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Trent’anni d’evoluzione dei ruoli. Oggi serve il coraggio del progresso tecnico

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Magic Johnson Player«Si gioca male». «Non si gioca più come una volta». «Una volta i giocatori dimostravano di avere i fondamentali». «Oggi è tutto salti, schiacciate e tiro da tre punti». Capisco la vostra delusione mentre affogate nella retorica dei luoghi comuni però, se vogliamo affrontare questo argomento così vasto, vi invito a fare qualche riflessione (e a guardare qualche filmato degli ultimi venti anni). Che nel basket di oggi ci siano omologazione, imitazione e “poca fantasia” è pur vero. Che la responsabilità di tale omologazione sia principalmente da attribuire alla categoria degli allenatori è indubbio.

Trent’anni fa, nell’epoca dell’effettiva distinzione dei ruoli, era impossibile vedere un esterno giocare spalle a canestro o un lungo tirare da tre punti. Guai. Quei pochi giocatori che dimostravano maggiori capacità tecniche e fisiche, dentro ad un sistema di formazione tecnica molto omologato, e che potevano esprimere un modo di giocare effettivamente “atipico”, venivano considerati difficili da collocare sul campo: «non è una guardia e non è un’ala», «è un lungo ma non gioca spalle a canestro», così si esprimevano gli allenatori e/o gli addetti ai lavori. Una certa uniformità fisica e tecnica (pochi stranieri, molti autoctoni) ed una maggiore distinzione dei ruoli consigliava l’organizzazione di sistemi di gioco molto simili, per poter sfruttare al meglio le caratteristiche dei giocatori, dimostrando molta omologazione e poca variabilità.

Ecco allora che quasi tutti organizzavamo blocchi dei lunghi per i tiratori, lunghi utilizzati solo ed unicamente in post basso, movimenti iniziali quasi di “coreografia” per poi andare a cercare il miglior tiratore alla fine dei fatidici 30 secondi di azione offensiva. Il tutto rispettando la gerarchia tecnica che distingueva il giocatore forte dai gregari. Quel modo di giocare, insomma, rispettava la maggiore omologazione che caratterizzava i giocatori e, probabilmente, anche la maggiore omologazione delle conoscenze tecniche e tattiche degli allenatori.

Anche in quel basket, però, si iniziavano ad intravedere idee e capacità di adattamento per merito di quegli allenatori che avevano compreso l’importanza del proprio ruolo. Ecco che, ad esempio, Cesare Pancotto con la sua Kleenex Pistoia, pur avendo in Ron Rowan un fantastico tiratore (alla Drake Diener per aiutare i più giovani) giocava con il “doppio pivot” (Dan Gay e Joe Binion) e quindi senza “ala forte”, facendo di necessità virtù in relazione al roster a disposizione, modificando il suo pensiero tecnico per sfruttare al meglio ciò che di buono poteva prendere dal cosiddetto “materiale umano” a disposizione, arrivando a storici risultati suffragati dallo spettacolo e dai numeri.

Poi l’evoluzione dovuta alla modifica delle regole sulla provenienza dei giocatori e sulle regole tecniche (da 30 a 24 secondi) ha richiesto la ricerca di condizioni tecniche diverse. Nel 1991 (fate 2015 meno 1991 per favore) Boscia Tanjevic disse che un quasi sconosciuto 19enne serbo sopra i due metri, tale Dejan Bodiroga, avrebbe potuto giocare non solo da straniero (in un campionato dove gli stranieri erano solo due: stranieri, non comunitari ed extracomunitari), ma che avrebbe anche potuto portare la palla come un playmaker. Ne aveva riconosciuto le doti e le qualità dicendo, tra i primi, che il basket del futuro ventennio sarebbe stato di giocatori simili, capaci di fare “quasi tutto” dentro al campo. Quel periodo lo abbiamo poi vissuto avendo la dimostrazione che il buon Boscia era due tre giri avanti, come sempre.

