Giovanni di Lorenzo Cini, "Immacolata Concezione protegge Siena durante la battaglia di Camollia (1528)
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Siena in questa settimana ha cantato con voce concorde. Ogni interprete ha saputo leggere lo stesso spartito. E chi era andato fuori dal coro, per adesso, è rientrato.

La musica suonata era quella della difesa della Rocca dall’assedio esterno. Il rischio dello spezzettamento, la tutela dell’integrità. Il posizionamento di tutti è stato sul “fronte unico” e unito. Quello a difesa di porta Camollia.

Consiglio comunale concorde

Consiglio comunale a Siena su Mps

Il Consiglio comunale monotematico ha saputo essere così il luogo dove la comunità cittadina, e non solo, si è confrontata e, una volta tanto, ritrovata. E il giorno successivo ai deputati toscani è stato fatto presente il punto di vista dei senesi, delle istituzioni locali, delle forze politiche, del mondo produttivo, dei sindacati. Delle Contrade. Nell’auspicio che ne riportino la posizione in Parlamento e nei rispettivi partiti di appartenenza.

Nella mozione approvata all’unanimità, il Sindaco di Siena è stato impegnato “a proseguire nell’azione unitaria coordinata con la Provincia e la Regione Toscana, premendo sul Governo nazionale affinché vengano messi in campo tutti gli strumenti disponibili per tutelare la banca con impegni formali e trasparenti”.

La banca, per voce del suo presidente, Cesare Bisoni, ha ringraziato “per l’attenzione riposta”. Un’attenzione che forse qualcuno pensava essersi smarrita negli anni della crisi. E che invece questa vicenda ha confermato. Il rapporto tra il territorio e la sua banca non si è mai realmente scisso. La fiducia rimane salda tra l’istituto di credito, orgogliosamente più antico del mondo, e i clienti e correntisti, dipendenti e funzionari e dirigenti. Speriamo anche azionisti.

Gli azionisti

Proprio rispetto proprio agli azionisti, ad esempio, bisogna notare come, a mancare a questo coro concorde, fossero appunto le voci degli azionisti. Se si esclude evidentemente la voce dell’antico principale azionista, quella Fondazione Monte dei Paschi di Siena che mantiene nel nome l’origine, ma che oggi è poco più che un comprimario, con una partecipazione azionaria ormai pressoché simbolica.

Il presidente Riccardo Coppini ha parlato, dopo tanto silenzio, di “grosso dramma qualora avvenisse il ridimensionamento della banca per Siena e per la sua gente, per il suo popolo, di cui io per primo faccio parte”. Rispetto ai poco più di 3 miliardi di azioni MPS, la partecipazione della Fondazione è ormai marginale e non le consente di incidere sulle sorti societarie. Ma sarebbe comunque sufficiente per parlare a nome di Siena, più spesso.

A maggio scorso, nella fotografia degli azionisti rilevanti pubblicata da MPS, i principali azionisti risultavano Delfin Sarl (17,53%), Gruppo Francesco Gaetano Caltagirone (10,26%), Ministero dell’Economia e delle Finanze (4,86%), BlackRock (4,66%) e Banco BPM (3,74%), con il 58,95% in mano agli altri azionisti. Starà a loro cantare il prossimo 29 ottobre. Da quale spartito lo sapremo solo allora.

La data è particolarmente importante perché il 29 ottobre è convocata l’assemblea straordinaria di MPS chiamata a esprimersi sulle operazioni su Banco BPM e Banca Generali. Le due offerte, lanciate da MPS il 21 agosto scorso, hanno un valore complessivo di circa 34 miliardi di euro. Il doppio passo di Luigi Lovaglio come risposta all’OPAS di Intesa Sanpaolo

Cda integrato

Nel frattempo, il CdA di Rocca Salimbeni tornerà a breve a essere composto da quindici membri. La BCE ha sbloccato la partita delle cooptazioni. Alessandro Caltagirone e Gianluca Brancadoro rientreranno in consiglio. Da inizio maggio il board di MPS era “orfano” dei due consiglieri di minoranza, Fabrizio Palermo e Carlo Vivaldi, il primo dimessosi, il secondo decaduto, e non erano ancora stati sostituiti.

In questi mesi, intanto, è successo di tutto. E la minoranza aveva anche fatto le sue rimostranze per la mancata sostituzione con una lettera. Ora la Vigilanza europea ha confermato il reinserimento dei due e vedremo, rispetto ai nuovi scenari, se il cda rimarrà nelle divisioni dell’assemblea di aprile scorso o se ci saranno rimescolamenti di rilievo. Intanto, come sappiamo, l’ex ad di Poste Italiane, Corrado Passera, per adesso unico della minoranza, ha votato a favore delle due Ops proposte da Lovaglio. Vedremo gli altri.

