Fabio Bargagli Petrucci
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Mps, novant’anni dopo. Siena si ritrova davanti allo stesso bivio. Lasciare che il mercato decida o combattere per la banca. Bargagli Petrucci e la lezione dimenticata della storia senese

Siena rischia di assistere, da spettatrice, alla fine del legame secolare con la sua banca, il Monte dei Paschi di Siena.

Di fronte a un’operazione finanziaria che rischia di spezzare definitivamente un legame costruito in oltre cinque secoli di storia, emerge una domanda inevitabile. Chi sta davvero difendendo la città? Ci viene in soccorso il ricordo di una pagina poco conosciuta del 1936. Quando nemmeno il governo di Mussolini riuscì a imporre a Siena le proprie scelte. Qui incontrò la ferma opposizione della classe dirigente senese. Pronta anche a dimettersi pur di preservare l’identità del Monte.

Oggi, invece, il pericolo è che la logica del mercato e il consenso trasversale della politica prevalgano senza una vera battaglia. Istituzionale e cittadina a difesa della propria banca.

La storia insegna che il destino di Siena non è ancora scritto. Esistono alternative che devono essere perseguite con coraggio, visione e assunzione di responsabilità.

Siete pronti per lalettura? E allora iniziamo.

Rocca Salimbeni

Dove non riuscì Mussolini riuscirà Giorgia Meloni?

Dalle conversazioni anche le più inutili si possono trarre spunti interessanti per leggere i fatti che ci interessano. È accaduto che La Nazione di Siena, a firma della caposervizio Michela Berti, abbia concesso un’intervista all’ex candidato del centrodestra al Parlamento Tommaso Marocchesi Marzi. Uno che dichiara di non avere nessuna tessera di partito, di riconoscersi “nell’area di Fratelli d’Italia” (ma nel 2021 alle suppletive della Camera contro Enrico Letta lo candidò Matteo Salvini), e che oggi siede nella Deputazione generale della Fondazione Mps.

Uno che si dichiara “non disponibile a candidarsi né per le politiche né per le amministrative” e che intende proseguire a lavorare nell’azienda di famiglia che produce Chianti Classico (“Sono nel consiglio di amministrazione di me stesso”).

Chissà perché, allora, sarà stato scelto per un’intervista a tutta pagina. Si domanderà a questo punto il lettore.

Dettaglio rivelatore

La risposta non possiamo certo saperla. Però un dettaglio rivelatore apre gli occhi sullo scenario che sta vivendo Siena in queste settimane dopo l’Opas “non concordata”, quindi ostile, di Intesa San Paolo su banca Mps. Un’operazione dal sapore soprattutto finanziario che priverebbe definitivamente Siena della sua banca, rescindendo così un legame atavico lungo secoli. Per chi non lo sapesse ancora un’operazione da 30 miliardi di euro che dividerebbe Mps in due: la polpa a Intesa San Paolo, con circa 600 filiali, il Corporate, le quote di Generali (13,2%) e, naturalmente Mediobanca. Mentre i semi finirebbero sputati al gruppo emiliano Unipol Sai che tramite Banca dell’Emilia Romagna rileverebbe 635 filiali, i dipendenti della direzione generale (circa 1.700 lavoratori che forse dovranno trasferirsi da Siena e Firenze a Modena). [LEGGI]

A un certo punto dell’intervista, l’imprenditore agrario, e non solo, Marocchesi Marzi, che si riconosce nell’area di Fratelli d’Italia (“sta lavorando bene”), non più in politica per sua stessa ammissione, si lascia andare a una considerazione, proprio a proposito della Opas su Mps.

“Operazione che piace a tutti”

“Secondo me quello che è stato annunciato andrà fino in fondo perché al di là delle dichiarazioni del Comune che giustamente parla di controllo degli esiti sociali di impatto economico sul territorio, del rispetto della tradizione della storia, mi viene da dire: c’è qualche altro soggetto che ha 30 miliardi da mettere sul piatto? Perché questa è un’operazione di mercato che piace a tutti, piace al MEF, piace al Pd, piace a Forza Italia, piace a Fratelli d’Italia, piace al Nord, piace al Sud, piace a tutti”.

