Tempo lettura: 13 minuti

TORRE DEL LAGO – Per un attimo, ma solo per un attimo, Valerio Galli, bimbo viareggino, ha pensato di diventare un carrista.

Sì, uno di quegli artigiani con il talento da artista e la vocazione da artigiano che ogni anno trasformano attualità, acqua, farina, carta di giornale e ingegneria domestica nei più carri del Carnevale di Viareggio. Satira in movimento, punture di zecca. Poi, ha virato. Un giorno in un tema, alle elementari, a metà fra gli otto e i nove anni, scrive: “Stagione 2002/2003-Dirige Valerio Galli”. Comunica così, conciso come è rimasto, che sarebbe diventato un direttore d’orchestra. Il nonno Carlo, ogni pomeriggio, gli racconta le storie delle opere. Poi gli mette su un disco e gliele canta pure.

In casa, Valerio ha il miglior cantastorie disponibile su piazza. Vive tante vite, viaggia per la Cina, il Giappone, Parigi, Roma, su e giù per la fantasia. Non ha mai visto un direttore d’orchestra in vita sua, ma sa già che quello sarà il suo mestiere. E non si sbaglia. Poco più che ventenne dirige la sua prima Butterfly. Debutta a Torre del Lago con Tosca circa una ventina di anni fa. E, anche se la carriera non è sempre in discesa, lavora con i grandi: il baritono Rolando Panerai, il soprano Daniela Dessì, il regista Ettore Scola per una bellissima Bohème. Incide Verdi con Bocelli, registra dvd di opere con il Carlo Felice di Genova. Trova l’America e lo cerca anche il Regio di Parma.

Ora, dopo anni, torna a casa. Torna a dirigere Puccini davanti a Puccini. Al festival di Torre del Lago (edizione n° 71), il 30 agosto e in replica il 6 settembre (ore 21,15) due recite di Manon Lescaut con un cast di primo piano e un allestimento indimenticabile: le sculture-scenografie che il compianto Ygor Mitoraj realizzò nel 2002 proprio per il Pucciniano, all’interno del progetto “Scolpire l’opera”.
Per rendere il deserto americano, Mitoraj straziò la perfezione del corpo di uno dei suoi perfetti corpi classici. Lo rese di terra screpolata, per dare il senso della siccità, creò una nuova figura e soprattutto arte nell’arte. Fra questi capolavori, si svolgerà l’antica e nuova storia di Manon, Maria Josè Siri, soprano noto in tutto il mondo, che già ha ricoperto questo ruolo alla Scala, diretta da Riccardo Chailly. Suoi compagni nel viaggio senza ritorno saranno il tenore Luciano Ganci e il baritono Claudio Sgura.

Maestro, il sogno di Valerio Galli bambino?

“Diventare direttore d’orchestra”.

Già da piccolo? Di solito da bambini ci si immagina di diventare pompieri. O astronauti.

“Beh, da piccolo piccolo volevo fare il carrista. Sì, il costruttore di carri del Carnevale di Viareggio. Ma è durata poco, un paio d’anni forse. Già da quando avevo sette, otto anni ero deciso: volevo fare il direttore d’orchestra”.

Non è proprio una scelta comune a quell’età.

“Ma per me sì. C’era il mio nonno materno, Carlo Lazzarini, che mi faceva ascoltare le opere. Da bambino aveva anche parlato con Puccini, era un episodio che mi raccontava spesso. Un giorno camminava lungo il canale Burlamacca a Viareggio e nel mentre stava passando Puccini a bordo di un barchino con un tizio che lo stava portando a remi. Il mio nonno era piccolo e si sente chiamare dal canale: “Ehi bambino, dov’è un meccanico?”. Il mio nonno glielo indicò, anzi ce lo portò: lui a piedi e Puccini che seguiva con il barchino portato a remi perché era rotto”.

Insomma, nonno Carlo folgorato sulla via di Puccini. Che lavoro faceva questo nonno con l’amore per l’opera?