In lizza per la presidenza di Mps
Corrado Passera

La trattativa

Nel frattempo, dicevamo, Siena ha cantato. Si sente sotto assedio (come nel 1526 a Porta Camollia) e ha cantato concorde, mostrando la linea di difesa fatta di unità di intenti e nessuna disponibilità alla resa. Anche se qua e là affiorano, tra le lastre, voci di trattative necessarie con gli assedianti.

In particolare dopo l’uscita, la settimana scorsa, dell’ad di Unipol Carlo Cimbri, che ha offerto un po’ di miele agli assediati. “È la banca più antica, con una notorietà in tutto il mondo – ha detto-. Per questo, non perché mi è più simpatica rispetto a Bper, sarà capofila”. Cimbri ha inoltre detto che la sede centrale resterà a Siena, perché Rocca Salimbeni è un simbolo da oltre 500 anni e mantenerla conviene a tutti.

Avrebbe potuto dirlo a giugno, all’indomani della presentazione dell’OPAS, ma lo ha detto a fine agosto, proprio all’indomani dell’apertura del cda di banca Generali nei confronti dell’Ops di Mps. Segno che le cose, anche nella finanza, si possono aggiustare al variare degli eventi.

Un’apertura cui ha fatto seguito la precisazione di Gianni Franco Papa, ad di BPER, la banca che, nell’ipotesi di perfezionamento dell’operazione, dovrebbe integrare il perimetro bancario ceduto da Intesa a Unipol. “BPER – ha detto – ha accolto al suo interno tutte le banche che sono entrate a far parte del gruppo. Oggi BPER è una banca molto grande, la terza in Italia con sei milioni di clienti, terza anche per attivi e il cambiamento del nome, eventualmente, non comporta nulla che non sia lo sviluppo dell’attività. […] Noi abbiamo sempre accolto e mai conquistato, quindi dobbiamo creare una cultura comune che permea tutte le banche che fanno parte del gruppo BPER e un domani vedremo cosa succederà”.

Dunque, l’uno, Cimbri (Unipol), parla di “MPS capofila” e l’altro, Papa (BPER), di “gruppo BPER”. Piccole differenze lessicali? Forse. Oppure dietro ci sono i margini nascosti per una trattativa ancora da definire?

A chi interessa la trattativa

Su questi aspetti, infatti, qualcuno pensa ci siano i margini per trattare con gli assedianti e che lo spezzettamento tra Intesa Sanpaolo e Unipol sia uguale al doppio passo della Rocca con BPM e Generali.

Ma chi dovrebbe giovarsi di una possibile trattativa? Forse quella fascia di dipendenti che auspica di essere esodata, con qualche anno di anticipo rispetto alla pensione. Con la vittoria di Intesa e Unipol potrebbe trovarsi fuori dal mondo del lavoro, con qualche ricca buonuscita che gli permetta di vivere di rendita per gli anni a venire. Un tema, quello della rendita che così verrebbe alimentata a Siena, da anni al centro del dibattito politico.

Ma potrebbe giovare, forse, anche a quella fascia della politica che spera, dallo spezzettamento, ma soprattutto dalla trattativa, di trarne qualche giovamento personale o politico. Come se una MPS più piccola e una Fondazione ancora più debole ma meglio capitalizzata fossero una possibile soluzione. Del resto le divisioni nella politica ci sono e si vedono bene, tra Pd nazionale e locale ma anche dentro Forza Italia dove Antonio Tajani si esprime nettamente per lasciare fuori la politica a favore del mercato.

Marco Stella e Antonio Tajani

Una trattativa, lo abbiamo detto, che comunque porterebbe a risultati che non gioverebbero all’economia locale né a chi osserva questa vicenda con la visione lunga che getta lo sguardo oltre le Alpi, a un mercato europeo e internazionale che vuole gruppi bancari sempre più grandi e solidi.

Cosa accadrebbe

Pochi hanno notato che, in ballo in tutta questa partita del risiko bancario, ci sono le filiali. Sappiamo cosa terrebbe per sé Intesa Sanpaolo, lo ha detto: circa 625 sportelli MPS, oltre ai gioielli di famiglia, compresa Mediobanca (operazione resa da ieri più difficile dall’ok alla fusione avallato dalla Bce), la sua partecipazione in Generali, ma anche banca Widiba e Compass, oltre alla clientela Corporate.

Mentre a Unipol andrebbero circa 635 filiali, insieme al relativo perimetro bancario, al marchio storico MPS e a una parte delle strutture centrali. Unipol ha poi previsto di integrare questi asset con BPER, di cui è il principale azionista.

La cessione delle filiali è stata pensata per affrontare i problemi di natura antitrust derivanti dall’operazione. Non certo per una redistribuzione di pezzi del sistema bancario italiano.

