penna-e-calamaioLa letteratura è conoscenza, viaggio, emozioni, scoperta di se stessi, degli altri e del mondo. Ne troveremo conferme anche in questa rubrica che, settimanalmente, proporrà frammenti d’autore. Un piccolo “manuale d’uso” per i nostri giorni comuni e, soprattutto, per i sentimenti che dentro quei giorni abitano.

Ad ogni rilettura, non smette di sorprenderci la modernità di Emily Dickinson (1830-1886). Poetessa, dunque, del Novecento, nata per sbaglio un secolo prima. Reclusa nella casa di uno sperduto villaggio del New England, immune da qualsiasi auctoritas letteraria, visionaria, drammatica, persino sarcastica, ha fatto giungere la sua “lettera al mondo” attraverso un monumentale canzoniere (1775 testi) che lei stessa chiamò “I Bollettini dell’Immortalità”. Quella lettera ci è giunta, così come l’autrice aveva ardentemente sperato: “Il mio Messaggio affido / a Mani che non vedo”.

Portatemi il tramonto in una tazza
le anfore contate del mattino,

le gocce di Rugiada,

ditemi quanto lontano balzi il mattino –
ditemi quando dorme il tessitore
che adorna d’azzurro gli spazi!

 

E scrivetemi quante son le note
nell’estasi del nuovo Pettirosso
fra i rami stupefatti –

e quanti viaggi fa la Tartaruga –
e quante coppe di rugiada beve
l’Ape ebbra.

Chi gettò i ponti dell’Arcobaleno,

e chi le docili sfere conduce
con vincastri di morbido azzurro?
E quali dita foggian stalattiti –
che i grani del rosario della notte conta
e s’accerta che non uno manchi?

Chi costruì questa Casetta Bianca
e chiuse così bene le finestre
che il mio spirito nulla può vedere?

Chi mi farà, col necessario, uscire
in un giorno di gala – per volar via,

oltremodo fastosa?

 

[da Poesie di E. Dickinson]

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