«Mantenere un albergo da 35-50 camere, pur senza clienti e con tutti i dipendenti in cassa integrazione, costa lo stesso oltre 300mila euro l’anno. Tanti albergatori nel 2020 sono riusciti a resistere al calo di fatturato con le proprie forze, grazie al reinvestimento di risorse proprie, ma se la situazione va avanti così potrebbero decidere di chiudere entro il 2021».

A lanciare l’allarme è la responsabile dell’area turismo della Confcommercio aretina Laura Lodone, che spiega il calcolo: «Nei 300mila euro annui abbiamo considerato soltanto la parte fissa delle bollette (acqua, gas, luce), tasse e imposte municipali (rifiuti, insegne, ecc.), il canone Rai, la Siae e gli altri oneri derivanti dal diritto d’autore, i contratti con Sky e altre piattaforme streaming, i costi del personale non coperti dalla cassa integrazione. Mancano quindi i costi di un’eventuale locazione dell’immobile e gli oneri finanziari derivanti da mutui contratti in precedenza, oltre che gli stipendi di dipendenti e collaboratori. Insomma, un albergo è una “macchina da guerra” che ha bisogno di investimenti solidi e non può andare avanti a scarto ridotto».

Non solo questione di presenza

«Per un albergo i ricavi non sono solo questione di presenze, ovviamente crollate in questi mesi di blocco della mobilità: al 35% sono composti da servizi accessori alla vendita delle camere, come la ristorazione o l’affitto di sale congressi» aggiunge Lodone.

«Gli alberghi di Arezzo addirittura nell’agosto 2020 hanno registrato un +8% di presenze rispetto all’agosto 2019 – evidenzia Lodone – ma questo picco estivo ha conciso con la piccola ripresa dopo l’uscita dal lockdown e non fa testo: il resto dell’anno è stato terribile e le perdite peggiori sono toccate proprio alle strutture alberghiere». Per loro, al danno si è aggiunta la beffa: «nessun Dpcm ne ha mai imposto la chiusura», spiega la responsabile del turismo di Confcommercio, «ma è chiaro che con le limitazioni agli spostamenti c’è stato un crollo di clienti. Qualcuno ha preferito chiudere al pubblico per qualche tempo, pur di limitare le spese. Ma, visto che non c’era obbligo di sospendere l’attività, i ristori sono stati ridicoli: intorno al 4,5% delle perdite subite in un mese. Ma le perdite arrivano fino al 70% del fatturato».

Da febbraio 2020, il settore è fermo, o quasi. «I dati diffusi in questi giorni dall’Irpet confermano un quadro che purtroppo ci è ben chiaro da tempo», conferma la vicedirettrice della Confcommercio aretina Catiuscia Fei, «la provincia di Arezzo ha perso una media del 54% delle presenze turistiche. E non possiamo neppure lamentarci troppo perché ci sono aree e città toscane, vedi Firenze, con perdite molto più pesanti, che arrivano fino all’80%. Noi siamo riusciti a reggere meglio, perché da sempre il nostro mercato di riferimento, nel quale abbiamo continuato a promuoverci, è quello italiano. Chi lavorava solo con gli stranieri è a terra».

Il problema è quanto potranno ancora reggere gli albergatori di questo passo. «Nel 2020 sono riusciti a parare la situazione – conclude la nota di Confcommercio Arezzo -, ma non è detto che riescano a farlo anche quest’anno, senza interventi forti di sostegno. Gli esperti internazionali parlano di una vera ripartenza nel turismo solo dal 2023. Quante imprese riusciranno ad arrivarci vive?».

 

 

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