La piccola MPS, passo indietro di 36 anni

Per almeno un periodo avremmo una piccola MPS, senza un grande gruppo bancario alle spalle, in attesa di essere “accolta” nella grande famiglia BPER, mantenendo il proprio nome oppure con un nuovo nome di battesimo, si vedrà.

Per MPS sarebbe come tornare indietro di 36 lunghissimi anni. Nel 1990 la banca disponeva di una rete di circa 800 sportelli, prevalentemente concentrata nel Centro Italia. Poi, dopo la trasformazione dell’istituto in diritto privato (in seguito alle leggi Amato e Ciampi) le filiali erano diventate circa 1.300 nel 1998. In seguito alla fase di espansione territoriale con l’acquisizione di Banca Agricola Mantovana (1998/99), ingresso in Borsa (25 giugno 1999) e controllo di Banca 121 (2000), nel 2001 gli sportelli erano più che raddoppiati: 1.812.

La crescita più o meno si stabilizza fino al 2007, con l’acquisto incauto di Antonveneta, che comprendeva anche Biverbanca. Le filiali arrivarono a 2.094. Di queste, 1.236 erano della rete di Banca MPS e le altre del gruppo.

Se si realizzasse l’OPAS di Intesa Sanpaolo e lo spezzettamento con Unipol-BPER, avremmo quindi una MPS con poco più di 600 sportelli. Un ritorno alla casella di partenza di 36 anni fa. Mentre il mondo, nel frattempo, è andato avanti.

Il paragone, naturalmente, è storico e non letterale: la MPS del 1990 e quella che eventualmente uscirebbe dall’operazione sarebbero due banche profondamente diverse per dimensioni, attività, tecnologia e mercato. Ma il numero degli sportelli rende bene l’idea della contrazione territoriale.

E’ vero che se andasse in porto l’OPAS, l’unione con BPER porterebbe il nuovo gruppo a essere il “secondo gruppo bancario italiano per numero di filiali, oltre che per impieghi e raccolta”. Le circa 635 filiali portate in dote da MPS andrebbero a sommarsi alla rete BPER che di sportelli ne ha 1.635, per un totale di 2.270. Il dato complessivo potrebbe comunque variare in funzione della rete effettivamente considerata e delle eventuali razionalizzazioni successive all’integrazione.

Gruppo di dimensioni nazionali

MPS, insieme ai suoi nuovi compagni di viaggio, avrebbe quindi una rete paragonabile a quella di molti anni fa. E soprattutto insisterebbe nelle stesse aree geografiche. Quasi un ritorno alla casella di partenza, piuttosto che un passaggio nel futuro.

Ma soprattutto senza nessuna evoluzione in termini di prodotto o nessuna, quasi, prospettiva di crescita. Sì, d’accordo, il nuovo gruppo diventerebbe il secondo in Italia per filiali, impieghi e raccolta. Ma l’Italia oggi quanto conta nel sistema europeo e mondiale? Quanto può essere grande un gruppo italiano senza diventare, prima o poi, parte di un più grande disegno europeo?

E ancora, come può questo nuovo soggetto rappresentare una vera alternativa ai grandi gruppi continentali, senza rischiare di essere a sua volta fagocitato e incorporato da qualche grande gruppo bancario europeo?

L’ipotetico gruppo BPER-MPS rimarrebbe senz’altro un gruppo di dimensione nazionale significativa, ma sostanzialmente rimarrebbe un gruppo italiano, con Unipol come azionista di riferimento (ha dichiarato di puntare a una partecipazione superiore al 30% e a costruire un grande conglomerato finanziario con una gamba assicurativa e una bancaria).

Quale futuro per un gruppo di 2.000 sportelli?

Un gruppo con oltre 2.000 sportelli quanto è destinato a durare nel nuovo sistema di aggregazioni internazionali? Chi oggi ipotizza di trattare con gli emiliani, senza peraltro considerare di non trovarsi da un punto di forza, dovrebbe avere in mente anche questi scenari. Per poi spiegare bene cosa accadrà nei prossimi anni, quando il nuovo gruppo si troverà a subire qualche altra Opas “non sollecitata” “né concordata” e a cedere a pesci ancora più grandi. Perché questo è il libero mercato.

Sarebbe dunque un destino segnato. Se non nei prossimi due, senz’altro nei prossimi cinque/dieci anni arriverà qualcuno a comprarsi tutto e buttare alle ortiche la storia e la gloria di un passato che deve invece essere difeso in quanto portatore di valore.

Ha fatto dunque bene Siena a cantare in maniera concorde. Ora la difesa di porta Camollia e con essa di Rocca Salimbeni è tracciata. La trattativa auspicata da alcuni ma sottaciuta per lo più non porta da nessuna parte.

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