Ecco, il punto. Ci voleva Marocchesi Marzi per rivelare che questa operazione che potrebbe segnare la fine del Mps (ricordiamo che Unipol Bper hanno indicato che verrà tolto il riferimento a Siena), piace a tutti. Ci voleva un ex della politica, uno di area Fratelli d’Italia per rivelare quello che altri non possono dire. “Un’operazione che piace a tutti”. Dunque, inutile discutere. È il mercato (la mano non tanto invisibile) che decide. E alla politica, a tutti, sta bene così. Dice Marocchesi Marzi.

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1936, cosa vuole Benito Mussolini

A questo punto viene in mente il celebre episodio del 1936. Siamo nel momento di più alto consenso del regime fascista. È l’anno in cui Mussolini proclama la nascita dell’impero d’Italia, dopo la conquista dell’Etiopia. Il dittatore è all’apice del potere. A tutti gli effetti padre padrone dell’Italia. Ovunque nel Paese. Ma non a Siena. Non riguardo al Monte dei Paschi di Siena.

Non che non fossero fascisti anche a Siena, ci mancherebbe. Solo che sulle questioni di Mps ai senesi, all’epoca, non piaceva che mettese il becco nessuno, nemmeno Mussolini.

Il 12 marzo del 1936 dicevamo, il Parlamento approva la legge bancaria che riconosce a Mps lo status di “istituto di credito di diritto pubblico”. Una categoria riservata solo a poche banche fino a quel momento (Banco di Napoli, Banco di Sicilia, poi Banca Nazionale del Lavoro e San Paolo di Torino). Lo status derivava dal fatto che “il Monte affondava le sue radici nella notte dei tempi raccordandosi ai legami fra l’Istituto e la città”. “Giungendo così – scrive il compianto professor Franco Belli – a una sovrapposizione della forma e alla sostanza”. Insomma, il fascismo riconosce il legame indissolubile che esisteva dal 1472 tra la banca e i suoi “pascoli” senesi, maremmani e toscani in genere.

La banca infatti già operava come un grande istituto di livello nazionale, grazie alla sua sezione “cassa di risparmio”. Ma era anche stata fondamentale per garantire una certa stabilità finanziaria in giro per l’Italia negli anni precedenti.

Fin qui tutto bene. Il 22 ottobre 1936, in base alla nuova normativa, venne quindi approvato il nuovo statuto della banca che, ad esempio, all’articolo 3 “individuava lo scopo fondamentale del nuovo Istituto nel potenziamento delle attività produttive dei luoghi nei quali svolge la sua azione con particolare riguardo allo sviluppo dell’agricoltura (dunque, anche il Chianti dove oggi Marocchesi Marzi produce il suo Sangiovese).

Altri cambiamenti non destarono particolari reazioni, anche perché la Banca veniva finalmente riconosciuta come una banca di sistema, in grado cioè di reggere a eventuali e future crisi finanziarie, a tutela anche del regime di Mussolini.

Ma le cose (per il regime) a Siena si misero male quando venne decisa la limitazione nella distribuzione degli utili della banca sulla città (solo tre quarti di quelli disponibili) e che la nomina dei vertici di Rocca Salimbeni sarebbe spettata al Consiglio dei Ministri, quindi a Mussolini, nelle figure del Presidente, che peraltro avrebbe assorbito i poteri del Provveditore, e di quattro dei sei membri della Deputazione. Gli altri due li avrebbe nominati il Comune di Siena. Apriti cielo!

Le informative dell’allora prefetto di Siena parlano di “profondo malcontento nella città di Siena con manifestazione di ostilità particolarmente violente contro il provveditore Alfredo Bruchi”. Reo, secondo di senesi, di avere orchestrato l’operazione per togliere a Siena non solo il diritto di nomina quanto il Monte come istituzione cittadina.

Ma il fiero podestà non ci sta

E qui entra in campo una figura certo conosciuta dai senesi, Fabio Bargagli Petrucci, il “fiero podestà, come lo definì Giuliano Catoni in un suo lavoro di qualche anno fa.