“Mio nonno era un muratore e non aveva proprio una vena artistica, a differenza del fratello che cantava nei cori locali e, ogni tanto, al festival di Torre del Lago, interpretava anche Parpignol (il venditore di giocattoli del Caffè Momus, nel II atto de La Bohème di Puccini). Questo, però, conferma che in casa c’era una grande tradizione musicale, anche se non era una famiglia benestante. C’era la passione vera per l’opera, quella che una volta entrava più o meno in tutte le case”.

E suo nonno quali opere in particolare le faceva ascoltare?

“Per lo più le opere di Puccini, la base era quella, ma si ascoltava anche Cavalleria Rusticana di Mascagni, Pagliacci (Leoncavallo), poi le arie. Poi lui aveva i dischi con i suoi cantanti preferiti, poi tanti li aveva anche visti a Torre del Lago al festival Puccini. Si ricordava, ad esempio, anche Del Monaco e altri grandi. Si ricordava queste serate speciali. Mi parlava della Tosca vista a Torre del Lago con Del Monaco e Gobbi. Poi si ricordava bene di Puccini nel 1923 al Politeama che provava Fanciulla del West”.

Lo aveva visto personalmente?

“Certo. Anche questo faceva parte dei suoi racconti. Lui bambino, con i suoi amici, si era nascosto sotto le seggioline del Politeama, il cinema teatro della città. Zitto zitto, per non farsi scoprire, assisteva alle prove de La Fanciulla del West, con Puccini che batteva la mano sulla coscia per dare il ritmo all’orchestra e spiegava a tutti i cantanti le posizioni dei minatori, come dovevano stare.

Il mio nonno, con i suoi amici, entravano in questo teatro, si mettevano sotto le poltroncine e guardavano. Non se n’è mai dimenticato”.

Pensa che suo nonno avesse ereditato questa passione per l’opera da suo padre? E che quindi venga tramandata davvero come una tradizione di famiglia?

“Sì, probabilmente sì. Ma penso che un po’ tutta la città fosse come la mia famiglia. All’epoca vorrei capire a chi non piacesse l’opera; poi quando hai Puccini in città come fai a ignorare la lirica?”.

E suo nonno dove le faceva ascoltare le opere? Dove passavate i pomeriggi insieme a Puccini, Mascagni e gli altri?

“A casa mia. Si mettevano questi dischi e insieme si ascoltavano, il pomeriggio, più interessato alla musica che ai compiti, in effetti. Il fatto è che il nonno me le raccontava tutte le opere. A parte anche cantarle – le sapeva tutte – mi raccontava le opere come storie “vere” e io piccolo ero affascinato dai suoi racconti, dalle vicende che mi narrava”.

D’accordo. Ma perché non le è venuto in mente di fare il cantante, invece del direttore d’orchestra?

“Sinceramente non lo so. Ovviamente il direttore ha più l’idea complessiva di tutta l’opera, ma non mi ricordo di aver mai voluto cantare. E il fatto singolare è che volevo fare questo mestiere senza mai aver visto un direttore d’orchestra dirigere. Io, infatti, la prima opera dal vivo l’ho vista nel 1989, ero fra gli 8 e 9 anni.

Mi ricordo che una volta vidi in televisione una “Gazza ladra” (Rossini). O meglio la vidi di passaggio: la stava guardando mio nonno e io non la guardai perché mio nonno non me l’aveva ancora spiegata e mi risultava strana come situazione. Quindi anche in quell’occasione non vidi un Maestro dirigere. Ma c’era dentro di me questa idea di diventare direttore d’orchestra.
Forse ne avrò visto uno, prima di andare alla mia prima opera, ma non me lo ricordo proprio”.

Quindi voleva fare il direttore d’orchestra a sua insaputa.

“Diciamo che lo volevo fare anche senza mai averne visto uno. Lo scrissi anche nel tema a scuola che volevo fare quel mestiere. Il tema, poi, finiva con “Stagione lirica 2003/2004- Valerio Galli dirige”.
Questo tema lo scrissi nell’anno scolastico 1988/89, quando per noi bambini l’anno Duemila sembrava lontanissimo e il 2003/2004 una data che non sarebbe mai arrivata, quasi. Ma mi uscì d’istinto questa data”.