Quasi contemporaneamente Mike D’Antoni, saltando in una sola estate dal campo alla panchina, giocava con quattro esterni e un centro atletico (tal sconosciuto Davis) predicando un basket di “corri e tira” che i puristi condannavano cercando di sollevare le folle alla rivoluzione contro questo italo-americano che aveva la presunzione, dopo essersi tolto il completino da gioco “di spiegarla”. Ed ecco che allora Riccardo “Acciughino” Pittis una volta portava la palla e l’azione dopo giocava da “4”, mandando al manicomio gli avversari che non sapevano come marcarlo. D’Antoni aveva giocatori adatti a quel sistema e proponeva un basket rivoluzionario. Quella rivoluzione, certo con i giocatori di qualità ed adatti (vedi Steve Nash), è stato capace di proporla anche oltre oceano, proponendo soluzioni offensive molto semplici (il famigerato pick and roll). Date un colpo di telefono ai tifosi di Phoenix e fatevi dire cosa pensano.

In tutto questo uno con il numero 32 vestito di giallo-viola, lontano più di un oceano, alto 2.05, portava e passava la palla come un prestigiatore, unendo canestri da pivot a tiri da tre punti. Lo guardavamo ma nessuno lo aveva notato la “rivoluzione” che c’era in lui.

E poi i primi “peccatori” degli anni 2000. Danilovic, Rigadeau, Smodis, Andersen che univano, nella Virtus Bologna di tale Ettore Messina la loro atipicità (gioco fronte e spalle a canestro) con la tipicità di Rashard Griffith (giocatore dominante in post basso con mani educatissime). Riguardatevi il palmares della Virtus del 2001. E quelle nuovi chiavi tattiche suggerite magari da quel lungo un po’ molliccio per fare a sportellate la sotto ma che però poteva “picchiarla” dentro anche da 5-6 metri, con un tiro più che educato. E allora utilizzarlo per fargli bloccare la palla per poi allontanarsi era adatto a lui. Lo metteva nelle migliori condizioni per far vedere le sue capacità. Non solo. Consentiva “spaziature” diverse, sfidando la difesa a nuovi adattamenti, proponendo ancora delle evoluzioni. E quindi movimenti offensivi dove tutti e 5 si potevano muoversi con la palla e senza la palla e prendersi un tiro, senza dare riferimenti agli avversari. E poi la ricerca sul mercato di ruoli “allargati”, ad esempio le cosiddette combo-guard, (brave a segnare da tre punti ma con due spalle come un camion) o dei 4 tiratori, giocatori ben sopra i due metri che possono giocare con i piedi oltre l’arco dei tre punti.

Tutto molto bello, ma quindi cosa manca? Manca probabilmente che proprio la categoria degli allenatori, che oggi beneficerebbe della ampiezza delle capacità dei giocatori, al contrario del passato, non hanno il coraggio di proporre “progresso tecnico”, essendo probabilmente i primi responsabili dell’omologazione del gioco, anche a discapito del “materiale umano” a disposizione. Comprendere che proprio approfondire nuovi aspetti del gioco e sperimentare, con equilibrio, nuove frontiere potrebbe elevare la loro posizione dentro la loro categoria e sul mercato.

Concludere una stagione in cui il coach ha stimolato, migliorato, esaltato le capacità dei giocatori corrisponderà quasi sempre a buoni risultati per la loro squadra e, perché no, a rinnovi contrattuali. Ed allora il ruolo del coach, che tutti reputano ormai marginale, dentro a perversi meccanismi dei dirigenti di società e dei procuratori, in balia dell’indolenza dei giocatori che non vedono più in là di quella firma contrattuale, è forse quello con le maggiori responsabilità. È l’unico che con un foglio davanti ha i mezzi per innovare, proporre, incuriosire, andare a vedere oltre quello che apparentemente è il limite. È il primo che ogni giorno non deve chiedersi se «si gioca male», ma se si gioca «giusto».

Bella domanda.