“Il clima non è più una priorità. E quando una crisi strutturale sparisce dall’agenda politica, il conto arriva tutto insieme”. Luca Mercalli, climatologo e presidente della Società Meteorologica Italiana, non usa giri di parole nel descrivere il momento storico.
Per la comunità scientifica siamo entrati in una fase di arretramento, in cui accordi, diritti e politiche ambientali vengono messi in secondo piano.
Questa mattina Mercalli sarà a Pisa per aprire, con una lectio magistralis, la quinta edizione del master in “Sviluppo sostenibile e cambiamento climatico” dell’Università.
Mercalli, siamo entrati in una fase di regressione climatica?
“Sì, ed è inutile fingere il contrario. Non perché il problema sia diminuito, ma perché è diminuita la volontà politica di affrontarlo. Fino a pochi anni fa esisteva almeno una direzione condivisa, oggi quella direzione si sta dissolvendo”.
Che cosa ha accelerato questo processo?
“La scelta degli Stati Uniti di smantellare molte politiche ambientali ha avuto un effetto domino. Ha reso legittimo il negazionismo, ha rafforzato l’idea che l’ambiente sia un lusso ideologico e non una necessità. Questo clima culturale sta contagiando anche l’Europa”.
Perché la politica sembra voltarsi dall’altra parte?
“Perché il cambiamento climatico non porta consenso immediato. È un problema lento, complesso, che chiede sacrifici oggi per evitare danni domani. In un contesto dominato da guerre, paura e instabilità, i governi scelgono ciò che appare più urgente e più spendibile elettoralmente”.
Quindi non è solo un problema di governi, ma di società?
“Esatto. Viviamo sommersi da emergenze continue. Il clima, che non esplode in un singolo evento, fatica a restare al centro dell’attenzione. E quando l’opinione pubblica smette di chiedere risposte, la politica smette di darle”.
L’Agenda 2030 ha ancora una funzione reale?
“Come dichiarazione di intenti sì, come obiettivo praticabile no. I dati parlano chiaro: siamo troppo indietro. Rischia di diventare un simbolo delle promesse mancate della comunità internazionale”.
Quanto è compromessa la situazione ambientale globale?
“Molto. Gli indicatori ambientali segnalano stress diffuso su più fronti: clima, ecosistemi, risorse. Il problema è che continuiamo a ignorare questi segnali, come se non riguardassero la nostra sicurezza”.
Da dove si dovrebbe partire concretamente?
“Dalla riduzione delle emissioni fossili. È il nodo centrale. Poi vengono foreste, acqua, rifiuti, mobilità. Sono tasselli di un unico sistema: se ne togli uno, il sistema crolla”.
In questo quadro, che valore ha la formazione universitaria?
“Enorme. Servono competenze nuove, capaci di collegare scienza, politica ed economia. Il fatto che un master come quello di Pisa continui a esistere è significativo. Negli Stati Uniti iniziative simili sono state ridimensionate o cancellate. Non è un dettaglio”.