E quando ha diretto davvero la prima opera?

“Ho diretto la prima opera nel 2004, anche se come progetto di un corso di conduzione d’orchestra di Orvieto. Era una Madama Butterfly”.

Sogni a parte, quando si iscrive al conservatorio?

“Inizio a studiare pianoforte da privatista con il professor Fabrizio Papi (già consigliere della Fondazione Festival Puccini e docente al conservatorio Boccherini di Lucca). Fu lui a spingermi a entrare in conservatorio, a Composizione, perché voleva che avessi una formazione più ampia. Così ho preso il diploma di pianoforte e composizione. Quindi ho iniziato a seguire i primi corsi di direzione d’orchestra”.

Con chi segue questi corsi di direzione d’orchestra?

“A Firenze con il maestro Bellugi, più dedito alla musica sinfonica; a Orvieto con un altro fiorentino, Aldo Faldi, che a me piaceva molto e che aveva diretto molte opere. Faldi, per esempio, ci raccontava, a noi allievi, un sacco di trucchi per riuscire a dirigere meglio e superare una serie di ostacoli che, oggi, conta tecnologia non si ripropongono.

Ad esempio, quando c’erano i fondali dipinti, ci faceva bucare (in senso letterale) la scena, come si usava negli anni Quaranta e Cinquanta. Così quando avevamo gli “interni” da dirigere, le scene che si svolgevano dietro le quinte, fornivi al cast un “buchino” dal quale guardare il direttore d’orchestra per riprodurre il gesto. Per chi era maestro in palcoscenico era fondamentale.

Oggi ci sono i monitor e non serve più, ma quando i monitor non c’erano, in teatro si bucava la scena. Lui era cresciuto con questi accorgimenti e tutti quelli che conosceva li condivideva con noi studenti”.

Usa ancora qualcuno di questi “trucchetti” da palco?

“No, però, le cose che ci ha insegnato Faldi erano giuste e questo resta. Ad esempio: lui diceva sempre che la “parola (quello che i cantanti devono cantare, in base a quanto scritto sul libretto) tirava il tempo”. Ci faceva presente che quando l’andamento dell’orchestra è troppo lento “la parola, poi, non si capisce, non si capisce la frase, la parola si perde”. Il tempo giusto – ripeteva in continuazione – è quello della parola. In sostanza la metrica della parola è ciò che ti dà il tempo”.

Quanto tempo ha studiato con Faldi?

“Con lui ho seguito due corsi, ma soprattutto dopo che ho smesso di studiare con lui, ci siamo tenuti in contatto telefonico per un bel po’, per qualche anno. Gli ho spesso chiesto consigli”.

Dirige, dunque, per la prima volta nel 2004: la Butterfly di Puccini, opera completa, al termine del corso con Faldi.

“Al termine del corso con lui, aveva organizzato tre serate. Tre recite di Butterfly, tre cast diversi, tre direttori diversi, opera completa, tutto sotto la sua supervisione”.

Cosa ha provato la prima volta che è salito sul podio?

“Una paura incredibile. Chiamiamola pure fifa. Ma il momento di tensione fu subito stemperato perché nel momento in cui arrivai sul podio cadde un orchestrale (non mi ricordo se un maestro di violino o di viola). Fece un volo con la sedia, un tonfo madornale: non si fece nulla, per fortuna, e tutti scoppiammo a ridere. Fu proprio una situazione buffa che servì a calmarmi, perché io ero molto agitato. Quella prima esperienza non portò a nulla di concreto se non a molto altro studio. Però, quando terminai l’opera, mi ricordo che per la prima volta, pensai “Forse lo posso fare davvero il direttore d’orchestra”. Avevo 23 anni”.

Il suo vero debutto in un teatro con spettatori paganti quando avviene?

“A Torre del Lago, nel 2007. Diressi Tosca”.

Fino a quel momento era riuscito a vivere di musica?