Per evitare l’approvazione del nuovo statuto, l’allora podestà, agrario e fascista, si recò più volte a Roma, in particolare in Banca d’Italia ma forse anche in altre sedi, per sostenere il principio che “il Monte dei Paschi rappresentava un patrimonio di grande valore verso cui la città intera nutriva un profondo attaccamento”. “Spogliare Siena di queste antiche prerogative di buon governo – era il senso del suo ragionamento – avrebbe prodotto conseguenze deleterie per la tutela dei risparmi della collettività e un eccessivo accentramento del potere finanziario nelle mani di pochi”.

Poiché le buone ragioni di Bargagli Petrucci non portarono a nulla e lo statuto venne pubblicato lo stesso, il “fiero podestà” ritenne suo dovere dimettersi il 29 ottobre, una settimana dopo. Ma intanto si rifiutò di nominare i due deputati anche a rischio del “confino di polizia”, come ebbe a minacciarlo il prefetto Eduardo Pallante.

Nelle sue memorie, con riferimento a quel preciso periodo, scrive: “In Siena esiste uno stato di cose eccezionali nei riguardi della scelta delle persone proposte o da proporre ai vari uffici. Due deputati soli: uno l’onorevole Bruchi, grossetano, è anche provveditore del Monte dei Paschi e si trova in una posizione d’incompatibilità almeno morale per i due uffici; l’altro [Chiurco] di Rovigo. Un solo senatore: S.E. Sarrocchi che vive e risiede a Firenze e si tiene costantemente lontano dalla vita della provincia di Siena e rarissimamente si fa vedere. Si può dire che Siena è la città d’Italia che ha il più scarso numero di uomini parlamentari, perché non ne ha nessuno”.

Alfredo Bruchi, deputato maremmano, intanto, venne nominato dal Governo Mussolini presidente e provveditore del Monte dei Paschi di Siena.

“Vedo al Monte spuntare le ali e volare verso altri lidi”

In una lettera indirizzata al prefetto di Siena, Oscar Uccelli, Bargagli Petrucci scrive: “Temo per Siena un oscuro e triste destino e vedo al Monte, tra poco tempo, spuntare le ali e volare verso altri lidi”.

E aveva ragione. La banca negli anni successivi passò dal consueto credito agrario e fondiario al sostegno alla nascente industria di Stato, all’IRI, all’ANIC (idrocarburi), alla Montecatini (chimica-energia). Proprio nel 1936 fece il suo ingresso negli aumenti di capitali di società quotate in borsa, con la collocazione dei titoli alla clientela. E qui le cose cominciarono a complicarsi  e mettersi male per le povere finanze montepaschine.

Fu allora che al Comune di Siena, podestà Mario Tadini Boninsegni, agrario con la splendida tenuta di Poggio Santa Cecilia a Rapolano Terme e fascista, tornò alla carica con la senesità del Monte. Anch’egli fece tanti viaggi a Roma e finì per ottenere che almeno uno dei membri nominati dal Governo nella Deputazione fosse originario della provincia di Siena. Ma non riuscì a imporsi sull’impegno del mantenimento a Siena della sede e Direzione della banca né che la maggioranza dei nominanti fosse senese. Anche Tadini Boninsegni, agrario e fascista, nel 1938 si dimise in polemica con il governo di Mussolini, non prima però di avere fatto ricorso al Consiglio di Stato.

Nel 1939 Mussolini cambia idea

La patata bollente toccò dunque a Luigi Socini Guelfi, agrario e fascista, che, finalmente, riuscì nell’impresa di far cambiare idea al Duce e al governo romano. Complice la grave crisi finanziaria che aveva colpito il Monte ma anche la capacità diplomatica che Socini Guelfi riuscì a instaurare con il pisano Guido Buffarini Guidi, un potente del regime. Fecero presa il racconto di Siena precipitata nell’”angoscia più profonda e nel vivo timore di aver perduto ormai il secolare Istituto, suo per fondazione, suo per diritto, e suo perché dopo oltre trecento anni di attività finanziaria, svolta sotto la guida di cittadini senesi e col controllo del Comune di Siena, avevano ormai stabilito una tradizione di attaccamento, di coesione, di amorevole orgoglio della città per il suo massimo istituto”.

