunciare la consistenza di crediti deteriorati non restituiti per una decina di miliardi. Sarebbe azzardato predire che cosa si deciderà in merito alle opposizioni alle archiviazioni relative a questo secondo troncone: la pronuncia del giudice dovrebbe aversi entro luglio

Ritrovare la capacità di dialogare sul futuro Nel tumultuoso passato prossimo si è preferito affidarsi al potere giudiziario invece di fare un’onesta e collegiale disamina delle radici di una crisi tanto grave. O si sono accavallate illazioni su illazioni. Il Pd, ad esempio, non è riuscito a ripercorrere pubblicamente e con coraggio i passaggi che hanno portato a esiti disastrosi. Altre forze politiche non sono state innocenti spettatrici nell’operazione Antonveneta e neppure nel rifiuto di alleanze o fusioni, ma si son tirate fuori dalla mischia e hanno indossato la veste di accusatori senza macchia. Molti blogger si sono scatenati e più che apportare dati utili hanno gareggiato nell’enfatizzare i toni scandalistici e accresciuto il danno reputazionale. Una riprova sintomatica, della quale non è stata quasi data notizia: le accuse su tre irregolarità edilizie lanciate contro l’ex sindaco Bruno Valentini, risalenti a quando era primo cittadino di Monteriggioni, sono tutte cadute: assolto pienamente. Come quelle dell’assessore Chiantini, suo collaboratore per l’urbanistica. Eppure la disputa fu uno degli ingredienti-base dell’avvelenata campagna elettorale. Non sarebbe il caso di trarre un’utile lezione dalle scioccanti sentenze e far punto e a capo? Si lascino lavorare pm, giudici e avvocati per le questioni che loro spettano, e si tenti di ritrovare con autentico spirito civico la capacità di dialogare sul futuro di una città e di un territorio che vantano risorse eccezionali. Riscoprire Montesquieu e  non intrecciare furbescamente e intempestivamente ambito che devono fruire di una loro autonomia. Non c’è bisogno di enumerare in Toscana casi allarmanti di paralisi o blocchi derivati dal ricorso improprio alle carte bollate o a sbrigative e infondate accuse. Sono troppo spesso tacitate le ragioni effettive di una politica che guardi al domani, consapevole dei limiti da osservare e delle norme da seguire: autonoma, sì, e autorevole, perché incorpora etica e comportamenti di trasparente legalità.

dal Corriere Fiorentino del 24/72019