“Lavoravo già, ma non come direttore d’orchestra anche perché ero ancora studente. In conservatorio mi diplomo nel 2008, l’anno successivo al mio debutto in teatro. Fra l’altro su un debutto con alcuni nomi importanti: Scarpia (il baritono che interpretava il ruolo del cattivo nell’opera) era Giorgio Surian, all’epoca uno dei cantanti più ricercati per quel ruolo.
Sia lui, sia il regista Mario Corradi e tutto il resto del cast (Antonia Cifrone-Tosca; Stefano Secco-Cavaradossi) furono tutti molto affabili con me, disponibili. Mi misero a mio agio sapendo che non avevo mai diretto. Surian fu davvero amichevole”.

Quindi che ruolo ha in teatro, in attesa di poter dirigere un’opera?

“Mentre ancora ero al conservatorio, lavoravo come maestro accompagnatore (il pianista che consente ai cantanti di provare la parte durante le prove). Prendevo tutti i lavori che mi offrivano. Mi ricordo che nel 2004 era un caldo torrido e mi proposero, appunto, un contratto da maestro accompagnatore a Torre del Lago proprio per Tosca. Non era un’opera che ancora conoscevo bene ma accettai senza indugi. Studiare era quasi impossibile perché l’afa fondeva i cervelli, ma io non mollai ed escogitai un trucco: studiavo con i piedi a mollo in una catinella piena di ghiaccio.

Non rifiutai, però. Questo è stato uno dei migliori insegnamenti ricevuti da uno dei più grandi direttori di palcoscenico che esistano in Italia, Tony Cremonese (dalla Fenice di Venezia, al festival Puccini): “Mai dire di no, in teatro”. Questo insegnamento me lo ero stampato in fronte. E in teatro ti può capitare che ti chiamino due giorni prima e tu devi essere pronto.
Io all’epoca ero giovanissimo e non avevo l’opera in repertorio. Così feci le corse per studiare Tosca e non perdere l’incarico”.

Insomma Tosca la rincorre, da maestro concertatore alla prima conduzione. Cosa succede dopo il debutto (di successo) a Torre del Lago?

“Un periodo non semplice. La ricerca di ingaggi, di un’agenzia che ti prenda e ti proponga per le conduzioni. Sono stati anni complicati, anche se ho trovato chi mi ha sostenuto e ha creduto in me. In particolare è stato un musicista e manager di Livorno, il maestro Giuseppe Acquaviva che, dopo un’esperienza pluriennale al festival di Torre del Lago, diventa direttore artistico al teatro Carlo Felice di Genova con incarico di risanare il teatro. Grazie alla fiducia che ha riposto in me, sono arrivati diversi incarichi, molti di prestigio”.

Grazie anche a lui, quindi, lei dirige molto a Genova. Quali progetti l’hanno interessata di più?

“La prima opera in assoluto che ho diretto al Carlo Felice è stato il Gianni Schicchi di Puccini (l’atto buffo del Trittico) con Rolando Panerai, un mito. In quell’allestimento del 2011 Panerai curava la regia ma ancora cantava.
Sempre a Genova nel 2019 riprendemmo la stessa produzione di Gianni Schicchi. Quella volta, però aggiungemmo un’altra rarità: “Rapsodia satanica”, film muto del 1917, restaurato nel 2014 dalla Cineteca di Bologna, con musiche di Pietro Mascagni.

Fu un’esperienza bellissima. Io avevo già diretto Rapsodia Satanica ad Amsterdam, ma poi decidemmo di portarla anche a Genova perché è un capolavoro: Mascagni realizzò la prima colonna sonora in sincrono con le immagini. Questa fu la vera novità. Musiche per il cinema già ne esistevamo, ma nessuno mai aveva sperimentato il sincrono. Addirittura Mascagni utilizzava il cronometro per misurare la musica e adattarla alla durata delle immagini”.

Fu il dittico – Schicchi-Rapsodia satanica (ispirata alla storia di Faust) – che ottenne un enorme successo.

“In effetti sì, anche perché il pubblico non conosce quasi più questi lavori come Rapsodia che invece piacciono, quando vengono riproposti”.

Dopo i teatri italiani, arrivano anche quelli stranieri. La sua prima volta oltre i confini nazionali?