La revisione dello statuto

Fu così che anche a Roma, nel 1939, si decisero a rimettere mano alla revisione dello statuto della banca, modificarono nuovamente le procedure di nomina degli organi attribuendo anche alla Provincia una designazione, assegnando agli enti senesi la scelta della maggioranza dei componenti la Deputazione. Il capo del Governo, Mussolini, avrebbe avuto invece la possibilità di indicare il presidente della banca “purché fosse stato un cittadino residente nella provincia di Siena. Anche al Duce dunque furono imposti dei limiti che finì per accettare.

Bruchi poté dunque rimanere presidente, ma venne affiancato, di nuovo, da un Provveditore, Piero Valiani. Entrambi governarono la banca fino al 1944. Valiani fu protagonista anche della fase post bellica e della ricostruzione.

Una battaglia lunga 90 anni

La battaglia per la difesa del Monte, dunque, non è cosa recente. È datata indietro nel tempo. 90 anni fa il tentativo del governo Mussolini di acquisire il controllo della banca rispetto a Siena e ai senesi finì dopo appena tre anni. Lo scontro fu tutto dentro il fascismo. E per la difesa della banca due podestà rinunciarono alla carica, non senza avere prima combattuto. Fecero prevalere gli interessi generali ai loro tornaconti personali.

Ecco, perché suona strano leggere oggi Marocchesi Marzi, esponente di quel mondo agrario da cui provenivano anche Bargagli Petrucci e Tadini Boninsegni, dire con semplicità che l’Opas su Mps piace a tutti. E sorprende quel riferimento che piaccia anche a Fratelli d’Italia.

Intanto, se è solo un simpatizzante del partito come fa a dirlo con questa sicumera? Forse ha qualche contatto romano?

Bargagli Petrucci, esempio per il sindaco di Siena

A Siena in Palazzo Pubblico oggi governa una maggioranza di centro destra. Il sindaco Nicoletta Fabio, che pure si dichiara civica, dipende da una maggioranza in cui il deus ex machina è Francesco Michelotti, proprio  di Fratelli d’Italia. Non un deputato semplice ma il coordinatore regionale del partito. Dunque, uomo di assoluta fiducia di Arianna Meloni e Giovanni Donzelli. E, presumiamo, anche della premier Giorgia Meloni.

Davvero questa Opas su Mps che finirà per chiudere la storia della banca con Siena piace anche a tutti loro? Perchè poi si deve sapere a chare lettere come andarono le cose, e che saranno loro i responsabili della fine di questa storia secolare che lega Siena alla sua banca. Una storia che nemmeno Benito Mussolini riuscì a scindere

A questo punto sarebbe fondamentale sapere realmente cosa pensa Fratelli d’Italia di questo tema. Come si sta muovendo il partito e il suo deputato territoriale. Cosa stanno facendo di concreto gli uomini e le donne al Governo per impedire che ciò accada?

E il Sindaco Nicoletta Fabio? Non può essere sufficiente un comunicato stampa congiunto con il presidente della Regione per dire di aver fatto tutto il possibile per salvare il legame tra la banca e Siena. Né una discussione in Consiglio comunale. Molto probabilmente ci vogliono viaggi a Roma, molti e in tutte le direzioni, memorie scritte e relazioni da attivare e molto ancora.

Altrimenti i loro nomi, al fianco di quelli che oltre dieci anni fa contribuirono a mettere in ginocchio la banca, saranno ricordati e riportati nei libri di storia come quelli che non combatterono per il mantenimento a Siena della banca e che aver contribuito a trasformare Rocca Salimbeni, nel miogliore dei casi in un museo per turisti distratti.

Non certo come Bargagli Petrucci. Esempi del passato dicono invece che altre strade possono e debbono essere tentate. L’attendismo fa solo il gioco degli altri. di tutti, anche dei propri alleati.

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