GIGLIO PORTO – Il 13 gennaio 2012, alle 21.42, l’Italia e il mondo intero trattenevano il fiato davanti alle immagini di un gigante del mare adagiato su un fianco, illuminato dai fari nella notte dell’Isola del Giglio.
Erano passati pochi minuti da quando la Costa Concordia, nave da crociera da 114.500 tonnellate, aveva urtato gli scogli delle Scole durante un passaggio ravvicinato deciso dal comandante Francesco Schettino. Uno squarcio di oltre 70 metri nello scafo, l’allagamento delle sale macchine, il blackout totale. In poche ore quella che doveva essere una normale crociera nel Mediterraneo si trasformò nella più grave tragedia marittima italiana del dopoguerra.
Quattordici anni dopo, il 13 gennaio 2026, l’isola ricorda ancora una volta le 32 vittime – passeggeri ed equipaggio – in una cerimonia ormai volutamente sobria, quasi intima. La Santa Messa di suffragio nella chiesa dei Santi Lorenzo e Mamiliano a Giglio Porto rimane l’appuntamento centrale. E poi la fiaccolata e il silenzio verso il molo rosso dove una lapide ha impresso per sempre i nomi e i ricordi delle vittime. Niente più grande eco, come deciso dall’amministrazione comunale già dopo il decimo anniversario: “La memoria è importante quanto la necessità di guardare avanti”, aveva dichiarato il sindaco di allora Sergio Ortelli. Una scelta rispettosa della memoria e dell’isola.
Quel naufragio non fu solo un errore umano. Fu la somma di arroganza, superficialità, improvvisazione e mancanza di preparazione. L’evacuazione, durata oltre sei ore in condizioni di buio e panico, mise a nudo le falle (non solo quelle dello scafo) nella gestione dell’emergenza a bordo. Il processo si concluse con la condanna definitiva del comandante Francesco Schettino a 16 anni di reclusione per omicidio colposo plurimo, naufragio e abbandono di nave: pena che sta scontando nel carcere di Rebibbia.
Oggi la Concordia non esiste più: dopo il complesso parbuckling (il raddrizzamento costato oltre 1,5 miliardi di euro), il relitto fu trainato a Genova e smantellato tra il 2014 e il 2017. I fondali davanti al Giglio, grazie a un imponente intervento di ripristino ambientale, sono tornati quasi come prima, con nuove praterie di posidonia.
Eppure, per chi c’era quella notte, per chi perse un familiare, per i gigliesi che aprirono le case e le chiese a migliaia di naufraghi terrorizzati, il tempo non ha cancellato nulla. Rimane la targa sul Molo Rosso di Giglio Porto, con i nomi delle 32 vittime. Rimane il punto esatto davanti a Punta Gabbianara dove, in tanti casi, si consumò il dramma.

Perché dietro i numeri ci sono volti, storie, addii mai detti. C’è chi rivive ogni anno lo stesso incubo: il buio totale nei corridoi inclinati, le mani che cercano appigli nel panico, i genitori che stringono i figli mentre l’acqua sale. C’è chi, come Kevin Rebello, fratello del cameriere Russel Terence Rebello, torna ancora sull’isola e sente che “sembra ieri”. Ogni anniversario riapre ferite che il tempo non ha mai davvero chiuso.
Quattordici anni dopo non si celebra solo il ricordo di chi non c’è più. Si ricorda che la sicurezza in mare non è mai un dettaglio tecnico, ma una responsabilità morale. E che certe immagini – un transatlantico adagiato come una balena spiaggiata – non si cancellano dalla memoria collettiva, neppure quando le luci dei riflettori si spengono.