“Se non ricordo male, fu Fresno in California. Poi arrivò
Detroit, negli Stati Uniti. Mi chiamarono per dirigere Puccini. C’era un direttore artistico italo-americano, Mr. David DiChiera, compositore, musicista conosciuto in tutti gli States. Nel 1996 aveva partecipato alla riapertura del restaurato teatro dell’Opera di Detroit (inaugurato da Pavarotti) e da allora si era sempre mostrato interessato non solo ai cantanti famosi, ma anche ai giovani con talento. Grazie a lui, ho debuttato a Detroit dove mi hanno voluto cinque volte e non solo per il repertorio italiano. Lì ho diretto pure Carmen e Faust”.

Anche in Europa, comunque, lei risulta molto richiesto. Ci sono teatri che la chiamano più di frequente?

“Ho davvero un bel legame con Stoccarda, in Germania, teatro, di prestigiose produzioni. Qui, in generale, dirigo un titolo tutti gli anni. A Berlino ho diretto Tosca, come due anni fa”.

La Germania la ama.

“Diciamo che io amo molto la Germania. Forse il pubblico tedesco sente il mio amore e contraccambia”.

Perché lei ama la Germania?

“Perché i teatri sono aziende che funzionano alla perfezione. Per loro la cultura è un lavoro, un investimento reale. Dà lavoro, produce reddito. Non a caso, orchestra e coro sono composti da tantissimi musicisti che ruotano, che sono in teatro a turno. Questo significa che un direttore d’orchestra non ha mai lo stesso coro e la stessa orchestra da una recita all’altra. Tuttavia è interessante questa situazione, è una sfida anche con te stesso: devi trovare il modo per “saltarci fuori”. Non è impossibile, comunque, perché il livello degli artisti è sempre alto. Cambiano gli strumentisti, ma sono sempre di alto livello. Quindi l’approccio del direttore è sempre con professori preparati.
Per loro questa è la normalità e la vivono senza ansia: c’è un’opera da suonare, la studiano, arrivano in teatro e la suonano.

Io mi presento anche sapendo le opere a memoria e quindi guardo i professori. Non tengo la testa nella partitura. Perciò posso condurre davvero l’orchestra, anche se hanno questo modo di organizzarsi. Ma mi sono abituato e vivo bene la situazione, senza ansia. Eppure a Berlino si va in scena con l’opera senza aver fatto le prove con l’orchestra: il direttore conosce il cast due giorni prima di andare in scena; fa con loro le prove di regia, ma incontra l’orchestra il giorno della recita”.

Da sempre funziona così?

“Per quello che ho sperimentato io, sì. Per me la prima volta fu una sostituzione. All’ultimo momento venni chiamato a sostituire un collega. E, in effetti, quando compresi che non avrei avuto prove, il mio cervello andò in tilt. Dovevo dirigere Tosca che è un’opera molto difficile perché sono molti i modi di eseguirla.

Della prima recita ho un blackout di 10 minuti, ma questa volta che ci sono tornato ero più tranquillo: io li guardo in faccia gli orchestrali, dico cosa devono fare, e loro suonano”.

In quale teatro le piacerebbe debuttare?

“Il mio sogno è il Metropolitan, a New York”.

C’è mai stata una volta che nella quale ha pensato di non farcela ad arrivare?

“I primi anni son stati davvero molti duri. Non ho mai lasciato perdere grazie alla passione che ho per questo lavoro. E anche grazie ad alcuni amici che hanno creduto in me come, appunto, il maestro Acquaviva, di recente confermato direttore artistico e sovrintendente del teatro di Camogli”.

Ora, invece, lei è un direttore richiesto. E dopo tanti anni di assenza torna anche a Torre del Lago, nella stagione dei grandi rientri (il baritono Luca Salsi) o dei grandi debutti (il tenore Francesco Meli, ad esempio). Ci torna in grande stile, per un suo personale debutto, con un cast davvero importante.

“Torno a Torre del Lago e dirigo per la prima volta Manon Lescaut, un’opera bellissima, con un cast incredibile: Manon sarà Maria José Siri; il tenore è Ganci, il baritono è Sgura. Questo è davvero un ottimo livello.

