FIRENZE – Marco Carrai ha annunciato le dimissioni immediate dalla presidenza della Fondazione Meyer, lasciando l’incarico prima della nomina del successore.
Le dimissioni e le ragioni di Carrai
L’annuncio è arrivato nel corso di una conferenza stampa convocata dal governatore Eugenio Giani a palazzo Strozzi Sacrati, sede della giunta regionale. Carrai ha motivato la decisione con il clima di tensione e gli attacchi personali ricevuti negli ultimi mesi, legati in particolare al suo ruolo di console onorario di Israele.
«C’è un limite oltre il quale l’avversario non può diventare il nemico. Nel caso dei miei contestatori politici, quel limite è stato oltrepassato», ha dichiarato Carrai, spiegando di aver accettato inizialmente la richiesta di Giani di restare in carica fino alla nomina del successore per garantire continuità alla Fondazione, ma di non ritenere più possibile proseguire in un contesto «non dignitoso» per sé e per la propria famiglia.
Secondo il console, sarebbe stato «brutalmente attaccato, minacciato ed insultato», come se fosse «portatore di guerra, di male e di morte».
La posizione del governatore Giani
Eugenio Giani ha difeso l’operato di Carrai, smentendo che si tratti di una «rimozione» e sottolineando che il mandato triennale è semplicemente giunto a scadenza. «Ha fatto un buon lavoro», ha affermato il governatore, ricordando i risultati raggiunti dalla Fondazione in questi tre anni.
Giani ha giustificato il cambio al vertice con un «principio di rotazione» che intende applicare a tutte le fondazioni filantropiche regionali, definendolo «l’unico motivo» della mancata continuità. Un anno fa, tuttavia, lo stesso Giani aveva anticipato che Carrai non sarebbe stato rinnovato perché «è opportuno che si abbia un’altra figura, che possa tranquillizzare rispetto al sentimento complessivo».
I risultati della Fondazione Meyer
Nel corso della conferenza stampa sono stati evidenziati i progressi della Fondazione sotto la presidenza Carrai: le risorse raccolte sono passate dai 12 milioni del 2023 ai quasi 17 milioni in proiezione per la fine del 2026, con un aumento del 40% dei singoli donatori.
Carrai ha sorvolato sulle critiche mosse dalle associazioni dei genitori, estromesse dal Cda della Fondazione nel triennio e inserite in un advisory board riunitosi poche volte. Ha invece annunciato che «io e i miei amici continueremo a finanziare la Fondazione», ribadendo che «il Meyer è più importante delle persone».
Il successore e la nuova governance
Sul nome del prossimo presidente della Fondazione Meyer Giani ha mantenuto cautela, spiegando che «la partita non è ancora decisa». Tuttavia, ha definito «assolutamente adeguato» il profilo di Luigi Salvadori, ex presidente di Confindustria Firenze, indicato come il favorito per la successione.
Il cambio al vertice della Fondazione coincide con la scadenza del mandato di Paolo Morello come direttore generale del Meyer, a cui subentra Federico Gelli. Secondo Giani, sarà proprio il nuovo dg a occuparsi della composizione del nuovo consiglio di amministrazione.
La lettera aperta a sostegno di Carrai
Parallelamente all’annuncio delle dimissioni, 130 tra giornalisti, docenti universitari, avvocati, imprenditori, politici e cittadini hanno sottoscritto una lettera aperta in difesa di Carrai.
Nel documento si legge: «Contro Marco Carrai viene esibito un solo fatto, pregiudizialmente insopportabile: è console onorario di Israele. Sei amico degli ebrei, o ebreo, non puoi ambire ad incarichi di evidenza pubblica. Se non è la famigerata “caccia”, o la logica bruta dell’epurazione, è qualcosa di molto simile».
Il contesto delle polemiche
Le dimissioni di Carrai arrivano dopo mesi di contestazioni legate al conflitto in Medio Oriente e al suo ruolo di console onorario di Israele. In giugno, manifesti contro Carrai erano stati affissi fuori dall’ospedale Meyer e tre militanti dei Carc erano stati perquisiti.
La vicenda ha alimentato un ampio dibattito politico in Toscana, con esponenti di Forza Italia che hanno parlato di «epurazione di stampo comunista» e chiesto a Salvadori di non accettare l’incarico «in nome dei suoi valori liberali».
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