Fra l’altro per me lavorare con Maria José Siri è un grande piacere perché interpreta questa Manon non solo molto bene, ma proprio come l’ha pensata Puccini”.

Che significa?

“Significa che il soprano è magnifico. Siri interpreta Manon esattamente come è stata creata. Quando si cala nel personaggio ha delle reazioni perfette, proprio quelle scritte nello spartito da Puccini. Io avevo un po’ di perplessità, forse anche di difficoltà a comprendere certe cose, grazie a Maria José mi si sono chiarite. E mi si sono chiarite solo guardare lei, come interpretava il personaggio”.

Alla fine come sarà questa Manon?

“Per me emozionante. Forse non ci si crede, ma a questa produzione del 2002 ho partecipato come figurante. Ma posso dire che per me sarà più bella in questo teatro nuovo (inaugurato nel 2008, per i 150 anni dalla nascita di Puccini, ndr) rispetto a quello vecchio, perché il palcoscenico è più grande, più arioso, renderanno meglio anche le scenografie di Mitoraj”.

Come si sente a dirigere un’opera con un cast così importante, con una produzione prestigiosa alla quale più di venti anni fa ha partecipato come comparsa?

“Tranquillo. Mi era già successo un episodio analogo quando ho diretto Madama Butterfly nel bell’allestimento di Kan Yasuda con la regia di Vivien Hewitt. In questo caso, abbiamo la regia affidata a due viareggini, due talenti di casa nostra: Daniele De Plano, di lunga esperienza, e la talentuosa Bianca Bertini (figlia d’arte, anche il padre Angelo firma spesso di regia d’opera e di allestimenti teatrali, ndr)”.

E come sarà la Manon diretta da Valerio Galli?

“Spero il più fedele possibile a come l’ha composta il Maestro”.

Molti suoi colleghi dicono di avvertire la presenza di Puccini in palcoscenico. Del resto il teatro è stato realizzato sul lago che lo ha ispirato, davanti alla villa di Torre del Lago dove ha vissuto la maggior parte della sua vita e dove il Maestro ha voluto essere sepolto. Lei ha mai quella sensazione?

“Posso dire questo. Ogni volta che vado alla villa, visto che faccio parte del comitato della Fondazione Simonetta Puccini, proprietaria dell’immobile, vado a trovare il Maestro. Busso alla mia maniera: per farmi riconoscere con le nocche suono il ritmo di Bohème sul marmo. Poi mi fermo un po’. Peccato che non mi risponda mai”.

In compenso in questi anni l’ha portata lontano. Dirigendo le sue opere l’ha fatta conoscere al grande pubblico e ora ha impegni in tutta Europa. Dove andrà dopo questa Manon?

“Parto per Amburgo dove mi aspetta il Falstaff di Verdi; poi ritroverò Puccini a Nizza con un allestimento de Le Villi, con una nuova produzione di Turandot a Stoccarda (a maggio/giugno 2026) e in estate a Sankt Margarethen in Austria (a circa un’ora da Vienna) dove dirigerò Tosca. É un’esperienza molto particolare perché il teatro è realizzato all’interno di una cava, palcoscenico enorme, cinquemila posti e l’orchestra si trova in una stanza, cast sempre di alto livello. Ci vado sempre con gioia”.

E in Italia niente?

“Un’opera che mi piace tantissimo, una delle più divertenti e che alcuni anni fa ho già diretto al San Carlo di Napoli: Il cappello di Paglia di Firenze, con la regia di Michieletto. Questa volta saremo a Cagliari”.

Mai dedicato un’opera a suo nonno?

“Una e tutte, in un certo senso. Purtroppo è morto troppo presto: se n’è andato quando avevo solo 11 anni. Ma aveva compiuto la sua missione, mi aveva lasciato un’eredità incredibile: l’opera. Me l’ha fatta scoprire, me l’ha insegnata. Me l’ha donata”.

 

Iscriviti al nuovo canale WhatsApp di agenziaimpress.it
CLICCA QUI

Per continuare a rimanere sempre aggiornato sui fatti della Toscana
Iscriviti al nostro canale e invita